La pedagogia della montagna tra bellezza e fragilità

L’esperienza di questi anni ha visto la montagnaterapia in cerca di riconoscimento e visibilità da parte di operatori, pazienti e volontari, ma soprattutto da parte delle istituzioni sociali e sanitarie. L’articolo che pubblichiamo di Beppe Guzzeloni, istruttore di alpinismo del CAI ed esperto della materia, è tratto dal periodico “Lo Zaino” numero 16, espressione delle Scuole di alpinismo del Club Alpino Italiano. Lo scritto rappresenta un meditato invito perché questa disciplina possa spingersi oltre “forzando i confini della propria visibilità sociale”, come auspica l’autore. 

L’aria è nevosa,

morde le guance.

Non è più tempo di carezze,

siamo mogi, un po’ tristi.

E le gemme?

I fiori e gli uccelli?

Che stiamo per divenire?

Polacchini e guanti, certo,

ma la vita appena nata

dove si riparerà? 

(Luce Irigaray)

“Gli uomini non sono nati per morire ma per incominciare”, così scrive Hanna Arendt in “Vita Activa”. Questa frase mi ha accompagnato a riflettere su quell’esperienza particolare che sta seducendo il CAI con avvenimenti significativi e importanti, chiamata “montagnaterapia” e su alcune idee, buttate lì come mattoni, che ho iniziato ad avere in questi anni su ciò che chiamo “pedagogia della montagna”, come tentativi di immettermi faticosamente e, forse illusoriamente, in quel pensiero vorticoso di costruire un diverso paradigma, una nuova traccia che integri e vada oltre la definizione e l’espressione pratica di “montagnaterapia”. 

Un pensiero in equilibrio precario su creste affilate avvolte dalla nebbia del dubbio, una riflessione critica che ha scelto di affrontare passaggi impegnativi per cercare di mettere le fondamenta ad un’esperienza ancora all’inizio del proprio, incerto, futuro. Fortunatamente non esiste una risposta che possa soddisfare la domanda di senso che provo a pormi. Ciò non toglie che, per essere realmente tale, ogni inizio è un taglio che si apre, che scava un vuoto alle nostre spalle senza offrirci una chiara visione di ciò che ci aspetta. 

Questi miei pensieri sono negli anni della loro adolescenza, dove prima ancora che del rinnovamento, essi sono una metafora dell’incipit di ciò che mi frulla per la testa. Un inizio che non è mai quello che ci aspetteremmo, solare e armonico, ma è un’alba che appena s’intravvede e guardando dietro di sé non trova appigli cui attaccarsi e che avverte con una certa inquietudine i segnali di quell’incognita di vita che sente crescere dentro di sé. 

L’esperienza di questi anni ha visto la montagnaterapia in cerca di riconoscimento e visibilità da parte di operatori, pazienti e volontari, ma soprattutto da parte delle istituzioni sociali e sanitarie. E io credo che essa debba spingersi oltre, di forzare i confini della propria visibilità sociale per mantenersi in contatto con quel punto sorgivo del proprio essere e della propria scelta di esserci.

Ma qual è il punto sorgivo, la fonte da cui scaturisce un pensiero che man mano si è fatto prassi? Io non lo vedo, anche se invece così sembra ed appare, solo all’interno del discorso clinico e terapeutico, ma nasce, in me nasce, dal bisogno di poesia. Poesia che ci insegna a vedere il mondo con occhi diversi, che ci fa provare sensazioni, che unisce corpo e mente e che permette a ciascuno di noi di esprimersi nel proprio linguaggio. 

È senza dubbio difficile farsi un’idea di questa sorta di non-luogo per avvicinarci al quale noi, esseri razionali e pratici, dobbiamo ricorrere per dimostrarne l’esistenza. E qui intendo la poesia come un pensare ad un che di utopico, di un qualcosa che non si trova, ma c’è. Che si dilegua ma che pur esiste. Non è frutto della nostra immaginazione. Utopia come ritrovamento, come percorso di speranza e di scoperta individuale e sociale. E ciò può avvenire non attraverso i percorsi conosciuti, consolidati, tracciati che si rilevano sulla cartografia ufficiale, ma solo attraverso la marginalità, i sentieri nascosti, quasi irraggiungibili. 

La poesia ha la forza necessaria per recuperare le parole che ci mancano e che ci costringe ad un continuo sforzo di pensiero, di scrittura, di scavo nei meandri, per ritrovare il senso musicale (U. Saba) come naturale armonia che è insita in ognuno di noi. Da qui l’utopia come scoperta, come cammino di ritrovamento di noi stessi. L’utopia e la speranza non sono dunque il regno dell’impossibile ma quello del “non ancora”, sono continuamente esposte al rischio e all’incertezza e richiedono impegno costante nella comprensione della realtà sia di azioni nella realtà che esprimano il coraggio di assumere come modello un nuovo rapporto quotidiano uomo-natura. 

