Archivi ritrovati / D’Annunzio jr, un raccomandato di ferro

Era un uomo austero ma fu amico di D’Annunzio. Questo si leggeva nel settimanale La Lettura del 27 dicembre 2021 a proposito di Luigi Albertini, il direttore che fece decollare il “Corriere” di cui fu dal 1900 al 1921 alla direzione senza smettere di proporsi come strenuo oppositore del fascismo. Un tono di velato rimprovero sembra che venga suggerito da quel “ma” avversativo, inserito nella frase “ma fu amico di D’Annunzio”. D’altra parte, come suggerisce il titolo del sevizio a cura di Antonio Carioti, l’epopea di Albertini si colorò non solo di virtù ma anche di contraddizioni. 

L’occasione è fornita da un doppio anniversario per Luigi Albertini. Lo scorso 10 ottobre era il centocinquantesimo anniversario della nascita, il 29 dicembre ricorreva l’ottantesimo della morte. A discutere sull’opera del direttore che portò il “Corriere della Sera” al vertice della stampa italiana sono stati convocati da “La lettura” Simona Colarizi a cui si deve il libro “Il Corriere nell’età liberale” (Fondazione Corriere della Sera- Rizzoli, 2011) e Pierluigi Allotti, coautore con Raffaele Liucci del saggio “Il Corriere della Sera” da poco pubblicato dal Mulino.

Gabriele D’Annunzio. In apertura un’immagine del 1918: il figlio Ugo Veniero è con Mary Garden, celebre soprano britannico dell’epoca.

Impressionante viene definito nel servizio sulla Lettura il successo di Albertini, diventato direttore del Corriere molto giovane avendo alle spalle un’esperienza limitata. Albertini aveva capacità manageriali, affinate dalla precedente esperienza come amministratore del “Corriere”. Il suo predecessore Eugenio Torelli Viollier lo nominò segretario di redazione dopo averne compreso l’attitudine manageriale. Tutto in regola, perché impressionarsi?

Ma c’è un altro aspetto della personalità di Albertini che stupisce secondo il supplemento del Corriere: l’amicizia con Gabriele D’Annunzio, “figura molto distante da lui per indole e visione del mondo”. L’argomento viene definito delicato. Altro che distante! D’Annunzio era l’opposto di Albertini. Una cortigiana della Belle Époque, Liane de Pougy, lo definì  “uno gnomo spaventoso con gli occhi cerchiati di rosso, senza capelli, con denti verdastri, l’alito cattivo e le maniere di un ciarlatano”. Né va ignorato che Hemingway liquidò più sbrigativamente il Vate come un “coglione”. 

“Capisco”, spiega o tentano di spiegare gli autori del servizio, “che ci avventuriamo su un terreno scivoloso: l’impressione è che Albertini sia attratto da D’Annunzio proprio perché è un personaggio al suo opposto, è quello che lui non sarebbe mai stato”. Il direttore del Corriere era in effetti un uomo riservato e piuttosto austero. Non è però da escludere che fosse attirato dalla gioia di vivere e dalla sregolatezza così forti in D’Annunzio. Ma non è nemmeno da escludere che tra i due uomini si fosse instaurata un’amicizia in qualche modo interessata. 

E’ indubbio che D’Annunzio con la sua collaborazione garantisse un aumento di tiratura al Corriere e che non di rado si facesse da tramite per la pubblicazione di annunci e necrologi poi diventati per l’organo di via Solferino una specie di…linfa vitale. C’era però dell’altro sullo sfondo di questa amicizia: in questo caso un aspetto della personalità del Vate che non è difficile individuare in una lettera inedita indirizzata nel 1916, dandogli del lei, ad Albertini. 

Si tratta di una raccomandazione curiosamente vergata dal Vate su carta intestata del “Caffè Ristorante Confetteria Cova”, uno dei locali più chic di Milano, un caffè-istituzione creato nel 1817 dal ventitreenne Antonio Cova, intraprendente ufficiale napoleonico in congedo, figlio di due salumieri. Il Cova era un locale storico (oggi di proprietà del marchio francese del lusso Lvmh, quello di Luisi Vuitton) frequentato da Verdi, Puccini, Toscanini. Fu scelto come sede di incontri politici da Mazzini e Garibaldi, visitato da Luchino Visconti e Maria Callas, amato da Ernst Hemingway. 

