Letture / L’inverno liquido condanna lo sci di massa 

Dopo tre anni di lavoro, più di 2000 chilometri, centinaia di persone incontrate, decine di luoghi visitati con l’amico Michele Nardelli, e la collaborazione di tanti altri amici e colleghi, Maurizio Dematteis annuncia di essere riuscito finalmente a chiudere con Michele Nardelli la pubblicazione “Inverno liquido. La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa” (Derive & Approdi, novembre 2022).

Si tratta di un lungo reportage dalle terre alte, Alpi e Appennini, per raccontare le stazioni sciistiche del nostro Paese, dove imprenditori e amministratori locali, operatori e testimoni del mondo della montagna si raccontano, analizzano i fallimenti, spiegano i percorsi di riconversione, fotografano i sogni di rinascita. Un libro che racconta del non più di un modello insostenibile e del non ancora della conversione ecologica della montagna.

“C’è un momento preciso in cui capisci che qualcosa sta cambiando”, osserva Dematteis. “Sei nato e cresciuto pensando che sarebbe sempre stato così, anno dopo anno, stagione dopo stagione, generazione dopo generazione. Poi un giorno ti svegli e d’improvviso gli impianti di risalita sono fermi. E capisci che quel mondo è finito. L’emergenza sanitaria legata al Covid 19 ha messo in luce l’estrema debolezza del modello economico legato al turismo dello sci da discesa sulle montagne. 

In un’epoca nella quale il Climate Change accorcia le stagioni e aumenta i costi di gestione, in cui la crisi economica rende lo sci uno sport elitario e il cambiamento culturale vede prospettarsi una diversa domanda di svago anche nei centri vocati alla monocultura del turismo invernale, quali prospettive di riconversione possono essere messe in campo? Quali possono essere le risorse attivabili? E quali gli attori e le reti che possono entrare in gioco? 

In questo lungo reportage dalle montagne italiane (Alpi e Appennini) imprenditori, operatori e testimoni del mondo dello sci si raccontano, analizzano i fallimenti, spiegano i percorsi di riconversione, fotografano i sogni di rinascita. 

Inverno liquido è un’opera a metà tra saggio e reportage. E la prima domanda che il libro pone è se esista ancora o no lo sci di massa. “E’sicuramente al tramonto” osserva Dematteis. “Al momento, le grandi strutture si rivolgono a mercati internazionali. Per noi italiani, invece, quello dello sci alpino sta diventando un discorso elitario soprattutto per i costi, sempre più alti. Allo stesso tempo, la cultura turistica delle nuove generazioni è cambiata: per loro non esiste più la monocultura dello sci. Ad esempio, in inverno, i miei figli fanno contemporaneamente tre sport diversi. In alternativa all’offerta dello sci alpino, ci sono le ciaspole e diverse altre possibilità. E poi bisogna tenere conto che, a causa della crisi climatica, si riducono sempre di più i periodi in cui si può sciare”.

Al momento l’effetto negativo è di tipo economico. Infatti, l’industria dello sci ha retto per decenni l’economia di molte realtà montane e ha generato benessere e permesso a molti luoghi di infrastrutturarsi. Al posto di ciò che avveniva in passato rimarrà però un cratere, perché non è più possibile generare il tipo di economia prodotta dall’industria dello sci: un modello che permetteva a tanti di arricchirsi, anche con le sovvenzioni pubbliche. Oggi il cambiamento delle condizioni ambientali ha tempi velocissimi: le nevicate, se ci sono, sono eccezionali. E se consideriamo la chiusura estiva degli impianti di risalta sui ghiacciai nella stagione estiva, siamo di fronte al crollo dell’intero indotto dello sci alpino. E allora, in un contesto di questo tipo, quale potrebbe essere la soluzione?
“Bisogna cambiare scala”, è la riposta di Dematteis. “Se è vero che ci sono realtà che hanno smantellato i vecchi impianti, dove c’è ancora la possibilità si continua a sciare. Accanto allo sci, tuttavia, si inizia a pensare a modelli diversi. Messi a punto per le Olimpiadi invernali del 2006, gli impianti sciistici della località piemontese di Prali, in Val Germanasca, erano arrivati a fine operato. I cittadini però hanno deciso di costituire una cooperativa per tenerli aperti. E poi, accanto a questi, hanno iniziato a mettere in piedi un indotto che va oltre l’industria della neve. Le strutture sono aperte tutto l’anno: le piste infatti ospitano gli sportivi che in estate praticano il downhill. Allo stesso tempo, nelle vicinanze della stazione sciistica sono nate aziende agricole che producono prodotti di alta qualità. Per sopravvivere, è necessario uscire da un processo standardizzato e puntare su quello che i diversi territori possono offrire”.

Michele Nardelli formatore e saggista, è autore con Mauro Cereghini di “Darsi il tempo” (2008) e di “Sicurezza” (2018). È stato presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani e co-fondatore di Osservatorio Balcani Caucaso. È stato consigliere regionale del Trentino Alto Adige/Südtirol.

“Siamo andati a cercare zona per zona gli elementi che rafforzano l’idea di una stagione finita (quella dello sci di massa, ndr)”, dice Nardelli, “ma anche i tentativi che si stanno realizzando per immaginare uno scenario diverso. 

Da che cosa deriva il titolo “Inverno liquido”? “Dentro alla liquidità intesa nel titolo, si può ritrovare un’opportunità, quella di immaginare scenari diversi per il futuro. Tali scenari possono essere inquietanti se affrontati con l’approccio avuto finora, ma possono, al contrario, diventare un modo diverso di approcciare la montagna, se la consideriamo non solo un divertimentificio, ma come un luogo con cui entrare in relazione. La nostra inchiesta si è conclusa in Sicilia, sull’Etna e nelle Madonie. Le tipiche granite siciliane venivano lì realizzate tramite le neviere, luoghi in cui sui monti si conservava la neve proprio per motivi agroalimentari e dolciari. Questo solo per dire quanto è importante riscoprire il valore delle terre alte e delle aree interne, che rappresentano un patrimonio di biodiversità – anche per l’effetto dell’incontro tra il clima continentale e quello mediterraneo – da salvaguardare e riprendere”.

Dal libro di ricava l’idea che è necessario ricostruire un equilibrio tra le attività, immaginando che la montagna non è solo sci e mesi invernali, ma è un luogo che va valorizzato dodici mesi l’anno. In più di un capitolo del libro si parla di turismo relazionale, ossia che si fonda sull’entrare in contatto con le persone, mettendo in atto un approccio diverso che significa valorizzare il cibo, i mestieri, la storia e le culture di ogni territorio, riconsiderando il valore dell’unicità delle proposte avanzate.

Le resistenze al cambiamento, per concludere, derivano da una mancanza di strumenti o si tratta di un problema legato alla mentalità? “Si tratta di un insieme di elementi, soprattutto di tipo culturale”, spiega Nardelli. “Dobbiamo tornare a far nostra la cultura del limite perché ci siamo abituati a non averla più. L’obiettivo è lavorare per una distribuzione egualitaria delle risorse, ma anche attorno alla considerazione che se continuiamo a questo passo metteremo in discussione le condizioni che hanno reso possibile la vita sulla Terra: questo significa fare propria la cultura del limite, parola che ancora non ha cittadinanza pubblica”.

Commenta la notizia.