Viaggi / Un imprevisto incontro con Buzzati

Emilio Magni racconta nelle pagine letterarie “Stendhal” del quotidiano La Provincia del 9 settembre di un viaggio che lo portò inaspettatamente a visitare la “fortezza Bastiani” in cui Dino Buzzati ambientò il celebre romanzo “Il deserto dei tartari”. Quel luogo gli sembrò familiare. Era infatti la cittadella scelta in Iran dal regista Valerio Zurlini per il film tratto dal romanzo. Per gentile concessione pubblichiamo l’appassionante racconto che Magni ha dedicato all’amico e collega Dino Biuzzati.

Ero andato in Persia per trovare Ciro il Grande, Alessando Magno, Serse, ma con mia grande e felice sorpresa ho incontrato Dino Buzzati. Senza accorgemi giunsi nel “deserto dei Tartari” e alla fortezza Bastiani, imponente cittadella l’avamposto che il  regista Valerio Zurlini scelse per il famoso film sul capolavoro letterario di Buzzati. Il giorno prima mi ero emozionato davanti all’enorme, massiccia tomba di Ciro che si alza nel mezzo di una landa arida e desolata, dove l’implacabile scorrere del tempo è segnato solo dall’allungarsi delle ombre del crepuscolo e l’agistarsi del vento è l’unico segno di vita. 

Avevamo pure ammirato Persepoli, Hisphan, Sciraz, la città delle rose e in altri mitici luoghi dell’antica Persia. Ci eravamo poi messi a vagabondare per le infinite pianure incolte dell’Iran orientale, verso il Pakistan e l’Afghanistan: per incontrare altre storie antiche. Informazioni vaghe davano la presenza dell’antica cittadella fortificata, una fortezza di nome Bam, costruita in epoca sassanide, prima del XII secolo e ancora in buone condizioni, tanto che la gente ha abitato in queste case di fango e di stoppia fino all’inizio del Novecento. 

Nessuno però mi aveva detto di Buzzati e  del film girato qui nel 1975 da un altro grande dell’arte italiana, Valerio Zurlini. Quando l’incombente profilo della fortezza si parò davanti ai nostri sguardi il mio intimo pensiero fu percorso da fremiti strani: improvvisamente stavo tornando a scampoli di una vita che già avevo vissuto, forse molto tempo prima? Oppure da poco? Quando? 

Impossibile era, al momento, la risposta. L’unica cosa certa era una sensazione forte di piacere, di godimento: come se quella fortezza, quel deserto arido fossero accompagnati da commozioni di cui certamente, in passato, avevo molto esultato.

Il mistero era enorme. Però in fretta fu sciolto. Un professore, un uomo di cultura, che ci accompagnava colse il mio sguardo pieno di stupore e di riflessi pieni di interrogativi. Capì subito. Irruppe con tre o quattro parole che per me furono come quando una diga non regge e una massa enorme d’acqua irrompe nella valle travolgendo tutto. 

Disse il “prof”: “Eh amico! La fortezza Bastiani, il  Deserto dei Tartari, Buzzati. Un grande film italiano. Non mi ricordo più il regista”.

Feci bloccare la camionetta “fuori strada” ed abbandonai la compagnia. Era stato programmato un bel pranzo di caratteristica cuicina persiana, appena saremmo giunti a Bam. Conoscevo già il menù (riso polō, con  molti ingredienti di carne e di verdure, poi  il chelō kabāb, lo spiedino con carne magra d’agnello, il pane croccante tarftān, poi frutta, tanta frutta, poi yogurt, tanto yogurt, fresco, dolcissimo) perché il solerte autista “tuttofare” già ce lo aveva annunciato. Ma lasciai perdere, rinunciai a quei bei mangiari e mi buttai dentro l’antica fortezza: alla ricerca dello spirito di Buzzati. 

Qui e in apertura due immagini della cittadella di Bam, in Iran, scattate da Emilio Magni: quassù il regista Valerio Zurlini girò in esterni “Il deserto dei tartari” (1976). A Buzzati è dedicato a Cernobbio (Como) dal 14 al 18 settembre 2022 il festival letterario “Presente Buzzati. Vita, opere ed eventi di uno scrittore moderno”.

C’era un gran silenzio intorno e un temporale incupiva il cielo dalla parte nord orientale: proprio là dove si allungava il deserto, si alzavano quasi timidi i monti dei Tartari. Dall’avamposto ogni tanto guardavo il deserto pieno di emozioni forti. Non  incontrai l’ufficiale di prima nomina Giovanni Drogo, tanto meno il capitano Ortiz, o il maggiore Zimmermann o qualcun altro dei personaggi che Buzzati creò nel suo “Deserto dei Tartari”. 

Mentre passavo nelle stanze, negli androni, sotto i portici, salivo e scendevo scale ripidissime pensavo al film. Mi rammentai che quelli erano i luoghi che avevano accolto un cast formidabile di attori: Jacques Perrin (il tenente di prima nomina Drogo), poi Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Jean-Louis Trintignant, Max Von Sydow, Fernando Rey, Romolo Valli, Laurent Terzieff.  

Il temporale si approssimò, poi improvvisamente l’oscurità intensa del cielo si diluì in pittoresche venature di rosa, di viola tenue, di azzurro carico. Il vuoto del deserto sembrava incombere ancora di più su questa fortezza millenaria della dinastia Sassanide. E a questo punto compresi che Zurlini non avrebbe potuto scegliere posto migliore, atmosfere più vere e reali, per ambientare quel grande sgomento che lo scrittore Buzzati aveva voluto esprimere davanti alla assoluta immobilità del tempo e delle cose, degli avvenimenti e delle situazioni, insomma davanti al vuoto, al nulla.

L’antica cittadella fu costruita per motivi bellici. Certamente i guerrieri che la difesero, al contrario del “Deserto dei Tartari”, non dovettero certamente vivere molte attese per trovarsi di fronte a orde di nemici. 

La gente vi abitò fino a cento anni fa, in case di fango, perfettamente aerate. Poi si traferì in abitazioni di mattoni e cemento costruite dal governo. Però si ammalò di tubercolosi E così tornarono dentro le mura di Bam: negli antichi più salutari ruderi. 

Rimasi a lungo sull’osservatorio dell’avamposto, da solo a scrutare il deserto. A un certo punto mi parve di vedere un puntino luminoso laggìù i fondo nei monti scuri: come racconta Buzzati. Poi sentii una mano posarsi sulla spalla. Era l’autista che non mi vedeva da ore. 

Emilio Magni

Dalle pagine letterarie del quotidiano La Provincia del 9 settembre 22

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