Le vette del Duce / In montagna con spirito di belligeranza

Altro che lassismo, termine oggi usato dalle destre al governo. L’alpinismo durante il regime era, come si è visto in una precedente puntata di questo dossier tratto dal libro “Scarpone e moschetto” di Roberto e Matteo Serafin (CDA, 2002), materia per  i non pochi italiani forniti di spirito di belligeranza. E c’era, nell’invito alla frequentazione dei giovani visti di volta in volta come ribaldi “scarponi” e come “soldati della montagna”, un senso di “vergogna di troppe nostre cime violate, per primo, dallo straniero, una vergogna che ha pesato come una cappa di mortificazione sull’alpinismo nostrano”. 

Erano trascorsi pochi mesi in quegli anni trenta dall’invito, in parte accolto, a erigere il fascio littorio su tutti i valichi alpini e si guardava con preoccupazione e malcelata invidia oltre le frontiere dove “si addensano oceaniche armate di ferventi dell’Alpe”.  Ma di che cosa preoccuparsi, si sussurrò in un soprassalto di orgoglio, dal momento che il Club alpino può ragguagliarsi, per forze, a un Corpo d’Armata? 

Tanto era lo spirito di belligeranza di cui era intriso il lessico anche nelle piccole notizie che un refuso, quale voce dal seno fuggita, trasformò sulla stampa locale i “rocciatori” lecchesi in “razziatori” con successive infinite scuse da parte dell’improvvido correttore di bozze. Anche lo sci diventò “un’arma perfetta per vincere il monte, strumento di uno sport fortemente guerriero” nella prosa di Ildebrando Rampinelli, una firma del Corriere. Che oggi si merita un’attenta rilettura, mentre lo sci, inteso come monocultura, viene messo in crisi dall’emergenza climatica e dal caro bollette. 

In montagna si forgiavano maschie virtù. Qui il Duce offre il buon esempio.

Lo scritto di Rampinelli è anche un contributo, in forme che oggi si direbbero “soft”, a quell’esaltazione della razza che, passo dopo passo, porterà alla legislazione antiebraica introdotta nel 1938 e, prima ancora, a quella svolta razzista attuata nel 1936/37 contro i sudditi delle colonie africane.  “Dobbiamo vedere ”, scrisse Rampinelli, “in questo plebiscito entusiasta delle giovani energie d’Italia verso la montagna un segno felice di ascesa della nostra razza. Ascesa intesa nel senso fisico, guerriero e spirituale. Fisico: perché sono accomunati in questo sano esercizio muscolare tutti i postulati igienici, presupposto di un ottimo sviluppo dal punto di vista salutare. Guerriero: perché è l’arte dello sci e in genere la pratica della montagna la miglior palestra d’ardimento in tempo di pace allenamento principe per il fronteggiamento dell’imprevisto, così come di ogni altra difficoltà. Spirituale infine e ancora guerriero perché è agone magnifico di generosità, scuola incomparabile di sacrificio e ardimento, palestra di cameratismo e altruismo.” 

Stelle e stellette, amor di patria e spirito di emulazione, difesa della razza e richiamo patriottico alla difesa dei “sacri confini”: l’andar per monti sempre più diventò sotto il fascismo il tributo che ogni cittadino, ogni appassionato, era tenuto a manifestare in nome di  una precisa ragion di stato.  Anche dal punto di vista dell’ “igiene”, gli stessi concetti espressi da Rampinelli erano già stati invocati sulla stampa nei primi anni del secolo, quando cominciarono a sorgere le associazioni escursionistiche operaie come la UOEI (Unione operaia escursionisti italiani), sponsorizzate dagli industriali allo scopo di “togliere i lavoratori dalla vita insalubre delle bettole cittadine”.[i]

Fu poi la Grande Guerra a porre il suo sigillo su ogni ascesa in senso “guerriero e spirituale”, secondo la classificazione di Rampinelli. Altro che lassismo.  

II Cai si presentava come un sodalizio carismatico, patriotticamente benemerito e per di più in ascesa, mentre l’alpinismo diventava la metaforizzazione delle maschie virtù necessarie a forgiare la gioventù del littorio. E’ forse da escludere che il Club alpino si sia prestato a fare da laboratorio alla mistica fascista? Da documenti emersi nel corso di alcune ricerche fatte nelle sezioni locali del Cai emergono reazioni di malumore da parte di soci che rivendicano l’apoliticità del sodalizio, coartato dai movimenti del fascio all’inizio degli anni Venti. 

E’ pur vero che un afascista conclamato come Attilio Tissi, che fece le sue più grandi imprese nelle Dolomiti assieme all’amico Giovannino Andrich, fascista della prima ora, fu posto a capo della Sezione di Agordo dallo stesso presidente del Cai Manaresi nel 1931, in virtù delle sue innegabili e ineguagliate doti di arrampicatore. Il Club alpino dal 1927 era sottomesso al fascismo. Venne infatti inglobato nel Coni, “che aveva espresso nel suo statuto un vincolo di piena sudditanza ai voleri del potere politico”. Così come le associazioni alpinistiche di lingua tedesca si integrarono nel nazismo con grande soddisfazione di Hitler che generosamente distribuì riconoscimenti ai fortissimi delle vette.

“Non solo il governo del Club Alpino Italiano era saldamente in mano agli uomini del partito unico, e le pubblicazioni ufficiali sempre più intrise della retorica del regime”, scrive oggi lo storico Alessandro Pastore, “ma lo stesso nome originario venne mutato con un regio decreto convertito in legge del 17 maggio 1938 in quello di Centro Alpinistico Italiano, e in conformità a tale decisione una circolare dispose che la carta da lettere riportasse un motto di Mussolini”. (Ser)

Il fascio comparve nello stemma del Cai.

Bibliografia

​MESTRE, Michel, Le Alpi contese. Alpinismo e nazionalismi, Centro di Documentazione Alpina, Torino 2000.

MOROSINI, Stefano, Sulle vette della patria. Prefazione di Alessandro Pastore. Franco Angeli, Milano 2009.

​MOTTI, Gian Piero e CAMANNI, Enrico (a cura di), La storia dell’alpinismo, Priuli & Verlucca, Scarmagno 2013.

​PASTORE, Alessandro, Alpinismo e storia d’Italia. Dall’Unità alla Resistenza, il Mulino, Bologna 2003.

​SERAFIN Roberto, SERAFIN Matteo, Scarpone e moschetto. Alpinismo in camicia nera, Centro di Documentazione Alpina, Torino 2002.

Mussolini ispeziona le truppe al Moncenisio. In apertura il Cervino in un’immagine d’epoca. 

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