La ferraglia che mortifica le nostre montagne

La campagna “Basta ferrate” di Mountain Wilderness contro il proliferare delle vie ferrate sulle pareti delle nostre montagne ha suscitato un previsto, animato dibattito  “In fondo è un po’ che anche noi di “Fatti di montagna” sosteniamo che per il bene della montagna e del suo ambiente bisogna smettere di aggiungere”, è il commento di Luca Serenthà sul sito “Fatti di montagna” che da tempo coordina. “Ma alla lunga anche per il bene del turismo che così si pensa di creare e far crescere all’infinito. Un turismo sano per il territorio (e la sua economia) non può sostenersi su aggiunte e crescita infinita perché si rivelerebbe un boomerang, un danneggiare quel valore che rende attraente il territorio.  É ora di iniziare a togliere”

A scopo dimostrativo due/tre attivisti di Mountain Wilderness hanno percorso ferrate particolarmente rappresentative esponendo uno striscione con la scritta “basta ferraglia, basta nuove ferrate”. Fotografato lo striscione, lo hanno rimosso e hanno proseguono la salita. Le fotografie sono state condivise sul sito e i social di Mountain Wilderness, inviate alle redazioni dei giornali, dei siti di informazione e delle testate che si occupano di montagna. L’obiettivo è quello di stimolare la riflessione attraverso la condivisione dei motivi della azione.

“Perché continuare a fare ferraglia anziché disfare l’esistente?”, si è chiesto a sua volta Michele Comi, guida alpina e ambientalista vicino alle istanze di MW. E’ sotto gli occhi di tutti il messaggio imbonitore che viene dalla montagna non solo con la ferraglia delle ferrate, ma anche anche con le panchine giganti e i sempre più diffusi ponti tibetani sospesi sugli abissi. Altra ferraglia in quantità industriali. 

Solo sulle Dolomiti si contano circa 150 vie ferrate; alcune hanno una valenza storica o paesaggistica riconosciuta, la maggior parte sono nate a scopo turistico o sportivo. 

“È importante sottolineare”, spiega ancora Serenthà, “che non si sta dicendo che non si debba interagire e all’occorrenza anche modificare l’ambiente. Donne e uomini lo hanno sempre fatto in un’alleanza che dura da millenni e ci ha consegnato i paesaggi che tanto amiamo. 

“Organizzare lo spazio attorno a noi sulla base di categorie culturali, nelle loro manifestazioni materiali e simboliche, è sempre stata una nostra prerogativa, Fondamentale sono però l’atteggiamento di alleanza e la sensazione di interdipendenza. Quando vengono a mancare si sfocia in una relazione predatoria nei confronti dell’ambiente e si passano quei limiti che esistono anche a volerli ignorare. Sì perché molto spesso è questione oltre che di significato anche di numeri. Ed è così anche per le vie ferrate”.

“Anche se le prime sono apparse a fine 800”, continua Serenthò, “,il primo impulso alla loro diffusione è stata la Prima guerra mondiale, in quanto dovevano servire per agevolare il raggiungimento da parte delle truppe dei luoghi più impervi. Insomma, non esattamente uno scopo edificante. Successivamente, nel secondo dopoguerra, iniziò l’opera di ripristino e recupero di quelle vie ferrate per renderle turisticamente fruibili. Una via ferrata può, come un sentiero, avere anche un significato di memoria storica, come quella legata alla guerra, ma anche a certi paesaggi culturali, vie storiche, contrabbando, alcuni paesaggi industriali e via dicendo. Ma i numeri sono importanti e la proliferazione non può essere giustificata da questo. Con gli anni ’80 il modo di intendere la ferrata è cambiato in sintonia con il cambiamento culturale in corso e sono diventate di fatto palestre avulse da ogni motivazione storica. E infine sono arrivate le Vie ferrate “alla francese”, più corte, meno impegnative fisicamente, anche nell’avvicinamento, e aventi la ricerca dei passaggi mozzafiato come fine.

Alcuni percorsi, per lo più sentieri attrezzati, sono diventati dei classici, ormai appartengono al patrimonio della montagna; la maggior parte delle ferrate esistenti sono state invece realizzate per aumentare la frequentazione di pareti spesso riservate alla pratica dell’alpinismo e del tutto innaturali per l’escursionista, senza troppo curarsi dei risvolti legati alla tutela e al modello di frequentazione degli ambienti attraversati.

Per concludere, l’antropizzazione forzata e innaturale degli spazi occupati dalle ferrate ne soffoca irrimediabilmente la vocazione. E’ a questo che aspirano i nuovi profeti del turismo alpino?.

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