Medicina di montagna / XIII World Congress a Interlaken

Interlaken, in Svizzera, ha ospitato l’estate scorsa dal 14 al 16 giugno il XIII World Congress on Mountain Medicine, un’occasione importante per fare il punto sui progressi compiuti da questa disciplina. Otto sono state le sessioni scientifiche, 189 gli abstract. Ne riferisce qui il dottor Giancelso Agazzi della Commissione medica del Club Alpino Italiano.

• Gli insegnamenti dell’esperienza e lo studio dell’ipotermia 

Peter Dieckmann, psicologo tedesco dell’Università di Stavanger e della CAMES (Copenaghen Academy for Medical Education and Simulation), ha presentato una relazione dal titolo Teamwork as imagined and teamwork as done. Insegnamenti possono provenire da spedizioni del passato. Important è definire la leadership, la followership di una spedizione e i ruoli di ognuno. 

Jennifer Dow di Anchorage ha parlato dell’ipotermia, ovvero della temperatura corporea al di sotto dei 35°C, spiegando la classificazione del livello di gravità della condizione. Ha specificato l’importanza di misurare la temperatura del corpo sul luogo dell’incidente. 

Beat Walpoth, cardiochirurgo di Ginevra, ha presentato l’International Hypothermia Registry (IHR) e uno studio internazionale realizzato su casi di ipotermia accidentale. In particolare ha parlato dei vari metodi di riscaldamento che vengono classificati in base al tipo di sorgente di calore.  Ha messo a punto il primo registro per la raccolta di casi umani di ipotermia accidentale (https://hypothermia-registry.org).

Mathieu Pasquier ha parlato di HOPE Hypothermia Outcome Prediction after ECLS, ovvero Extracorporeal Life Support, uno score in grado di poter predire la probabilità di sopravvivenza nei pazienti ipotermici (www.hypothermiascore.org).

Valentin Rousson dell’Università di Losanna ha parlato, dal punto di vista statistico, di The two faces of the HOPE score: survival probabiliy and decision tool. Lo score HOPE può essere utilizzato a qualsiasi età, anche se la probabilità di sopravvivenza varia.

Eveliene Cools ha parlato di Successful pre-rewarming reuscitation after cardiac arrest in severe hypothermia an overview of 14 cases, descrivendo 14 casi di primo intervento di riscaldamento di soggetti ipotermici, dopo arresto cardiaco. 

• Le tecniche di riscaldamento e la valutazione dei travolti

Romel Mani del dipartimento di cardiochirurgia dell’Università di Verona ha presentato una relazione dal titolo Rewarming speed affects cardiopulmonary and neurological functions after deep hypothermic cardiac arrest. Lo studio ha evidenziato che un riscaldamento lento tramite circolazione extracorporea dopo un arresto cardiaco ipotermico si è rivelato più efficace rispetto a un tipo di riscaldamento più veloce.

Bernd Wallner dell’Eurac di Bolzano ha presentato una relazione dal titolo Extrication times during avalanche companion rescue a randomized single blinded manikin study. Scopo dello studio è valutare soggetti travolti da valanga completamente sepolti in relazione a posizione del corpo, numero e genere dei soccorritori presenti.

Giacomo Strapazzon ha presentato uno studio effettuato su 13 volontari posti in posizione supina sepolti sotto la neve fino a ottenere una saturazione dell’84%, connessi a un air pocket artificiale di un litro, con monitoraggio continuo di FiO2 e FiCO2. Il medico ha confermato che i sepolti in valanga con vie aeree aperte e livelli di CO2 inspirata ridotti possono resistere anche per un arco di tempo relativamente prolungato.

Justin Swol, medico di terapia intensiva, ha affrontato il tema Extracorporeal Life Support in accidental Hypothermia related cardiac arrest & rewarming review for ECLS practitioners. Molte le raccomandazioni, tra le quali come evitare una coagulopatia. 

Peter Paal, Darryl Macias, Scott McIntosh e Manuel Genswein hanno presentato Ava Life, un sistema standardizzato in grado di ottimizzare tramite algoritmi la ricerca in valanga, il disseppellimento ed il trattamento di travolti nella fase pre-ospedaliera.

