Letture / Hans Ertl, vagabondo con la cinepresa

Conquistatori dell’inutile? No, semplicemente “Bergvagabunden”, vagabondi delle montagne assetati di conquiste com’era (anni trenta o giù di lì) nello stile della “Scuola di Monaco” di cui fecero parte pezzi grossi come i fratelli Franz e Toni Schmid, Emil Solleder, Anderl Heckmair e Hans Ertl: scalatore quest’ultimo, cineasta e autore delle pregiate pagine dell’autobiografia “Vagabondi delle montagne. Le avventure senza confini di un alpinista tedesco” che finalmente esce in Italia edito da Hoepli (“Stelle alpine” 168 pagine, 22,90 euro). Un evento quasi epocale in questa collana diretta da Marco Albino Ferrari se si pensa che il libro ha “vagabondato” per un’ottantina d’anni sugli scaffali di tutto il mondo senza che mai qualche editore si degnasse di pubblicarlo in Italia. 

Pubblicata in Germania nel 1937, l’autobiografia è ora tradotta in Italia da Maria Antonia Sironi alla quale si devono, tra i tanti scritti, le traduzioni dei libri di Kurt Diemberger, altro vagabondo di classe salito qualche anno più tardi di Hertl alla ribalta dell’alpinismo. Un importante contributo alla riuscita di quest’opera l’ha fornita anche Paolo Ascenzi, storico, scienziato, specialista in ricerche biografiche oltre che autore d’importanti opere sulla storia dell’alpinismo.

Hans Ertl (1908-2000). Nella foto d’apertura è con Leni Riefenstahl (1902-2003).

Ertl racconta delle pietre miliari della sua vita: i mesi trascorsi nell’Artide in Groenlandia, tra scalate e riprese cinematografiche; la spedizione nell’Himalaya, durante la quale raggiunse un settemila nel Karakorum, la più alta cima fino ad allora conquistata. Un’ampia introduzione di Marco Albino Ferrari colloca l’autore nel suo tempo, raccontando i retroscena di una vita turbolenta (per esempio l’amore con la regista del Regime Leni Riefenstahl) e completando la storia negli anni successivi all’uscita del libro. 

In appendice trovano spazio i documentari della grande olimpiade sulla neve e nel gigantesco stadio di Berlino, quando la cinepresa era manovrata dalle mani esperte di Ertl; il lavoro da pioniere nei primi film a colori tedeschi e i reportage video e audio provenienti da paesi lontani; le avventure sulle Ande della Bolivia e della Patagonia. 

Particolare curioso. E’ anche un alpinismo intriso di mondanità quello di cui Ertl diventò esponente illustre d’anteguerra finché non decise di dedicarsi soltanto al cinema. Si apprende dalla sua autobiografia che certi protagonisti di scalate epocali come la nord del Cervino compiuta dai fratelli Schmid venivano “soffocati da amici e curiosi, rapiti dai giornalisti e perseguitati dai fotografi” . E non di rado questi idoli elargivano in esclusiva ai reporter poco innocenti fandonie al solo scopo di incassare qualche spicciolo in più, procedura da cui non furono esenti altri protagonisti di mediatizzatissime imprese. E qui è meglio non fare nomi.

Ad Ascenzi si deve, a conclusione del libro, una cronologia della vita di Ertl tra montagne e cinema, dai primi vagiti nel 1908 a Monaco di Baviera, alle riprese del celebre “Olympia” nel 1936 quale direttore della fotografia accanto alla regista Leni Riefenstahl che fu il suo amato bene, alla scomparsa nel 2000 in Bolivia dove la sua dimora per chi non lo sapesse è diventata un museo. (Ser)

L’autobiografia venne pubblicata per la prima volta nel 1937. In apertura Hans Ertl e Leni Riefenstahl, durante le riprese di “Olympia” nel 1936.

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