Addii / La Val Vigezzo orfana di Benito 

È mancato in aprile in Val Vigezzo lo scrittore e giornalista Benito Mazzi. Per trent’anni fu editore e direttore del settimanale locale “Eco Risveglio”, nato nell’immediato secondo dopoguerra come testata laica. Mi fu maestro ed amico e mi offrì l’occasione di muovere i primi passi nel mondo della carta scritta. Mi diceva: “Vedi, un giornale di provincia è una palestra, se hai gambe vai avanti, altrimenti rimani qui. Ma il giornalismo si impara sulla strada, guardando negli occhi la gente.” Così per la letteratura. 

Oltre che giornalista onesto, fu grande scrittore, paragonato a Cesare Pavese e fra i grandi della letteratura piemontese. Raccontò, attraverso la lente della sua valle, i cambiamenti di un’Italia che da paese contadino stava diventando industriale e, per le Alpi, turistico. Il suo capolavoro fu “La formica rossa”. Mi disse un giorno: “Uso il dialetto per raccontare quello che l’italiano non può fare, perché l’espressione dialettale è la lingua del mio mondo.”

Vi offro una pagina del libro, tra il gramelot di Dario Fo e i sogni onirici di Federico Fellini, come omaggio alla statura intellettuale di un amico scomparso. 

“Cacciava trische il trio del Carlin la domenica sera dal Pol. Il figlio del Mericano, incurvato a virgola sulla barbonica, ci dava dentro a patavèrta. Il Pinoia, il volto nascosto sotto il cappello nero della festa, il mento inchiodato nel pozzetto del collo, accompagnava con la chitarra di sua fabbricazione. Ed era talmente preso che non s’accorgeva quando la suonata finiva proseguendo da solo col suo zum-pappa-zum.

Il Bai, in piedi, l’orecchio incollato al violino, costituiva un tutt’uno con lo strumento. 

La conosceva la musica il Bai, era l’unico dei tre a leggerla speditamente ma, dopo vent’anni che non toccava più l’archetto, s’era un po’ ingrippato e dentro per dentro gli scappava qualche gemito mal camuffato dal frastuono dell’osteria. Il cavallo di battaglia dei tre era “La formica rossa”: 

E la furmìa rusa 

la rampia su pai mir 

cun la camìsa cürta 

la mustra tut ul cül.

Il Pol con la sua canàpia sempre ingrignosa genava i presenti, ma come prendeva il giornale sul tavolo e gli occhiali dal tiretto della cassa avviandosi sbuffando ai cubi, il movimento cambiava da così a cosà. Il Luganiga si scatenava a zompare da solo tra sedie e tavoli, l’Andre si univa al Pinoia nel tenere il tempo sbattendo tra loro due cucchiai, e il Carlin, tra un valzerino e una marcia, sparava barzellette talmènt spùurch da far sussultare l’Anita che cignoccava dietro la stufa. La Giuanina del Bai tribbiava che voleva rincasare e supplicava il marito di muccarla li: “Suona l’Addio, crispulina, andiamo a letto, sono le undici passate”, ma la sua voce si perdeva tra i cori belanti degli ubriachi che a una cert’ora crescevano come funghi”.

Il Benito ha scritto tanto di tanti: i contrabbandieri, gli spazzacamini migranti, le maestre di scuola, ciclisti e pugili, boscaioli e alpigiani. Tanti editori lo hanno pubblicato e in più lingue del mondo, perché uguali sono le fatiche e i dolori, le gioie e le tristezze degli uomini. Ma sempre un canto e un bicchiere ci fanno sentire meno soli. L’ultimo scritto per Almanacco Storico Ossolano 2022 si intitolava: “Alla salute, a un mondo migliore”. Un commiato? Ti vedo, guardare pensieroso un tramonto d’autunno sui boschi della tua valle.

Paolo Crosa Lenz

da Lepontica numero 19

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