• Prevenzione e altitudini

Andrew Mark Luks, pneumologo della Washington University di Seattle, ha presentato una relazione dal titolo Prevention and pre-exposure: the state of the art and outstanding questions. Studi recenti hanno reso più chiaro l’approccio alla profilassi dell’AMS (male acuto di montagna). Per esempio, dopo i 3000 metri non si dovrebbe salire più di 300/500 metri ogni 12 ore, fermandosi a riposare per un giorno ogni 3-4 giorni.

Michael Furian dell’Università di Zurigo ha presentato la relazione Randomized trial of acetazolamide for preventing acute mountain sickness in healthy older than 40 years. La ricerca è stata effettuata su 345 individui in Kyrghyzstan, in Asia Centrale. Le donne hanno dimostrato una maggiore suscettibilità all’AMS a 3100 metri di quota, mentre l’uso preventivo dell’acetazolamide ha ridotto l’incidenza del disturbo, a 3100 metri, in entrambi i sessi.

G. Abhyu, medico del Mountain Medical Institute di Namche Bazaar in Nepal, ha parlato di pseudo-aritmie segnalate, nella valle del Khumbu, tra alcuni trekker giovani e sani. Si tratta di anomalie rilevabili nel polso arterioso (dicrotismo) che non segnalano un problema cardiaco. 

Hannes Gatterer, ricercatore dell’Eurac di Bolzano, ha parlato di Plasma volume contraction reduces atrial natriuretic peptide in hypoxiaL’ipossia acuta fa aumentare l’ANP (peptide natriuretico atriale) circolante. 

Marika Falla, neurologa dell’Università di Trento, ha discusso di Simulated acute hypobaric hypoxia effects on cognition in helicopter emergency medical personnel – a randomized,controlled, single-blind, cross-over study. Obiettivo dello studio un’analisi degli effetti dell’esposizione all’ipossia acuta a differenti quote (200, 3000, 5000 metri) simulate e non, sulle funzioni cognitive di equipaggi di elicotteri di soccorso in montagna. In generale si è registrata una diminuzione della capacità cognitiva.

Lisa M. Schiefer di Salzburg ha presentato una relazione dal titolo Acetazolamide  cannot be recommended for high altitude pulmonary edema (HAPE) prevention after rapid and active ascent to 4559 meters. Dalla ricerca è emerso che l’utilizzo dell’acetazolamide determina una relativa riduzione del rischio di HAPE pari al 35 per cento.

Maja Schlittler dell’Istituto di Medicina di Emergenza in Montagna dell’Eurac di Bolzano ha presentato una relazione dal titolo Regulation of plasma volume in male lowlanders during 4 days of exposure to hypobaric hypoxia equivalent to 3500 meters of altitude. In ipossia la gittata cardiaca e l’emoglobina aumentano, mentre il volume plasmatico diminuisce. Lo studio è stato condotto nel simulatore. Gli elementi che vanno considerati anche in ambiente sono: assunzione di liquidi, dieta, esercizio fisico, temperatura.

• Approfondimenti sul male acuto di montagna

Bengt Kayser dell’Institute of Sport Sciences dell’Università di Losanna ha affrontato l’argomento Prophylaxis of altitude illness: medical and ethical musings. Il male acuto di montagna (AMS) può comparire dopo 6-12 ore di permanenza a oltre 2500 metri e la sua incidenza è del 10-25% a 2500 metri e di oltre l’80% a oltre 5500 metri. I fattori di rischio sono una storia di pregresso AMS e la mancata osservanza delle regole di acclimatazione. I sintomi generalmente scompaiono dopo 1-2 giorni. L’edema cerebrale acuto di alta quota (HACE) può svilupparsi dopo un soggiorno a oltre 4000 metri. Ha un’incidenza dello 0,5-1% e può progredire verso il coma e la morte entro 24 ore, se non controllato. L’edema polmonare acuto (HAPE) ha un’incidenza dello 0.2% se si soggiorna oltre i 4500 metri per 4 giorni, del 2% se si soggiorna a 5500 metri per 7 giorni, del 6% in caso di permanenza di 7 giorni.  Se non trattato può portare a morte nel 50% dei casi. La prevenzione delle malattie causate dall’alta quota è affidata ai trattamenti di pre-acclimatazione.

