Il jet stream non dà tregua. E Barmasse rinuncia al Nanga

Rinunciare a una scalata alpinistica non per paura ma per valutazioni oggettive del rischio è da considerare grande saggezza, non debolezza. A maggior ragione se la montagna che aspetta al varco, in questo caso il Nanga Parbat, viene definita assassina e con fondate ragioni. La rinuncia però in genere non fa notizia e tanto di cappello a Hervé Barmasse che in questi giorni ha saputo servire questa sua disavventura su un piatto d’argento, mandandoci dal campo base un ameno filmato che un bravo giornalista ha definito “filosofico” forse con una punta di sarcasmo. Tema: la vita non del tutto ingrata di un alpinista che in attesa di sferrare l’attacco se la passa con libri, musica, mirto.

E’ sicuramente una buona notizia questa che la grandiosa parete Rupal alta 4.500 metri non metta a repentaglio nuove vite. Laggiù è in arrivo il jet stream che soffia a 200 chilometri orari, che cos’altro fare se non levare onorevolmente le tende? Ciò non toglie che la rinuncia per l’alpinista sia l’ultima ratio e talvolta sia vista come una sconfitta. Di solito, viene imposta da uno stato di forma non ottimale o da un pericolo oggettivo incombente: il maltempo, l’evidenza di cadute valanghe per abbondanti nevicate. Fu proprio Barmasse a “firmare” una delle più famose rinunce. Giunto a tre metri dalla cima dello Shisha Pangma, pensò “qui muoio” e si fermò rinunciando alla vetta. Il pericolo era una cornice non evitabile che non avrebbe retto il peso di un pulcino. 

Barmasse (a sinistra) in attesa di una finestra di bel tempo con il tedesco David Gottler. Del team ha fatto parte anche il pachistano Qudrat Alì.

Di recente fece notizia tra gli addetti ai lavori anche la rinuncia al Dhaulagiri dello spagnolo Carlos Soria, 82 anni e una protesi al ginocchio. Una conferma che l’alpinismo non deve diventare una malattia, una “irresistibile ossessione” come ben argomentato da Robert Macfarlane in “Le montagne della mente”.  Perché è noto che certi alpinisti hanno abdicato alla razionalità. Rischiando, perché per loro ormai era una scelta “obbligata”, hanno perso la vita: non erano più liberi di scegliere perché ” il fuoco” della passione portava a un comportamento compulsivo, li costringeva a vincere la paura. Non è il caso di Barmasse, ma si può suppore che anche per lui come per altri grandi alpinisti la paura possa essere considerata, in alcuni casi, preveggenza e garantire la sopravvivenza. 

Raccontando la sua scalata con Zappelli nell’imbuto franoso del Pilier d’Angle, Walter Bonatti affermò che “le frane si sentono con il sangue e con il cuore ancor prima che con l’udito”. Quel giorno Bonatti aveva tutte le carte in regola. Eppure tornò indietro. “Quel meraviglioso congegno che è la psiche “, raccontò, “è capace d’inventare tutto, persino i miracoli. Per vie misteriose ha creato in me impulsi emotivi tali da rendere la paura irresistibile”. (Ser)

Il messaggio dal Pakistan

Non ho mai rimpianto alcuna esperienza e di certo non rimpiangerò questa. Quella di aver creduto (e ci credo ancora) che si possa scalare la parete più grande del mondo (la Rupal del Nanga Parbat 8126 m) in inverno e in uno stile pulito, leggero, alpino. Uno stile che rispetta la montagna e di conseguenza l’uomo. Ovvio, non è facile ma il limite, se ne esiste uno, è il bel tempo che non si presenta mai… E non certo le capacità mentali, fisiche e fisiologiche della specie umana e degli alpinisti che possono aspirare a fare qualcosa di meglio che tappezzare di corde fisse montagne che si stanno plastificando come gli oceani. 

Con David, nei pochissimi giorni di bello in cui abbiamo salito più di metà parete con uno zaino di poco più di 10 kg, ci siamo sentiti bene, più di quanto mi potessi aspettare. Ovvio, in inverno fa freddo, c’è tanta neve, ma la scalata grazie a queste sue caratteristiche è ancora più affascinante, bella, avvincente. E per me, l’alpinismo è e rimarrà sempre questo: esplorazione e avventura. 

Ma ora, anche se con rammarico, dobbiamo dire arrivederci al nostro sogno perché le previsioni a lungo termine pronosticano l’arrivo del jet stream con vento da 70 a quasi 200 km/h . E come quasi sempre accade, dopo il vento così forte riprenderanno le copiose nevicate rendendo forse inutile l’attesa degli ultimi 15 giorni di febbraio. Per questo motivo abbiamo deciso di non posticipare la fine della spedizione ma di mantenere il programma originale e rientrare in Italia per fine mese così da concentraci sugli altri obbiettivi di questo 2022. Un particolare grazie a voi tutti che mi avete seguito, incitato e fatto sentire parte di una grande famiglia, di un clan che ama la montagna e la rispetta. Vi mando un abbraccio dal Pakistan.

Hervé Bermasse

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