È forse la montagna quel luogo che ci può offrire l’opportunità di scrivere, ognuno di noi, la sua poesia come sguardo utopico attraverso il quale, periodicamente, sentiamo il bisogno di affacciarci al suo punto di scopertura? E il più delle volte è avvicinandoci al segreto delle cose, ma soprattutto delle persone che non hanno storia o nome, che si riesce a percepirsi a propria volta senza nome e senza storia: a toccare la notte ed essere la notte stessa. Come sempre la profondità è nella superficie delle cose.

Stiamo vivendo un momento di svolta, nell’approccio alla montagna. Se negli ultimi due secoli, perlomeno, il modello di essere umano era costituito dal cittadino costruito dalla civiltà industrializzata, che andava in montagna o per contemplare la natura selvaggia, eventualmente studiandola o per conquistarla (assediarla?) fisicamente, per sfruttarne le risorse naturali depredandole, oggi il rapporto con la montagna diventa sempre più necessario per rigenerarsi (fuggire?) dall’epoca tecnologica e, soprattutto, per attingere uno stile di vita alternativo. 

Lo stile, la via che mostra la montagna è il limite e l’insieme di orizzontalità e verticalità come dimensioni essenziali, entrambe, per una maggior autenticità umana che “sa prendersi cura e avere cura”. Ecco, per me la “pedagogia della montagna” è il tentativo di iscrivere il proprio nome all’interno di questo discorso, a questo nuovo linguaggio che vuole esprimere e significare quell’etica del prendersi cura, come sollecita l’Enciclica “Laudato Si’” intesa non solo come valore di riferimento, ma come impegno personale e collettivo a rendere sperimentabile la riprogettazione e la qualità della vita. E la montagna insegna i limiti costitutivi dell’uomo, delle proprie debolezze, fragilità e marginalità, e non è solo via di fuga dalle civiltà omologanti, ma anche sperimentazione in cammino, esperienziale abitare una dimensione che dilata le potenzialità umane. 

La pedagogia della montagna è pensiero esperienziale suscitato dalla montagna stessa, la quale apre il cammino, che conduce a sé, a chi ne sappia ascoltare il silenzio, attendere il respiro, inoltrarsi, quasi intimoriti, nella realtà verticale. La montagna, come pedagogia, è soggetto, prima che oggetto di pensiero; soggetto significativo per la vita in genere che incarna in modo esemplare la dimensione autentica, profonda della vita a condizione che chi la avvicini sia consapevole della propria finitezza e ulteriorità della montagna; sia che la si abiti come montanari, sia che la si frequenti come alpinisti, in montagna si vive solo grazie alla proprie limitate forze, spesso marginali, eppure sufficienti al sopravvivere perché capaci e disponibili  di fare libera esperienza, per gradi, del personale limite, sempre lambito e mai superato. 

La pedagogia della montagna è la possibilità di vivere la montagna per quella che realmente essa è; non idealizzata come negli spot pubblicitari di ambientazione alpina e sportiva in cui essa viene raffigurata secondo una perfezione ipostatica, assoluta, capace di rendere visivamente quel concetto di perfezione che in natura non esiste. È questa la montagna che il pubblico vuole vedersi proporre: idilliaca, mai sudata, mai piovosa o fradicia, frequentata da persone mai scomposte, in un tempo fittizio, impermeabili alle forze della natura: una montagna che crea benessere psicofisico come atto miracoloso e consumistico, che va oltre le nostre vulnerabilità. La pedagogia della montagna è inventare la propria montagna. Essa non esiste se non le dò un senso, se non me ne occupo, se non me ne prendo cura. Il mio benessere è la sua conservazione. Ed è la sua salvaguardia che mi offre opportunità di vivere momenti di vigore e salute.

Io credo che le parole “che si dicono”, il linguaggio che viene usato, trasmettono risonanze emozionali che mentre vengono pronunciate si riflettono in chi ascolta, ancor più se la nostra relazione con l’altro è mossa da intenzionalità educativa o veicolata da un legame o da una relazione d’aiuto. Le parole possono infatti mitigare la sofferenza in chi fatica a vivere e a resistere alle proprie fragilità, parola che ricorre in relazione a molteplici condizioni e difficoltà. 

