Letture / De Amicis nel bazar umano del Giomein

Nell’ultimo scampolo di Ottocento la montagna veniva considerata un grande libro aperto sulla natura come dimostrò la nomina alla presidenza del Cai milanese nel 1873 dell’abate Antonio Stoppani (1824-1891), una celebrità per merito de “Il Bel Paese”, opera divulgatrice dei fenomeni naturali italiani. Nell’Ossola un certo cavalier Giovanni Leoni detto Torototela era animato dalla volontà di divulgare le bellezze del territorio raccontando altresì la vita dei compaesani nelle “Rime ossolane”. Nella conca del Breuil Guido Rey ereditava intanto la passione per l’alpinismo dallo zio Quintino Sella, cognato del padre, e raccontava le sue ascensioni in opere letterarie tra le quali “Il Monte Cervino” uscito nei tipi della Hoepli nel 1904 e tradotto in varie lingue… 

In questo contesto storico e letterario dell’Italia umbertina qui sommariamente abbozzato con qualche esempio, Edmondo De Amicis scoprì l’incanto della montagna al Breuil lasciando ai posteri – una ventina d’anni dopo il celeberrimo “Cuore” (1886) – i suoi memorabili scritti di montagna in parte sullo sfondo del Giomenin, il grande albergo che si affaccia sul Breuil, alle pendici del Cervino. Questi incantevoli scritti sono stati da poco ripubblicati dalla Hoepli nella collana “Stelle alpine” diretta da Marco Albino Ferrari (“Nel regno del Cervino”, 121 pagine, 19,90 euro). Un grande evento editoriale, se così si può dire.

Il Giomein è stato l’unico albergo a disposizione per chi arrivava nell’alta conca del Breuil, un mondo incantato in piena Belle Epoque.

Al Giomein, quel massiccio chalet che ancora invade i pratoni tra Plan Maison e il Breuil, l’autore del “Cuore” approdò per farvi le vacanze in tre riprese, a partire dal 1902, e ne raccontò i fasti incontrando via via gli ospiti in buona parte inglesi. Lassù si arrivava scomodamente dopo tre ore a dorso di mulo da Valtournanche dove terminava la strada. Ma c’era anche la possibilità di farsi trasportare in lettiga da nerboruti montanari.

La vita in questi fiabeschi “bazar umani” in alta montagna (il Giomein, oggi diventato un residence, disponeva di cento posti letto che spesso si rivelavano insufficienti) riservava non pochi “incontri inattesi” come si legge nella copertina del volume che comprende un’introduzione di Enrico Camanni e i racconti “Nel regno del Cervino” (1902), “Alle falde del Cervino” (1906), “La mia villeggiatura alpina” (1907) e “La quercia e il fiore” (1906). 

Frequentando l’albergo insieme con il figlio alpinista Ugo, De Amicis ne illumina con brio il contesto sociale e culturale, descrivendo le abitudini di turisti e e montanari che in quegli anni gettarono le basi del mito del Cervino. Era un mondo già in parte descrittoo nel famoso “Tartarino sulle Alpi” di Alphonse Daudet e anche in appassionanti corrispondenze alpine dell’epoca. Ne facevano parte alcuni grandi alberghi diventati celebri. Arroccato come una fortezza su un’altissima rupe raggiungibile soltanto con un ardito ascensore, il Grand Budapest Hotel che diede il titolo a un bel film di Wes Anderson, fu uno degli emblemi del turismo alpino all’epoca. Le Alpi venivano considerate dallo scrittore inglese Leslie Stephens “playground of Europe”, un po’ come oggi luoghi di trastulli e bagordi. Sulla vetta del Rigi, in Svizzera, sorgeva il  Kulm dove nel 1880 approda uno stravolto Tartarino che ha modo di apprezzare quell’albergo “massiccio come una fortezza, vetrato come un osservatorio”.

Come in tutte le sue opere pedagogiche, De Amicis trasfonde negli scritti del Giomein, già pubblicati nel 1998 nella collana dei “Licheni” con la prefazione di Pietro Crivellaro, il suo rigore morale. Dapprima contrario ai soggiorni alpini, s’invaghisce in età ormai matura di quel piccolo mondo antico del Giomein che, a differenza dei grandi alberghi citati, appare al riparo da ogni modernità. Nel libro, il Cervino è sempre al centro della scena, onorato con i suoi scritti da Guido Rey la cui figura spicca tra i vip nullafacenti che si aggirano nell’Hotel Mont Cervin, come era stato ribattezzato il Giomein. Ed è quasi una fortuna che Rey muoia prima di assistere al sacrilegio della strada su cui si avventano le strombazzanti automobili provenienti da Valtournenche, prima che l’incanto del Breuil sia compromesso per sempre. (Ser)

Il Giomein, diventato poi Hotel Mont Cervin, rimase in attività tra alti e bassi fino alla fine degli anni ’60 quando venne inglobato nel complesso di un villaggio turistico.

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