Le vette del Duce / Quelle scalate col camerata

Nelle diverse rievocazioni del ventennio fascista pubblicate questo autunno in concomitanza con il centesimo anniversario della Marcia su Roma,  la montagna ha fatto si e no da comparsa. Una lacuna forse comprensibile per un paese la cui “montanità” è oggi considerata marginale nonostante la configurazione geografica ne faccia un paese decisamente “montano”.  Sull’attività montanara delle camicie nere esistono importanti pubblicazioni come risulta dalla bibliografia pubblicata in questo sito che comprende il volume “Scarpone e moschetto” di Roberto e Matteo Serafin (Cda, 2002) alle cui pagine si è attinto, un piccolo libro tascabile che ricostruisce i rapporti tra il Cai e il regime di Mussolini.

Va da se che chi avesse voluto praticare la montagna negli anni del fascismo non poteva che aderire al Club AlpinoIitaliano, anzi al Centro Alpinistico Italiano come era stato ribattezzato da Mussolini. Una buona ragione per iscriversi era che il Cai organizzava gite e campeggi in un periodo in cui la motorizzazione privata era molto scarsa e gli iscritti potevano ottenere forti riduzioni nei trasporti ferroviari. Ma c’era poco da scegliere. All’infuori del Cai non esistevano altre associazioni alpinistiche. 

Ricapitolando, quando venne l’ora di Salò, anche un idolo dell’alpinismo di regime come Riccardo Cassin non ebbe dubbi da che parte stare e cominciò ad aiutare i soldati sbandati dell’8 settembre trovandosi ben presto coinvolto nella lotta partigiana. Gli irresistibili arrampicatori lecchesi del “manipolo rocciatori” diventarono allora “gli uomini di Cassin”, elementi di primo piano della Resistenza. Mario Dell’Oro detto il Boga, Gino Esposito, Ugo Tizzoni, compagni di cordata di Cassin in fantastiche ascensioni, si ritrovarono in azione nei giorni decisivi della liberazione. E sarà Cassin, sanguinante per lo scoppio di una granata, a trattare la resa dei fascisti. 

In definitiva c’è da domandarsi con il senno di poi se l’alpinismo è davvero una cultura che attraversa intatta epoche storiche, sintesi equilibrata di conoscere e fare. L’alpinismo non può certo dirsi indenne da infiltrazioni populiste o totalitarie. Fu così durante il fascismo. La pensava così anche Massimo Mila (1910-1988), musicologo e accademico del Cai. Perseguitato dal regime fascista e diventato una figura di primo piano nella Resistenza, Mila non ha lasciato testimonianze del suo credo politico tra i pur copiosi scritti di montagna. Eppure nella presentazione della raccolta “Scritti di montagna” pubblicata nel 1992 da Einaudi, Gianni Vattimo sottolinea come la sua abilità di scalatore abbia aggiunto. nell’ottica delle giovani generazioni negli anni Cinquanta, “uno speciale sovrappiù di coraggio e di forza alle sue gesta di resistente antifascista”.  

Massimo Mila, esponente di spicco della Resistenza, e alla sua sinistra il “repubblichino” Oscar Soravito, entrambi provetti alpinisti. In apertura Riccardo Cassin, medaglia d’oro di Mussolini, sfila a Lecco con i partigiani.

Mila apparteneva a un circolo di intellettuali torinesi di grande livello che si opponevano al fascismo. Subì il carcere prima per 18 giorni nel 1929, poi, per cinque anni (1935-40) per attività contro il regime; in seguito divenne un capo partigiano nella Resistenza (1943-45). Un mito, dunque, per le generazioni del dopoguerra, secondo Vattimo, “proprio in quanto anche alpinista e scrittore di montagna, oltre che musicologo, studioso, resistente”. 

Non c’è allora che una spiegazione alla neutralità di Mila, al limite del disimpegno: nel clima di pacificazione seguito al tempestoso ritorno in Italia della democrazia, l’alpinismo è diventato un terreno d’intesa tra chi ha militato su opposte sponde. Nel maggio 1948, un incontro importante e ancora oggi molto “chiacchierato” è certamente quello di Massimo Mila con l’accademico Oscar Soravito, il cui percorso nei meandri del fascismo è avvenuto in forme ufficialmente riconosciute. Dopo avere indossato la divisa della Milizia, dopo avere combattuto in Albania, Grecia e Jugoslavia, Soravito ha anche fatto parte della Repubblica di Salò. Ma questo passato in camicia nera ha un significato relativo per Mila che in quel 1948 si lascia condurre da Soravito sulla Grauzaria, lungo la sua via della Sfinge. E’ l’inizio di un lungo sodalizio, come ricordano Giampaolo Carbonetto e Luciano Santin in una biografia dedicata a Soravito (“O.S., una vita in montagna”, Udine 2001). 

Pochi mesi dopo Mila torna a Udine per “fare” lo spigolo nord-est del Jof Fuart con l’amico Soravito. “Conversazione politica lungo tutto il percorso. Ci riteniamo non d’accordo in linea di massima, e ci diamo del tu”, annota Soravito. Senza sapere che “in linea di massima” altri sipari si sarebbero poi sollevati che si speravano chiusi per sempre, con i fasci e le fiamme come simboli esibiti per sedurre l’elettorato.

Decine di volte, per concludere, l’alpinista udinese Soravito ospitò Mila tra le sue montagne e ne sarà ricambiato in Piemonte, Savoia, Svizzera. Insieme nel ’74, i due amici effettuano anche  una prima assoluta nel Monte Bianco, sulla cima est dell’Aiguille de Chambave, nella Grande Rochere.  Una storia esemplare, come tante altre probabilmente di un’Italia che riprendeva a vivere e a guardare al domani.

“A noi importava arrampicare, non ce ne fregava niente del fascismo e della politica”, confessò Renato Chabod, che nel dopoguerra è stato anche presidente del Cai, parlando di quegli anni e della sua amicizia con i camerati Giusto Gervasutti e Amilcare Crétier. “Chiedere a loro in quel periodo una presa di coscienza politica e una posizione antifascista, era per lo meno assurdo: arrampicare per essi era tutto, non esisteva nulla al di fuori dell’alpinismo”: questo scrive Gian Piero Motti nella sua rinomata “Storia dell’alpinismo” (Vivalda, 1997). Gli fa eco Riccardo Cassin che sulla faccenda pone il suo inconfondibile sigillo di uomo pratico: “Noi andavamo ad arrampicare, non ci interessava la politica”. (Ser)

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