Le insostenibili conquiste della “fabbrica del mondo”

Ah, le calze di nylon. Nel dopoguerra per le donne rappresentarono una grande conquista. Nei paesi dell’est furono i turisti occidentali a smerciarle alle ragazze in cambio di favori, non occorre precisare quali. Oggi però chi dice nylon dice danno. Sneakers, t-shirt e calzoncini tecnici sono fatti di solito con tessuti sintetici come nylon e poliestere. E sono entrambi altamente inquinanti. Si tratta di fibre che rilasciano microplastiche nell’acqua, problema aggravato dalla frequenza con cui capi di questo genere vengono lavati.

Oggi nel caso del poliestere, si calcola che la sua derivazione petrolifera lo renda responsabile dell’emissione di quasi 700 milioni di tonnellate di carbonio all’anno. Eppure all’epoca non parve vero che il nylon rispetto alle fibre naturali presentasse maggiore resistenza all’usura, che non venisse attaccato dalle tarme, che non si restringesse durante il lavaggio, che si asciugasse in fretta e non avesse bisogno di stiratura.

Ma quante altre conquiste dell’umanità oggi sono diventate bersagli contro cui si battono i difensori dell’ambiente e della sostenibilità? Fu grazie alla collaborazione tra il Politecnico di Milano e la Montecatini che l’11 marzo 1954 venne scoperto il Moplen, il polipropilene definito isotattico, leggero e resistente. 

Il Moplen fu una conquista perché rivoluzionò la nostra vita: erano fatti di Moplen gli scolapasta, gli spremiagrumi, le assi per lavare la biancheria (ai tempi in cui nelle case non c’era la lavatrice), i secchi, le vaschette, i cestini, i pettini, i vasi e i vasini da notte. Una vera benedizione. Tutto merito dello scienziato Giulio Natta che lo inventò ed ebbe il premio Nobel nel 1963. Fu poi l’attore Gino Bramieri a fare entrare il Moplen nel lessico degli italiani ripetendo fino alla nausea nei caroselli: “E mo’, e mo’, e mo’… Moplen!”. 

Lo scienziato Giulio Natta (1903-1979) inventore del Moplen. In apertura Marco Paolini (a destra) e Telmo Pievani nella trasmissione “La Fabbrica del Mondo”.

E mo’ e mo’ siamo arrivati al punto che la plastica è invece considerata il male dei mali. Marco Paolini nella trasmissione “La Fabbrica del mondo” in onda in tre puntate su Rai 3 (sabato 22 gennaio l’ultima) ha fatto un rapido cenno all’opera del Nobel Natta e non si è notata ammirazione nelle sue parole. Perché non esiste oggi un batterio che abbia ancora digerito la plastica, la maledetta plastica. E non è ipotizzabile che nasca in tempi storici brevi. 

Oggi è il caso di considerare ancora Natta un benemerito dell’umanità? Saremmo disposti a consegnargli il Nobel? In ogni modo a Milano in via Mario Pagano sulla facciata della casa in cui visse Natta una targa del Comune e del Rotary Club lo ricorda con gratitudine. 

Cambiando argomento, di quegli anni Sessanta e Settanta in cui operò Natta resta ancora vivo il ricordo delle prime imprese spaziali. “E’ un piccolo passo per me, ma un grande passo per l’umanità”, disse l’astronauta Neil Armstrong scendendo dalla scaletta del Lem sulla superficie lunare. 

Oggi detriti spaziali o orbitali, spazzatura o rottame spaziale orbitano attorno alla Terra. Ricadono in questa definizione gli stadi dei razzi, i frammenti di satelliti, le scaglie di vernici, le polveri, il materiale espulso dai motori dei razzi. Armstrong non ne ha colpa, ma questi sono anche gli strascichi della sua gloriosa conquista.

Altro che conquista per l’umanità. Dai tempi dello sbarco sullaLuna i detriti spaziali sono aumentati vertiginosamente diventando un problema crescente per l’alta possibilità di collisioni con satelliti attivi che a loro volta produrrebbero altri detriti. 

Passando alle conquiste aeronautiche, eravamo fieri di salire sui primi jet di linea negli anni Settanta. Che meraviglia quei “caravelle” che, puntuali sotto le insegne di Alitalia, andavano su e giù per la Penisola. Anche i continenti si erano avvicinati. I viaggi avvenivano in modo sicuro e confortevole. L’aviazione militare si riservò la sua parte di gloria: venne dedicato all’eroico aviatore Arturo Ferrarin uno dei primi jumbo in servizio tra la Malpensa e New York.

Si sapeva che per decollare con i jumbo occorreva spargere nel cielo fino ad allora incontaminato mostruose quantità di kerosene. Ma chi sarebbe stato disposto ad attraversare di nuovo gli oceani con i vecchi transatlantici? Oggi è impossibile ignorare che i motori aerei inquinano come un motore diesel euro zero e immettono i loro scarichi direttamente negli strati alti dell’atmosfera. L’invito è di ridurre al minimo gli spostamenti con i voli di linea.

Eppure le compagnie low cost ci hanno abituato a volare anche se non ne abbiamo realmente bisogno, a preferire l’aereo al treno per pochi euro di vantaggio senza considerare che il treno inquina molto meno per passeggero trasportato. E sempre più sta prendendo piede il movimento “No Fly” che invita a introdurre delle tasse sul cherosene e l’Iva sui biglietti aerei. Così sui social nascono gruppi che cercano di disincentivare l’uso dell’aereo. Un tempo lo chiamavano progresso… (Ser)

Commenta la notizia.