Appennino / Quelle belve della Brigata Nera

“Una memoria che deve segnare profondamente la nostra anima” ha scandito don Enzo Manici, da 54 anni parroco della Val Boreca, in quell’area dove si toccano le province di Piacenza, Alessandria, Genova e Pavia. La memoria è quella Resistenza che l’ultimo sabato di agosto qui si celebra a Cerreto di Zerba, in un piccolo spiazzo a fianco della stretta strada che si inerpica sulle prime alture dell’Appennino. 

Qui un cippo ricorda il sacrificio di quattro partigiani uccisi il 29 agosto 1944: Angelo Aliotta, detto Diego, anni 39, comandante della 51.ma Brigata Garibaldi; Virginio Arzani , detto Kikirikì, anni 22, Andra Busi, detto Silurino, anni 18, Sasin Mieczyslaw, polacco, detto Cencio, anni 24. Erano stati feriti nella battaglia di Pertuso del 22 agosto e i compagni li stavano portando all’ospedale partigiano di Ottone, in Val Trebbia, quando ebbe luogo un massiccio rastrellamento che interessò tutta l’area del Basso Alessandrino. 

Furono trucidati con il lancio di bombe a mano da una Brigata Nera genovese che aveva ottenuto dai tedeschi la consegna dei quattro prigionieri. 

Il sindaco di Vuguzzolo, Giuseppe Chiesa, quello di Zerba, Piero Rebolini, e il presidente ANPI di Viguzzolo hanno commemorato anche quest’anno il sacrificio di questi quattro giovani, portando anche il saluto di Carlo Taverna, 102 anni, l’ultimo partigiano ancora in vita tra le migliaia che combatterono in queste valli. 

Il cippo che ricorda il sacrificio dei quattro partigiani trucidati dai fascisti con il lancio di bombe a mano.

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