Addio Zanantoni / Si batté contro l’ossessione della sicurezza

E’ stato un precursore, e un grande esperto, dello studio delle tecniche di assicurazione in alpinismo e arrampicata. La scomparsa a 91 anni di Carlo Zanantoni, ingegnere elettrotecnico, alpinista, accademico del Cai, già presidente del Centro Studi Materiali e Tecniche, delegato italiano alla Safety Commission dell’UIAA, Medaglia d’Oro del Club Alpino Italiano nel 2012, lascia un grande vuoto nella famiglia del Cai e riapre mai risolte questioni sugli ostacoli legali e procedurali che minacciano il nostro andare in montagna. 

Non fu il solo Zanantoni a prendersi a cuore nei primi dieci anni di questo secolo le restrizioni che la “société sécuritaire” (cioè ossessionata dalla mania della sicurezza) pose all’accesso a certe zone e alla pratica di certi tipi di alpinismo. Venne ufficialmente proposta al Cai, anche grazie alle sue battaglie, la creazione di un osservatorio delle libertà. Zanantoni lo definì “un reticolo di persone che da un lato dovrebbero sorvegliare i tentativi delle autorità, governative o locali, di porre vincoli alle libertà dell’alpinismo, dall’altro mantenere un’organizzazione adatta a rintuzzarli”. Si convinse (e parecchi con lui) che l’osservatorio sarebbe stato anche un mezzo per sensibilizzare gli alpinisti poco informati su questi temi, “chi perché troppo impegnato, chi perché forse non ha riflettuto abbastanza sul senso e i valori dell’alpinismo”. 

“Si dovrebbero fornire informazioni ai nostri concittadini”, annotò Zanantoni, “affinché comprendessero che i costi derivanti dagli incidenti in montagna o in parete sono una frazione infinitesima di quelli provocati da tante altre forme di libertà, quali il fumare e il bere, la vita sedentaria, i viaggi in auto durante il fine settimana, e anche inferiori a quelli derivanti dal ciclismo e dallo sci da pista. Le pressioni esercitate sulle autorità locali perché intervengano vengono spesso da interessi economici o dal desiderio di mettersi al riparo da qualsiasi fastidio”.

La “società sicuritaria” di cui parlava Zanantoni diventò rapidamente obsoleta. Oggi la sicurezza è un più che giustificato traguardo a cui aspira, e con buone ragioni nell’imperversare della pandemia, la stragrande maggioranza dei cittadini in contrasto con chi si rifiuta di adattarsi alle norme e alla nuova normalità generata dal Covid-19. 

Impossibile del resto non ricordare come anche la montagna abbia drammaticamente “vissuto” i giorni del lockdown e della privazione della libertà. Vennero proibite le fughe in montagna (io resto a casa…) e chiuse a doppia mandata le sedi delle sezioni del Cai. Saltò la stagione delle scalate himalaiane, in Nepal e Tibet. Niente salite sul K2 e le altre montagne del Karakorum. Proibito scalare anche in Alaska, in Yosemite, oppure sui Pirenei e sulle Alpi. Incerta la stagione delle vacanze nelle località alpine. Incerta fu anche l’apertura dei rifugi. Niente poté fare per opporsi la società sicuritaria.

In vista di un osservatorio della libertà rimasto un’utopia, sul tappeto venne messo a suo tempo anche l’incontestabile valore formativo della gestione del rischio. Il grande Carlo Mauri addirittura intitolò un suo libro “Quando il rischio è vita”. Purtroppo non è questo il rischio che oggi siamo costretti ad accettare anche solo nel salire su un mezzo pubblico di trasporto. Chi avrebbe mai detto che sarebbero di colpo cambiati i vincoli alla nostra libertà di cittadini, che sarebbero sbiadite quelle odiose e talvolta pretestuose restrizioni contro le quali Zanantoni si batté ignaro come tutti del futuro che ci aspettava? (Ser)

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