Ancora sulla marginalità della montagna

Marginalità delle terre alte? E quanto ciò dipende da chi ci governa? Uno spiraglio si era aperto con la compagine governativa di Draghi come si era ricordato in un precedente articolo sull’argomento. Con Draghi un nuovo disegno di legge contro lo spopolamento era infatti a un passo dall’approvazione definitiva del Parlamento. I fondi a disposizione erano consistenti: 100 milioni di euro quest’anno raddoppiatili dal 2023. Al di là dei pur decisivi stanziamenti di risorse contavano in ogni modo gli obiettivi e il percorso. Limitare gli squilibri, contrastare lo spopolamento, dare una prospettiva di sviluppo ad aree finora ritenute marginali erano alcuni obiettivi. Si era dunque compreso (alla buonora) che la montagna per quanto marginale rappresenta pur sempre un valore aggiunto.

Nonostante tutto, nuovi orizzonti per la montagna sembrano ora aprirsi in Piemonte. E c’è la speranza che ciò possa avvenire anche in altre regioni. Come si leggeva il 18 novembre nella newsletter della Regione , “è stato avviato un confronto con il territorio sui contenuti ed il percorso della Strategia per lo sviluppo sostenibile della montagna”. Strumento di attuazione della legge regionale n.14/2019 e della Strategia regionale per lo sviluppo sostenibile, tale strategia si propone di “garantire la vivibilità e la residenzialità mediante un’adeguata attività di promozione, tutela e valorizzazione del territorio montano orientando le politiche e le risorse, costruendo una governance multi-livello, integrando le politiche e le programmazioni regionali, intervenendo sulle tendenze di marginalizzazione, salvaguardando il territorio e la valorizzazione delle risorse culturali e delle tradizioni locali”. 

Il programma prevede la formalizzazione del documento di impostazione della Strategia e la predisposizione del Piano di azione annuale. “La montagna è una parte importante del territorio piemontese, per la quale in questi anni abbiamo stanziato risorse e dedicato grande attenzione”, è quanto afferma il presidente della Regione Alberto Cirio. “La consultazione intende mettere a sistema le collaborazioni tra le istituzioni e le sinergie tra le diverse aree montane, con l’obiettivo di accrescere la conoscenza dei territori e individuare le politiche per contrastare gli squilibri, i ritardi e le tendenze di marginalizzazione, specialmente nelle aree più periferiche. Il documento che sarà approvato al termine di questo percorso consentirà di rendere ancora più efficace il nostro intervento, anche grazie all’utilizzo dei fondi europei”. 

“Fin dall’inizio del nostro mandato abbiamo lavorato”, interviene il vicepresidente e assessore alla Montagna Fabio Carosso, “per dare nuova linfa alle zone montane, evitare la desertificazione del territorio e valorizzarlo non solo dal punto vista ambientale ma anche sociale ed economico. Abbiamo lanciato il bando sulla residenzialità in montagna, quello sulle botteghe dei servizi e stanziato risorse per le scuole, senza contare i contributi destinati alle Unioni montane. Ora intendiamo proseguire con interventi mirati e con una strategia condivisa con tutti i soggetti che vivono la montagna. Il cammino è complesso, ma la condivisione con gli attori del territorio è fondamentale per raggiungere gli obiettivi”.

Fin qui le dichiarazioni in politichese. Che sia la volta buona perché la montagna perda la sua marginalità nell’immagine che offre (e soprattutto non offre) sui media? Il tema è complesso e un approfondimento dovrebbe tenere conto della cultura urbana dominante che avrebbe appiattito, come osservò lo storico Enrico Camanni, “le Alpi e i montanari su una posizione di acritica sottomissione alla civiltà globale”. Senza contare che i media veicolano perlopiù l’immagine di una realtà alpina riconducibile a una grande Disneyland come si può dedurre dal manifesto diffuso in questi giorni da alcune associazioni alpinistiche tra lq quali il Cai, in cui si legge che “Il paesaggio alpino è percepito solo come uno sfondo”. Numerosi progetti e sviluppi dimostrano in effetti che c’è sempre meno apprezzamento per i paesaggi naturali e culturali alpini. Le organizzazioni firmatarie del manifesto (di cui si è dato conto in mountcity.it) chiedono un maggiore rispetto per lo spazio alpino e l’applicazione coerente di tutti gli strumenti legali per la tutela di paesaggio e ambiente. 

E quali colpe si possono attribuire ai giornalisti se la montagna continua a offrire un’immagine sempre più degradata a dispetto delle vistose pubblicità su quotidiani e rotocalchi? Secondo Ferruccio de Bortoli  “i giornalisti sono diventati ancora più servi e concubini del potere”. Questo concetto l’illustre giornalista riportò nel saggio “L’informazione che cambia”. E ancora De Bortoli scrisse: “Vogliamo fare politica, influenzare la formazione di nuovi partiti e coalizioni, rifare la legge elettorale. Dovremmo invece tornare a fare esclusivamente i giornalisti, che è già tanto”. 

Seppure con toni pacati nell’ambito di una lodevole autoanalisi, non risultò del tutto positiva nemmeno l’immagine che dei media del terzo millennio emerse dalla relazione annuale presentata nel 2007 ai delegati dal presidente generale del CAI Annibale Salsa.  “La carenza di comunicazione da parte del Sodalizio è nota da tempo”, spiegò il professor Salsa. “L’inadeguata conoscenza del Club alpino – frequentemente confuso con altre associazioni pur benemerite – costituisce la prova inconfutabile di come troppo spesso il nostro impegno identitario sia stato autoreferenziale ed autocelebrativo. Nella società di oggi non possiamo più permetterci di dare per ovvia ed acquisita la decifrazione del nostro acronimo e, soprattutto, delle nostre eccellenti attività istituzionali al servizio della montagna. Non dimentichiamo, a nostra parziale giustificazione, che in Italia la montagna non fa notizia se non in presenza di incidenti alpinistici, scialpinistici, escursionistici, speleologici o in presenza di catastrofi ambientali e climatiche”.

Qualcosa è cambiato in questi diciassette anni? Tra gli argomenti su cui il presidente Salsa si soffermò si possono indicare la necessità di rilanciare la comunicazione con idee nuove e creatività, virtù senza le quali il Cai rischierebbe “d’impantanarsi”. Ma nulla è cambiato anche nel modello economico, neppure dopo che la pandemia ha evidenziato la totale mancanza di servizi su vaste aree del territorio montano costringendo il turismo della neve a chiudere per una stagione. Si sarebbero dovute cercare alternative, ma non è stato fatto. E adesso i problemi del climate change non semplificano certo le cose. (Ser)

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