Dalle piste innevate agli autodromi, genesi di un campione

L’urlo lacerante della F1 munita di catene pilotata dall’olandese Max Verstappen si sparse nel 2016 sulle piste innevate di Kitzbühel. E ancora risuona sgradevolmente nelle orecchie di chi ama le montagne per i loro silenzi. Fu un exploit di dubbio gusto, ma la maggior parte dei giornali non fecero una piega. Seguirono, e meno male, i commenti scandalizzati sui social: spettacolo indegno, non c’è limite al peggio. 

Indimenticabili sono quelle immagini di Verstappen oggi sugli altari della Formula Uno: la sua F1 con le catene da neve, il candore violato delle piste, la profanazione della montagna invernale con il contributo di un popolare energy drink.

Altre celebrità della Formula 1 si erano esibite, prima dell’exploit del pilota olandese, sulle nevi delle Dolomiti. Nei pressi del lussuoso rifugio dedicato, in Val Gardena, al grande scalatore triestino Emilio Comici, venne organizzato un Gran Premio “davvero particolare”. In gara c’erano due battipista nuovi fiammanti con tanto di livrea Pininfarina. Davanti al rifugio era stato allestito un piccolo circuito “a otto” sul quale si cimentarono alla guida dei battipista nientemeno gli illustri ferraristi Sebastian Vettel e Charles Leclerc. 

Per concludere, MountCity non seppe sottrarsi al coro degli indignati quando Verstappen si gettò al volante giù dalla mitica Streif dove ogni anno si corre una delle più spettacolari e seguite discese libere di Coppa del mondo di sci alpino. Perché occorre ripeterlo fino alla noia: trasformare le montagne innevate invernali in autodromi non appare cosa di buon senso. Un vero campione non dovrebbe farlo. E non può essere un’attenuante il fatto che sui residui ghiacciai sopravvissuti al global warming oggi si avvicendino in un incontrollabile carosello gli elicotteri dell’eliski e gli aeroplani dei voli turistici. (Ser)

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