Pedagogia della montagna tra realtà e utopia

“A te si giunge solo
attraverso di te. Ti aspetto”
(Pedro Solinas
in “La Voce a te dovuta”)
Beppe Guzzeloni conclude qui la sua riflessione sulla pedagogia della montagna svolta in varie puntate in questo sito. “Pensieri e parole buttate lì”, spiega, “su uno schermo del computer. Con uno sforzo che si augura di essere poetico e utopico e che mi ha fatto sognare e immaginare una trasformazione. Ne avevo bisogno. Pensieri che restano in me come opportunità di provare a inoltrarmi in nuovi sentieri di senso che attivino scelte e comportamenti che trasgrediscano l’ovvio e del ‘si fa sempre così’. Utopia? Certo”. Si ferma qui l’amico Beppe, istruttore di alpinismo ed educatore, con i versi di Solinas, con una piccola modifica: ‘A te si giunge solo attraverso di te: aspettami, montagna!’ 

“E’ da tempo che sono partito…

E vado oltre restando fedele al mio fermarmi”

Nelle ultime (penultime?) riflessioni sulla montagnaterapia, da me intesa come pedagogia della montagna, scrivevo che la poesia ha la forza necessaria per recuperare le parole che ci mancano e che ci costringe ad un continuo sforzo di pensiero, di scrittura, di scavo nei meandri, per ritrovare il senso musicale (U. Saba) come naturale armonia che è insita in ognuno di noi. Da qui la pedagogia della montagna come cammino utopico dove l’utopia è concepita come scoperta, come cammino di ritrovamento di noi stessi. L’utopia e la speranza non sono dunque il regno dell’impossibile ma quello del “non ancora”, sono continuamente esposte al rischio e all’incertezza e richiedono impegno costante nella comprensione della realtà sia di azioni nella realtà che esprimano il coraggio di assumere come modello un nuovo rapporto quotidiano uomo-natura. È forse la montagna quel luogo che ci può offrire l’opportunità di scrivere, ognuno di noi, la sua poesia come sguardo utopico attraverso il quale, periodicamente, sentiamo il bisogno di affacciarci al suo punto di scopertura? E il più delle volte è avvicinandoci al segreto delle cose, ma soprattutto delle persone che non hanno storia o nome, che si riesce a percepirsi a propria volta senza nome e senza storia: a toccare la notte ed essere la notte stessa. Come sempre la profondità è nella superficie delle cose.

Beppe Guzzeloni

“L’utopia è un bisogno radicato nell’uomo: vi è nella coscienza della persona umana un’inquietudine che nessuna riforma e nessun benessere materiale potranno mai placare”, scriveva Ignazio Silone. Il termine utopia, come sentimento puramente umano, è stato un altro nome per definire l’irreale, l’impossibile, un sogno fantastico o un’estrema speranza, ma presuppone una forte tendenza etica: una vera e profonda passione umana. La montagnaterapia come sguardo pedagogico e come risorsa spirituale verso un cammino verticale che investe l’etica dell’andare in montagna come scelta personale e come proposta terapeutica per una nuova dimensione sociale dell’aver cura e del prendersi cura.

E’ noto che l’origine del termine utopia risale a Tommaso Moro, un termine dalla doppia valenza: ou-topia (luogo che non c’è) ed eu-topia(luogo felice) e cioè un luogo felice che non esiste. Connotazione visionaria e lontana dalla realtà, ma che consente all’uomo di decidere di cercare di superare le difficoltà legate all’imperfezione della propria condizione, immaginando uno stare nella società e in montagna in un modo rinnovato e sostenibile. Quindi l’utopia come progetto, come immaginazione e desiderio di realizzare una salita ritenuta, forse, impossibile; utopia come avvio di un percorso alimentato dalla speranza visionaria del possibile. “Il principio speranza” di Ernest Block che non fugge nell’irreale, ma valorizza le possibilità oggettive insite nel reale non rinunciando mai a credere per poterlo intuire e vivere con gli occhi della mente.

