Letture / In viaggio con Moravia

Dall’aereo il mondo era bello e vuoto come i primi giorni della Creazione. Così almeno lo vide sessant’anni fa Alberto Moravia (Alberto Pincherle, all’anagrafe) nei suoi viaggi raccolti nel 1994 in un volume della collana “Meridiani”. Viaggi che in questa estate in cui il mondo sembra andare a catafascio valeva la pena di rileggere. “L’aeroplano scivola come una mosca sul vetro”, osserva il romanziere al quale non difetta la fantasia, “sulla superficie azzurra e scintillante del Pacifico”. 

Lo colpiscono i deserti lilla e gialli dell’Australia, le eleganti tappezzerie delle risaie della Tailandia, le livide tempeste di sabbia dell’India, le montagne scheggiate, nude, violette e zebrate di neve dell’Afganistan e dell’Iran. Ma quanto sono cambiate queste visioni in una sessantina d’anni, un’eternità per noi esseri umani, un lampo nella storia del nostro pianeta?

Nessun dubbio che i voli turistici riservino ancora sorprese piacevoli, come le trasferte in treno attraverso montagne e deserti che Michael Portillo oggi ci racconta su Raicinque tenendo in mano come un talismano un’antica guida turistica risalente alla fine del diciannovesimo secolo: dimostrazione lampante secondo Michael che il mondo non è del tutto cambiato e non sempre è cambiato in peggio. Basterebbe saperlo guardare nel modo giusto, sapere interloquire con chi ne conosce la storia senza basarsi su preconcetti e farsi paladini di regimi.

Lo stesso potrebbe dire forse Moravia se fosse ancora tra noi. Ma intanto godiamoci i viaggi della sua antologia (Meridiani, Bompiani, 1934-1994, 1824 pagine) condividendo con l’autore se lo riteniamo giusto una sua osservazione: il volo non è che un’astrazione, il vero viaggio è a terra, sul suolo, da una casa all’altra, da un giorno all’altro, come quando non si viaggia.   

In apertura, al centro, Alberto Moravia (1907-1990) durante un viaggio con Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. Lo scrittore fu candidato per 15 volte al Premio Nobel per la letteratura. Collaborò con La Stampa, Il Corriere della Sera e L’Espresso e fu un attivo, instancabile viaggiatore.
 

Altrove nel libro capita a Moravia di osservare che “l’immagine del mondo che riceviamo dipende dal nostro carattere e dalla cultura di cui siamo portatori”. Peccato che l’autore abbia talvolta qualche difficoltà a entrare in sintonia con le popolazioni che incontra. Poveracci che egli giudica come alieni con un pizzico appena dissimulato di colonialismo. Questa è, perlomeno, l’impressione che si ricava da una lettura forse affrettata. Importante è collocare i saggi moraviani in quegli anni del boom in cui molte prospettive risultavano alterate rispetto al nostro modo di pensare.

Lo riconosce del resto anche Moravia in un articolo del 1964 sul Corriere della Sera. “Siamo storicamente impreparati”, scrive, “a comprendere quello che potrebbe domani avvenire in Asia”. Ma poteva forse immaginare la tragica polveriera della Jihad, le minacce di Komeini? Gli bastò constatare “come le folle asiatiche, paragonate a quelle europee e americane, ci fanno sentire con grande evidenza quanto l’Occidente sia rimasto in fondo legato, nonostante tutte le modificazioni degli anni recenti, a una concezione della vita umanistica”. 

Non era certo un umanesimo a misura della sua e della nostra cultura ciò che Moravia si aspettava dalla visita in Nepal dove trovò che “il buddismo e l’induismo, erano ambedue nelle loro espressioni più esoteriche e più superstiziose”. Poco gli interessarono “i fantasmi candidi e torreggianti dell’Everest e dell’Annapurna”. Fu indubbiamente severo il suo giudizio sul regno delle nevi che è spesso al colmo dei desideri di noi viaggiatori del terzo millennio.

“Il Nepal”, scrisse Moravia, “ è un paese poverissimo, con un’economia di tipo feudale che non sembra consentire se non in misura molto limitata una trasformazione in senso moderno”. Morale? “Se non si mette riparo il Nepal scomparirà ben presto”, fu la sua previsione. Nessuna fosca previsione invece uscì dalla sua penna all’approdo nella Cuba di Fidel Castro. In un futuro non lontano Moravia immagina che Cuba possa diventare un centro culturale internazionale. Bando ai paradisi artificiali del dittatore Batista che flirtava con gli Stati Uniti… Moravia trova che con Castro tutto sovrabbonda. Tutto gli piace del castrismo o almeno lo fa credere. Nell’articolo pubblicato il 6 febbraio 1966 dal Corriere della Sera così descrive l’albergo Habana Libre dopo la “cura” di Castro: “Ci sono quattro bar, quattro ristoranti, un atrio vasto come quello di una stazione, due terrazze con orchestre per la danza, una con vista panoramica e l’altra con piscina, un gran numero di negozi…”. In questa rassegna che sembra tratta da un dépliant turistico non manca l’estatica, quasi sfacciata ammirazione per “una rivoluzione che si richiama ai principi del marxismo, cioè di una teoria politica che ha l’ambizione di rimettere l’uomo dentro la realtà”. 

Con il senno di poi, il sospetto è che nella sua problematica visione di un Occidente sottoposto all’epoca a violenti elettrochoc, Moravia meriti l’indulgenza del lettore di oggi. Come viaggiatore non c’è dubbio che sia un maestro dei cui scritti si raccomanda la lettura. (Ser)

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