Un “santuario naturale” fra i tralicci della Sky Way

“Un luogo puro, genuino, ancestrale, con una potente energia ispiratrice”. Così viene presentato il “santuario naturale” ospitato alla stazione del Pavillon dell’ipertecnologica funivia Sky Way a Courmayeur. Suscita in realtà qualche perplessità questa misticheggiante innovazione anche se tutti si augurano che, al di là dello scenario da luna park, grazie a questo  presunto santuario “l’essere umano trascenda la sua condizione terrena, e tra le cime del Monte Bianco il corpo e lo spirito si elevino”, come si legge nelle promozioni turistiche. 

L’inaugurazione del “santuario” è fissata per domenica 26 giugno in diretta streaming dalla stazione intermedia di Pavillon a 2.173 metri, ai piedi del Monte Bianco. Lì è stata installata l’opera di Donato Savin, artista di Cogne: due steli di pietra, trovati durante le sue uscite nelle valli laterali valdostane. Per inaugurare tale inatteso “santuario naturalistico” è stato invitato Daniel Lumera, docente e riferimento internazionale nell’area delle scienze del benessere, della qualità della vita e nella pratica della meditazione. Il biologo nell’occasione sarà impegnato con la meditazione ‘Monte Bianco Montagna Sacra – Monte Bianco Montagna Gentile’. 

Particolare da sottolineare. Mentre la celebrazione del centenario del Parco del Gran Paradiso riserva questa estate il configurarsi di una montagna scelta ad hoc quale sacra e inviolabile, il fondato sospetto è che il marketing legato alla Sky Way non abbia voluto essere da meno calcando a sua volta il tasto del sacro.  Proprio per riconoscere il “santuario”, conferendogli il significato di luogo fisico per la meditazione e la spiritualità ai piedi del Monte Bianco, vengono opportunamente ospitati al Pavillon i due citati “steli” di Savin, opere radicate al territorio che rimandano a una montagna fantastica. 

Savin riferisce di avere ridotto al minimo gli interventi sulle sue sculture perché sia il linguaggio della pietra a parlare, legato a un tempo lontano ma che racconta la storia della montagna. Come tutte le persone abituate a vivere in stretto contatto con la natura, l’artista si definisce un abile osservatore. Del paesaggio, degli animali, delle sue montagne. Solo così si può spiegare la sua attenzione nella scelta dei monoliti e dei particolari su cui intervenire. Va da se per concludere che i due “steli” nel protendersi verso il cielo riaffermano di volta in volta la loro provenienza. I verdi acidi dei licheni si mescolano e contrastano con le venature, la porosità della pietra, le sue lievi asprezze, i solchi sottili ci raccontano la composizione minerale della roccia. Così le pietre della Valle d’Aosta, luogo di vita e di lavoro di Savin, si trasformano ancora una volta come già è stato notato in questo sito in figure femminili eteree e sognanti, evocando luoghi lontani, atmosfere sospese, costumi esotici, abiti sontuosi. Buoni motivi per giustificare una visita al Pavillon (Ser)

Commenta la notizia.