Di retroscena da raccontare la pasticceria che oggi ha sede in via Montenapoleone ne ha parecchi, ma questo che riguarda D’Annunzio ha la prerogativa di illuminarne un carattere d’insospettabile mitezza. Una certa tenerezza si manifesta infatti nella lettera in questione nei confronti del terzogenito Ugo Veniero, certamente il figlio più amato da D’Annunzio. Su un foglio di carta intestata che illustra le meraviglie del Cova con fregi e ghirigori liberty, D’Annunzio chiede  al direttore del Corriere della Sera di consentire a Ugo Veniero un particolare favore: la possibilità di visitare la tipografia del Corriere. “Egli non ha bisogno”, precisa riferendosi al figlio, “di essere accompagnato. Egli studia con passione, per divenire appunto costruttore di macchine. Appartiene al Politecnico di Zurigo”.

Un altro foglio di carta intestata del Caffè Cova riporta un messaggio la cui firma è indecifrabile, rivolto al fratello di Luigi Albertini, Alberto. In assenza di Luigi, Alberto dovrà prendersi cura di Veniero secondo le indicazioni del Vate. Due fogli intitolati “Iscrizioni” e datati III aprile MCMXVI contengono poi tre brevi necrologi che si suppone siano destinati alla pubblicazione. Riguardano due capitani del Genio navale Luigi Bresciani e Roberto Prunas e gli operai accompagnatori di Bresciani Vittorio Pontini e Fausto Lari. Il necrologio si riferisce evidentemente a un’azione di guerra costata la vita ai quattro.

Luigi Albertini

Oggi il giudizio su D’Annunzio è stato in parte corretto, forse ridimensionato. Chi fu per davvero il Vate? Di sicuro fu una personalità complessa, un po’ dandy, un po’ folle, a tratti depresso. Negli anni del fascismo fu considerato il Vate d’Italia (cioè poeta sacro, profeta) e l’incarnazione del “gagliardo spirito nazionale”. 

La presenza nella sua vita di Ugo Veniero, nato a Roma nel 1887, al quale lo scrittore Franco Di Tizio ha di recente dedicato una biografia (“Gabriele D’Annunzio e il figlio Veniero”, Ianieri editore, 2016, Biblioteca Dannunziana) aggiunge un ulteriore tassello alla ricostruzione dell’esistenza e dell’opera del vate pescarese. Veniero era il più affettuoso dei figli del poeta per il quale era sempre disponibile, si trovasse in Italia o negli Stati Uniti, dove lo chiamava la sua attività di tecnico aeronautico e automobilistico. Ma si direbbe anche il più “concreto” dei tre figli, sapendo coniugare la sincerità dei sentimenti con una cultura prevalentemente tecnica.

Nel 1914 Veniero prestò servizio militare come ufficiale di artiglieria, poi come ingegnere meccanico lavorò per l’Aviazione militare presso le officine Caproni per le quali nel 1917 si recò negli Stati Uniti come capo missione e come progettista per la stessa Caproni Aeroplans di Detroit. Nel 1919 ritornò in Italia e si congedò dal servizio militare con il grado di capitano: in seguito si occupò come disegnatore della fabbrica di automobili Isotta Fraschini e come rappresentante di questa casa, nel 1924, si trasferì negli Stati Uniti. Impossibile stabilire se ebbe effetto la lettera di presentazione vergata nelle leggiadre sale del Cova: lettera ritrovata eccezionalmente negli archivi e qui riprodotta che D’Annunzio inviò ad Albertini nella speranza di offrire una chance in più al rampante figlioletto. (Ser)

La lettera con cui Gabriele D’Annunzio chiese al direttore del Corriere della Sera
Luigi Albertini di prendersi cura del figlio Ugo Veniero.

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