Fragilità vuol dire avere a che fare con la mancanza che alberga nell’uomo e che lo spinge, frequentemente, a difendersi attraverso il distacco, l’indifferenza, l’isolamento, vivendo le relazioni a “distanza di sicurezza” da ogni coinvolgimento, lontano da ogni empatia, dalla possibilità ad intravvedere esperienze “di futuro”. Fragilità è parola rinviante a dimensioni dell’umano che agiscono su vari piani. Pensiamo alla disabilità, alla malattia, all’esclusione sociale, alla devianza, ma anche all’aspirazione ad essere e “sentirsi inclusi e appartenenti” per coloro i quali, privi di una rete e di legami sociali, non possono vedersi riconosciuti e far valere la possibilità di attuare a pieno le proprie capacità o di avere l’opportunità di poter esprimere le personali risorse. In tutti i casi, la fragilità attiva un’istanza per il riconoscimento di sé e per la ricerca di uno spazio inclusivo, di condivisione e costruzione di relazioni tanto sul piano della vita personale, quanto su quello comunitario e in relazione ai contesti nei quali le fragilità diviene sfida e voce critica per la società.

Al di là delle modalità di aiuto e intervento, emerge l’urgenza di prestare attenzione a ciò che non è manifesto, alle dimensioni dell’implicito, del ciò che “ci sta dietro” che attraversano i diversi spazi educativi, nelle relazioni interpersonali. Ma non solo, anche in relazione all’ambiente alpino vissuto nelle sue diverse dimensioni, qualcosa di “invisibile” accade di coinvolgente: l’esperienza della bellezza. La montagna come estetica del paesaggio, naturale e antropologico, diviene il “setting”, quel possibile luogo di cura e del prendersi cura che aiuta a superare, nella sua accettazione, le proprie e altrui fragilità. Guardare alla montagna, vivere la montagna, sotto il segno della bellezza significa affermare, come ricorda E.M. Cioran, che è esattamente come dovrebbe essere in quanto nella bellezza tutto trova una ragione d’essere, il suo equilibrio, il suo senso profondo, il suo slancio poetico. La pedagogia della montagna come esperienza della bellezza, vissuta, conservata, arricchita da comportamenti funzionali, idonei alla sua salvaguardia. 

La bellezza della montagna (e della natura) dà respiro ad una visione del mondo in cui tutto si scioglie in armonie e splendori, dove le fragilità e le vulnerabilità umane non fanno che accrescerne il fascino. La bellezza della montagna non salverà né guarirà certo il mondo, ma avvicinerà a quel benessere personale e sociale coloro i quali si incammineranno nell’impegno costante nel salvaguardare e tutelare la sua anima che, come ogni ambiente naturale, può trasformarsi positivamente in idea di azione, in teoria di paesaggio, in luogo degli uomini e delle donne purché essi siano messi nelle condizioni di identificare e perseguire liberamente i propri desideri.

Se, come ricorda Papa Francesco nella sua “Laudato Si’”, teniamo conto che le persone sono creature di questo mondo, che hanno diritto a vivere felici e hanno una particolare dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale dell’attuale modello di sviluppo sulla loro vita. Ecco che allora, la pedagogia della montagna può divenire un’esortazione all’impegno, alla costruzione di reti solidali, di modi di intendere e frequentare la montagna che si ispirino a quella poesia dell’utopico inteso come edificazione del possibile, del “qui e ora” che si proietta in un “non ancora”. Ecco, quindi, che la pedagogia della montagna diviene spazio terapeutico, setting particolare e specifico attraverso cui avviare quel processo del prendersi cura di sé e dell’altro che si manifesta nell’aver cura della montagna come sintesi che sollecita a porre lo sguardo verso le meraviglie del mondo alpino come spinta coraggiosa del saper vedere le fragilità come capacità “di sentirsi dentro” e di riconoscere la propria e altrui unicità e meraviglia in relazione ad una vita che, anche  se sfilacciata, va percepita, riconosciuta, vissuta e raccontata abbracciandone l’interna bellezza che alimenta qualsiasi relazione d’aiuto. La pedagogia della montagna come pedagogia della bellezza e della fragilità in quanto frutto di una sottile, ma forte, sensibilità per l’umano e affascinazione per l’ambiente e del paesaggio alpino che concorrono ad alimentare l’attenzione alla persona, sollecitandola a prendersi cura e a imparare a riconoscere la stessa bellezza come cura. Pedagogia della montagna come significato di quella affinità tra fragilità e bellezza come possibilità e opportunità poetica di attingere al profondo di ognuno di noi per dare vita a qualcosa di bello e significativo.

Beppe Guzzeloni

La foto è tratta da Lo Zaino numero 16 in distribuzione

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