La montagnaterapia, come utopia contemporanea, come ricerca di una vita autentica agendo nella storia per aprire strade di speranza, verso la costruzione di progetti non illusori ma delineando possibilità di certezze che superino il disagio, l’insicurezza e il senso di precarietà. La montagnaterapia come “visibilità” intesa, non come pronunciamento dell’Io, ma come volo di un messaggio, come proposta di cambiamento. La montagnaterapia come proposta per l’oggi che guarda all’orizzonte: più si avvicina, più si allontana invitandoci al continuo cammino, all’oltre. Pensare la montagnaterapia oggi è riflettere sul significato delle condotte a rischio degli adolescenti che contengono una domanda dolorosa sul senso della vita. Esse sono modi per forzare il passaggio abbattendo il muro di impotenza che si avverte. Sono il tentativo di uscirne, di guadagnare tempo per non morire perché si vuole vivere. E sono volutamente trasgressive. La trasgressione è una fabbrica dell’impossibile e della ricerca del “totalmente altro”. Ci si mette in una posizione pericolosa in modo deliberato, si conoscerà la paura, si sperimenterà a proprio rischio la possibilità di sconfiggerla o di essere sopraffatti, ma con la forte speranza di uscirne vivi e più forti rilanciando una possibile trasformazione di senso del vivere. Sì, la montagnaterapia diventa azzardo pedagogico, sguardo ulteriore dentro se stessi e verso il mondo, invito a rompere gli schemi.

La montagna non ha nulla di umano, è un luogo in cui è difficile vivere, a volte pericoloso, perfino impossibile. E l’uomo vuole umanizzare la natura, non soltanto quella vivente, per sentirla più vicina, meno ostile o possibile da affrontare. La sacralità della montagna appartiene al regno della paura o del mistero, dell’elevazione. L’inospitalità appartiene ai nostri interrogativi. In montagna apriamo la porta su un mondo sconosciuto e ci appare una sorta di miracolo: veniamo invasi dai sentimenti più disparati, ci riempiamo di idee e di curiosità, sogniamo imprese che magari incutono paura e ci dissetiamo alla fonte della necessità di osare e rischiare.

Io trovo il senso di camminarla, la montagna, arrampicarla, guardarla comunque. Non c’è altro che mi attira, a volte anche senza una meta, a volte senza raggiungere una meta prescelta, se non la motivazione di andare in montagna e basta. Ma andarci con il gusto di vivere l’impotenza davanti a lei e tale sentimento equivale a una bellezza smisurata. Forse anche questo è montagnaterapia. E dico questo perché la montagna di abitanti, alpinisti o viaggiatori (non turisti) o poeti ha un senso diverso con l’uomo. Bisognerebbe spiarla senza di noi, operazione impossibile se non attraverso un corridoio del tempo che ci porti al passato. L’uomo accumula ricchezza effimera, ne ha bisogno. Non può bastarsi. Ecco, la possibilità che tale ricchezza non resti effimera ma possa essere eredità per il futuro, è l’utopia cui deve tendere la poesia del verso pedagogico che si chiama montagnaterapia.

Le montagne, prima di essere conquistate fisicamente, devono essere conquistate culturalmente. Che piova o nevichi, che splenda il sole o soffi il vento, a piedi o con gli sci, arrampicando o a cavallo di creste, la montagna va vissuta in ogni suo aspetto con molta considerazione. L’andare in montagna per me è dare vita ai pensieri, perché salire significa generare. Nel silenzio cerco la solitudine, che è dentro di me, e che mi aiuta alla comunicazione con l’altro. Forse, in montagna, vado oltre me stesso per andare verso l’altro, in cerca non di avventura ma piuttosto ricerca di armonia tra uomo e natura. E questo è montagnaterapia intesa come luogo di incontro tra montagna e persona umana.

          Beppe Guzzeloni

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