Le vette del Duce e l’abbraccio soffocante del regime

Il centesimo anniversario della Marcia su Roma si può considerare oggi come un invito a fare i conti senza reticenze con il passato. E nel passato, in quel passato, spicca una montagna in camicia nera considerata dal regime come un possibile contributo all’elevazione della razza. Si parla poco o niente di montagna di questi tempi. I grandi giornali l’hanno rimossa ed è come se monti e valli del nostro paese, che più montano di così si muore, fossero scomparsi dall’agenda del governo appena insediato. Come stavano invece le cose un secolo fa? Attingendo alle pagine del libro “Scarpone e moschetto” di Roberto e Matteo Serafin (CDA Edizioni, 2002) di cui sono circolate poche copie anche per il mancato sostegno del Cai che certi scheletri vent’anni fa preferiva tenerli nell’armadio, può risultare interessante ricostruire la nascita di un turismo di massa sulle Alpi con il favore del regime e della sua propaganda. Ma si, quello stesso turismo oggi messo in ginocchio da avversità climatiche, spopolamento, crisi energetica, pandemia. E più che mai dalle “bollette di guerra”. 

Il tascabile uscito nel 2002. In apertura la Marcia su Roma nel 1922.

Forse ci si potrà accorgere leggendo il libro che nella società in camicia nera era prioritaria la scelta di adottare comportamenti utili a contrastare l’emergenza per certi versi simile a quella con cui oggi facciamo i conti. Consideriamo tuttavia che, fino all’aprile del 1943, quando cadde Mussolini, il Club alpino fu stretto in un abbraccio soffocante dal Regime. Venne nominato un presidente militare. Nel 1938 furono spietatamente applicate le leggi razziali e nelle sezioni si fece piazza pulita di iscritti ebrei. Sotto il regime venne anche fatta piazza pulita di tutte le associazioni alpinistiche. Il campo dell’alpinismo doveva avere un solo referente, il Cai. Qualcuno in vena di maquillage oggi ha forse rimosso questi aspetti del regime? 

Per fare un esempio, tornando alla Marcia su Roma, nell’ottobre del 1933, dodicesimo anniversario, fu il fascistissimo presidente del Cai Angelo Manaresi, detto il podestà delle altezze, a guidare la sfilata sulla via del Circo Massimo. “L’on. Manaresi che è in testa”, riportò la stampa di regime, “grida l’attenti a sinistra e i vecchi e i giovani scalatori di tutta Italia, in giacca a vento, passano con ritmo cadenzato inquadrati in modo superbo, volgendo il viso aspro e bruno verso il Duce che ammira lo spettacolo. La folla saluta con fragorosi applausi questa massa che ha veramente l’apparenza granitica delle montagne per cui sembrano balenare le nevi delle Alpi al cospetto del Palatino. E certamente l’eco di questa accoglienza deve avere fatto commuovere più di un cuore sotto la rossa casacca delle guide e dell’arrampicatore più intrepido”. 

Questa era l’atmosfera che si respirava e che l’aria sottile delle vette non contribuiva certo a rendere più respirabile.(Ser)

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