Incontri / Manolo, la montagna non è tutto 

Una tavola rotonda dedicata ai significati odierni che la montagna ha per noi, svoltasi a Trento il 5 dicembre, nell’aula grande della Fbk Kessler in via Santa Croce, è stata organizzata da Trento Filmfestival con Fbk e Piccola Libreria. Una buona occasione per raccogliere alcune dichiarazioni di Maurizio Zanolla, il celeberrimo Manolo dell’arrampicata.  A parlare della montagna, moderati dal filosofo Paolo Costa, sono stati anche un musicista, Sebastiano Beozzo, e uno scrittore, Antonio G. Bortoluzzi. 

A Manolo è stato chiesto della montagna anche come terreno di esplorazione interiore, delle sensazioni dell’ascesa e della vetta, del benessere psico-fisico del confronto con una natura ingigantita, delle paure del mondo verticale che ci sovrasta. Ma partendo dalla sua vita di tutti i giorni, dal maso in vista della valle di Primiero.

Come scorre la vita quotidiana di Manolo?

Tranquilla, ho fatto le scorte di legna e ordine attorno ai prati. Penso anche a proteggermi dal freddo. Non faccio niente di particolare in questo periodo, è passata la stagione estiva ed è bello attendere la neve. È un po’ che non scalo, uso una certa routine quotidiana per mantenermi dignitosamente in forma. Ho un’età per cui non ho più tante ambizioni.  

E l’arrampicata non le manca?

No, è come lo sci. Ho scalato così tanto che ora sono più distaccato; ma se ho voglia mi impegno. Per una stagione intera non ho sciato, anche con un metro di polvere, e la neve non mi è mancata. Leggo un libro, faccio una passeggiata. L’importante è avere la possibilità di poter decidere. Non sono dipendente dall’arrampicata. 

Però è la dimostrazione vivente che a 64 anni, arrampicare ai massimi livelli è possibile, quasi uscisse da un romanzo di Oscar Wilde. Qualche pozione magica?

È possibile farlo anche a un’età più avanzata, un atleta può arrivarci. Io ho cominciato ad arrampicare un po’ tardi, dovevo lavorare, nel pieno delle forze psico-fisiche ho costruito una casa mettendo in piedi una teleferica e lavorando per un anno. Mi ritengo fortunatissimo, ma poi ti ritrovi con un fisico che ha subito queste cose. Mi rendo conto che quando ero più giovane pensavo a chi faceva il militare come a una persona vecchia, poi a 40 anni dici: provo ad andare avanti, a 54 anni ho fatto ancora cose difficilissime, a 60 anni altre. Non è che diventi saggio, ma cominci a guardare le cose in modo diverso. Se hai una mentalità sufficientemente aperta, ti prendi cura del fisico e dell’aspetto spirituale e puoi fare cose difficili anche a questa età. Quest’anno sono riuscito ad aprire qualche via nuova. Ma l’arrampicata ha avuto un’evoluzione straordinaria. E io sono più distaccato dall’ambiente. 

La montagna quindi non è tutto.

Per me non è mai stato tutto, ho sempre cercato un equilibrio nella vita. La montagna è stata un modo di evadere, di crescere. E poi, quale montagna? Ne esistono tante: quella sulla quale cresci, ad esempio, se ci vivi, ci lavori e magari hai degli animali, sei lì tutta la vita. Se vivi in montagna in quel modo non è facile. Dipende quindi da come vogliamo vedere la montagna: quella turistica, quella performante degli alpinisti… 

Nel 1990 con “O ce l’hai… o ne hai bisogno” la fermò una placca completamente liscia e verticale alla falesia del Baule sulle Vette Feltrine. Nel 2009, a 51 anni, è tornato liberando “Eternit” con difficoltà di 9a. C’è un segreto nel migliorare con l’età?

Le cose vanno così anche nello sport, non c’è un cronometro per cui a vent’anni corri cento metri in tot secondi. Quando ho iniziato non c’era l’arrampicata sportiva, ho contribuito alla sua crescita. E sono cresciuto, gli appigli che prima non tenevi cominci a tenerli, e quando fai questo è perché hai raggiunto un livello più alto, riesci a vedere cose che prima non vedevi. Oggi siamo arrivati al 12° grado, nemmeno io l’avrei immaginato. Come succede? Qualcuno ha aperto un piccolo pertugio, poi uno ci riesce, arrivano altro cento atleti, poi centomila… Il margine sarà più stretto ma ci sarà sempre qualcuno che va oltre. 

Qual è la sua montagna, oggi?

Credo che questo aspetto cambi con l’età: io non vedo la stessa montagna che vedevo a sedici anni o a trenta, e poi cambiano anche le montagne: crollano, si modificano. Alcune vie che ho aperto sono poi franate. Non ho più la bramosia di essere un giorno in Marmolada e un altro sul Monte Bianco. Non mi manca un ottomila e non è importante non aver potuto scalare certe cime. Le scelte le ho fatte, le ho vissute come mi piacevano. 

Per lei la montagna è stata un luogo di esplorazione interiore?

Sì, ed è stato un modo che forse avrei potuto provare anche sul mare: magari l’avrei fatto. Le montagne sono state una straordinaria esperienza che mi ha permesso di esplorare gli abissi che avevo attorno a me e anche dentro di me: è stata anche un’esperienza dolorosa. Ho perso amici, ho fatto esperienze che arricchiscono e che tolgono, un viaggio che devi avere la fortuna di poter raccontare. Parlo di una sfera molto intima, delicata, se la vivi in quegli ambienti è molto forte. Anche perché ho fatto una scelta personale, scalavo in un modo un po’ lontano dal consueto. Un arrampicatore che mi accompagnava e aveva più di trent’anni mi disse: “senti, lo metti qualche chiodo? Perché se cadi poi ti ricordano per quello”. Ho dato una risposta arrogante, volevo fare questa conoscenza, provare a viverla fino in fondo. 

Come nel titolo del suo libro, eravate immortali?

Pensavamo di essere immortali: abbiamo vissuto profondamente e per una dose di fortuna esagerata lo siamo anche stati. 

Come è stato accolto il suo libro?

Ho avuto buone reazioni, molto calore, mi hanno scritto in tantissimi. Ho voluto scriverlo senza aiuti, e racconto anche di uno spaccato dell’Italia che non c’è più, senza nostalgia, di momenti fagocitati da un progresso esagerato e che fatico a comprendere. È un’Italia cambiata a livello ambientale, alcuni luoghi sono irriconoscibili. Nel bene e nel male, senza ergermi a giudice. 

Tornando all’arrampicata interiore, la vetta, la cima, cos’è?

Intanto ad un certo punto mi sono chiesto se valesse la pena arrivare in cima a tutti i costi o piuttosto con una qualità diversa: avevo occhi che non vedevano le falesie, ci camminavo sopra senza vederle. Improvvisamente mi sono accorto che erano dappertutto, ma erano ancora molto lontane. Avevo una visione più alpinistica a quel tempo. E non potrò mai essere così arrogante dal dire: sono tornato a casa perché sono bravo.

Fonte: L’Adige – Foto Serafin/MountCity

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