Il grande giornalismo di una storica “penna nera”

“Ogni occasione è buona”, scrive schifato un lettore di MountCity, “per gettare fango su tutto quello che viene assimilato alla cultura più conservatrice. Prima di urlare alla tragedia aspettiamo di sapere la verità”. Si riferisce ovviamente al dramma vissuto in questi giorni dagli alpini per l’immagine offerta con il loro becero comportamento all’Adunata di Rimini. L’occasione più che altro è buona come sostiene Michele Serra, per “dealpinizzare” il problema, legato soprattutto al “concentrarsi di migliaia di maschi in un clima di vacanza cameratesca, con la bottiglia come totem“. Peccato che non si accenni mai alla dealcolizzazione che, come ha riportato più volte MountCity, fu al centro di una campagna delle penne nere nel 2017 al grido di “basta bear bauco”rivolto ai bauchi (babbei) che hanno la bottiglia come totem e si comportano di conseguenza.

Questo particolare non toglie, ci mancherebbe, anzi accresce la più assoluta ammirazione per il ruolo degli alpini durante le missioni nei Balcani, in Afghanistan e altrove, e per gli interventi delle truppe alpine e dell’ANA dopo la catastrofe del Vajont e i terremoti dell’Irpinia, dell’Aquila e di Amatrice. L’occasione è buona invece per ricordare come è già stato fatto in questo sito, un valoroso collega giornalista e ufficiale degli alpini, Egisto Corradi (1914-1990) del quale la Fondazione Corriere della Sera ha raccolto e pubblicato i reportage (1945-1974) in un volume curato da Franco Contorbia. Corradi fu definito  “un grande giornalista, un gigantesco cronista e un intrepido inviato che non ha mai rinunciato all’umiltà, che dovrebbe essere la stella cometa del nostro lavoro”. 

Chi qui scrive ha avuto l’onore di conoscere Corradi ai tempi in cui entrambi si lavorava in via Solferino, ha diviso con lui e con altri colleghi un piatto di minestra alla mensa aziendale, ha ascoltato i suoi racconti. L’indimenticabile Gian Mario Maletto discuteva con lui di calcio e di vini. Una ragione in più per ritenere imperdibili i Reportages 1945-1974 di Egisto Corradi della Fondazione Corriere della Sera. In questo libro c’è davvero molto, se non tutto di Egisto, emiliano verace e soprattutto generoso al quale la sua Parma ha dedicato una piazza: uno che aveva il pregio di consumare le scarpe, requisito indispensabile per ogni bravo giornalista.

Le pagine del libro sono un tuffo nelle vicende del passato, ma l’autore sembra accompagnare per mano anche i nuovi lettori: dalla Trieste liberata all’alluvione del Polesine; dalla tragedia del Vajont all’Ungheria piegata dai carri armati sovietici; dalla Praga di Alexander Dubcek, umiliata dalle truppe del Patto di Varsavia al Medio Oriente delle guerre e delle suggestioni. Fino all’Estremo Oriente, al Vietnam che l’inviato del Corriere ha molto amato. 

Egisto Corradi (1914-1990)

Aneddoti? Una sera, dopo una giornata da brividi, trascorsa su un elicottero americano in missione contro i vietcong, Corradi torna in albergo. È stanco, va al bar e comincia a raccontare la sua giornata, per poi comunicare ai colleghi: “Stasera sono troppo provato. Scriverò domani”. Ma qualcuno, l’inviato di un altro giornale del Nord che quel giorno non si era mosso dall’albergo, ascolta avidamente, pronto al “furto”. Torna in camera, scrive attribuendosi il racconto di Corradi, e lo invia. 

La mattina dopo, Egisto chiama il direttore e gli spiega che cosa scriverà. Si sente apostrofare malamente: “Ma dove sei stato, ieri? Questa storia è già stata pubblicata stamane”. Il generoso, ma furibondo collega chiama il direttore del giornale concorrente, e gli racconta quanto è accaduto. “Io quello lo licenzio”, è la secca risposta. Ma Egisto è un uomo profondamente buono, e gli chiede di lasciar perdere. Bisogna essere veri galantuomini per reagire signorilmente alla pusillanimità. E questo non dovrebbe forse essere un requisito delle penne nere?

Un altro aneddoto per concludere. Corradi, che ha fatto parte come ufficiale degli alpini del corpo di spedizione italiana sul Don (imperdibile è il libro La ritirata di Russia di mio padre, Egisto Corradi, scritto da sua figlia Marina ed edito da Mursia), amava la montagna e non si è fatto pregare quando il direttore del Corriere lo ha mandato, nel 1961, a Courmayeur per raccontare sul Corriere d’Informazione del 17-18 luglio la sciagura del Pilone Centrale dove hanno perso la vita quattro alpinisti. 

“Un quarto d’ora dopo il suo arrivo”, scrive Corradi, “Bonatti era disteso sopra un divano di casa sua. Gli occhi gli lacrimavano abbondantemente. ‘Povero Oggioni!’ ripeteva ogni tanto. Tre medici lo andavano visitando. ‘Sto bene’, diceva poi a tratti. In realtà, nel discorrere piuttosto confuso che Bonatti faceva, affioravano brevi lampi di vaneggiamento. ‘Eravamo lì, in cordata. Avete visto il francese? Si, si, posso mangiare di tutto’. A un certo momento Bonatti disse: ‘Peccato. Bastava mezza giornata di bel tempo per giungere in cima’. Poi disse ancora: ‘Siamo stati colpiti dalla folgore’. E aggiunse: ‘Chissà se troveranno quelli che sono rimasti su’. 

“Ci fu, a questo punto, qualcuno che si premurò di informare i giornalisti presenti che in nome di Bonatti era stato firmato un giorno prima un accordo per la cessione in esclusiva del resoconto della vicenda a un settimanale. L’importo per la cessione esclusiva del resoconto è assai ingente. Più tardi si seppe che la medesima somma verrebbe devoluta da Bonatti ai famigliari del suo compagno Andrea Oggioni”.  

Fin qui Corradi. Talvolta un particolare fil rouge accomuna alpini e alpinisti e questo è un buon motivo per evitare di “dealpinizzare” genericamente come, se si è ben capito, vorrebbe Michele Serra. Ovvero di buttare via il bambino con l’acqua sporca. (Ser)

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