Vivere e lavorare in montagna? Potrebbe deludervi

Tentati dalla voglia di vivere e lavorare in montagna. Un sogno accarezzato sempre più dai giovani se al concorso per guardiaparco nelle Alpi Marittime si sono presentati in ottocento. Roberto Colombero, presidente piemontese dell’Uncem, appare però prudente. “Tutto bellissimo e tutto ci sta. Temo solo una cosa: le grandi delusioni. Gente che per un anno o due si trasferisce in montagna e poi quando capisce qual è la vera realtà, rinuncia e torna in città deluso”. I dubbi che solleva Colombero in un incontro con la giornalista Chiara Viglietti de La Stampa, trovano riscontro nel sondaggio che Ipsos ha condotto per l’Uncem: “Percezioni e opinioni sulle aree montane del Paese”. 

Solo nove su cento si dicono (quasi) pronti a trasferirsi in montagna. Tutto questo nonostante il lockdown abbia rilanciato le quotazioni delle terre alte e gli enti pubblici garantiscano contributi a chi lascia la città, magari puntando sullo smart working. “Ecco quello del lavoro a distanza in montagna è un bello spot ma anche un mito da sfatare”, aggiunge il presidente nazionale Uncem Marco Bussone. “Immaginare schiere di manager e dirigenti che dalla montagna guidano aziende o operano sui mercati finanziari è poco reale. Il futuro della montagna ha due strade: il turismo, anche se diverso da quello attuale, l’agricoltura, pure questa ripensata secondo canoni di sostenibilità”.

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