L’invenzione della “zona di tolleranza”

Esiste una “zona di tolleranza” intorno a una cima che consente di poter dire di averla raggiunta senza aver calcato il punto più alto? Le affermazioni di Eberhard Jurgalski e degli altri “8000ers” sono state liquidate come ridicole da molti, Messner compreso, ma hanno aperto un dibattito che nasce agli albori dell’alpinismo ed è destinato a durare. Se ne discuteva alla fine dell’Ottocento nelle pagine della Rivista del Cai e non esistevano certo i tracciati GPS delle salite. L’alpinismo era basato sulla fiducia. Punto. E’ giusto oggi togliere la fiducia ai collezionisti di ottomila? Niente di nuovo sotto il sole dunque. Sull’argomento intervenne il 22 giugno 2016 su richiesta di mountcity.it Paolo Paci, giornalista e scrittore, direttore di Meridiani Montagne, autore di manuali di alpinismo, volumi fotografici e libri di viaggio. Proponiamo qui in reloading lo scritto dell’amico Paci che risulta di evidente  attualità.

Una questione di fiducia

Ma per Giove, l’alpinismo è sempre stato una questione di fiducia e portarlo nei tribunali di giustizia come nel caso Bonatti o nei tribunali mediatici come nel caso Steck non è mai carino. E poi, l’avete visto Ueli Steck ripreso dall’elicottero sulla Nord dell’Eiger o sulla Nord del Cervino? A uno così non volete credere? Allora tanto varrebbe non credere a nessuno, a partire da Jacques Balmat sul Bianco, che non ci porti a valle una certificazione notarile della sua impresa. Non sono d’accordo con Dauer, che pure è bravissimo. Ma probabilmente non ne so abbastanza.

In effetti, mi sento più ferrato in letteratura che in alpinismo. E allora ricorro al vecchio Daudet. Ci sarebbe stato il suo capolavoro senza le bugie di Tartarino? Il barone di Münchhausen avrebbe mai viaggiato su una palla di cannone? E Gulliver, ci avrebbe mai fatto conoscere i giganti di Brobdingnag? E in alpinismo, quanti best seller sarebbero stati best seller senza qualche piccola, innocua, folcloristica esagerazione?

Mi chiedo se sia più importante l’alpinismo o la narrazione dell’alpinismo, senza la quale l’alpinismo nemmeno esisterebbe. E ogni buon romanziere lo sa: la fiction deve essere interessante, altrimenti non la compra nessuno. I GPS e gli altri marchingegni invocati come giuria giudicante, promettono di portare nel mondo delle scalate una piatta verità che, come lettori e spettatori, ci interessa poco. Di ridurre il mito a crampo muscolare, di uccidere il mistero. No, no, datemi retta. Meglio un Tartarino di troppo (tanto le bugie hanno le gambe corte, e gli sponsor memoria lunga!) che un alpinismo senza narrazione.

Paolo Paci

Una coppia di alpinisti alla fine dell’Ottocento. In apertura Gabriele Boccalatte, al centro, con due compagni di cordata negli anni Trenta.

One thought on “L’invenzione della “zona di tolleranza”

  • 15/08/2022 at 16:27
    Permalink

    Perchè alcuni alpinisti hanno ripetuto LA CIMA, MA VERA, ed altri se ne fregano? Sono tutti senza peccato?

    Reply

Commenta la notizia.