Max Gassmann, direttore dell’Istituto di Veterinaria dell’Università di Zurigo, ha presentato una relazione dal titolo Modest increase in residential altitude significantly increase Hb concentration. Nel corso dell’intervento ha evidenziato che l’indice di massa corporea correla con i valori di emoglobina. Ha ricordato anche quanto sosteneva Carlos Monge-Cassinelli: gli uomini sono nati per vivere sul livello del mare.

Kelsey E. Joyce della School of Sport, Exercise & Rehabilitation Sciences dell’Università di Birmingham ha presentato una relazione dal titolo Nocturnal oxygen  saturation variance is related to Lake Louise Scores during ascent to 4800 meters. Il Lake Louise Score viene utilizzato per valutare l’AMS nel corso di ascensioni in alta quota. Pur essendo soggettivo e relativamente non specifico, riesce a identificare con una certa precisione i valori della SpO2. 

Rachel Turner, ricercatrice dell’Eurac di Bolzano e dell’Università di Innsbruck, ha parlato di Cerebral blood flow in hypobaric hypoxia: time course and impact of plasma volume expansion. Il flusso ematico cerebrale aumenta con l’esposizione acuta all’ipossia, in funzione della vasodilatazione dei vasi sanguigni. Dopo 4 giorni di esposizione continua all’ipossia ipobarica (3500 metri) il flusso ematico cerebrale si normalizza in seguito all’acclimatazione. Lo studio è stato effettuato su soggetti maschi. 

Rajesh Sharma della Mountain Medicine Society of Nepal (MMSN) ha presentato una relazione dal titolo Pulmonary Thromboembolism mimicking high altitude pulmonary edema in High Altitude, diagnostic dilemma: a Review. L’edema polmonare acuto (HAPE) è un fenomeno comune a quote superiori a 4000 metri ed è causato da un’ipertensione ipossica polmonare. Il tromboembolismo polmonare (PTE) è dovuto a una combinazione di eritrocitosi, aumento dell’attivazione delle piastrine ed aumento dei valori di fibrinogeno, uniti all’ipossia e alla disidratazione in altitudine. Entrambe le situazioni cliniche provocano tosse, affanno, tachicardia e tachipnea. 

 • Adattamento degli alpinisti e problemi di soccorso 

Cynthia M. Beall, biological antropologist del Case Western Reserve University USA, ha presentato una relazione dal titolo Variation among populations at altitude. Nodo centrale dell’intervento la capacità di adattamento delle popolazioni che vivono in alta quota, capacità che permette la sopravvivenza e la riproduzione di andini, tibetani, sherpa, etiopi, europei e nordamericani, cinesi Han. 

Inigo Soteras, medico spagnolo dell’Università di Gerona, ha presentato una relazione dal titolo Multiple trauma mountain evironment An example of European approach, discutendo di alcuni casi. Le zone montuose e remote dell’Europa sono completamente vigilate dai team di soccorso alpino e il 75% è coperto dall’elisoccorso e può essere raggiunto in meno di 60 minuti. Il tempo speso prima dell’arrivo in ospedale è superiore a 90 minuti, troppo per vittime di traumi. 

Yassine Zani dell’Università di Liegi ha tenuto una relazione dal titolo Usefulness of “point-of-care” ultrasound for mountain rescues. In sintesi estrema il relatore ha confermato che l’uso di un ecografo portatile migliora l’accuratezza della diagnosi, è in grado di fornire al medico informazioni preziose nella fase pre-ospedaliera e può guidare la gestione e il triage di un soccorso.

Simon Rauch dell’Istituto di Medicina di Emergenza in Montagna dell’Eurac di Bolzano ha parlato della sindrome da sospensione, per la prima volta descritta nel 1972, e indotta da una sospensione passiva su una corda o a un’imbragatura. Oggi si sa di certo che chi rimane appeso deve essere soccorso il prima possibile perché l’immobilità e, quindi, l’inattività della pompa muscolare, impedisce il ritorno del sangue al cuore. Durante l’attesa dei soccorsi la persona appesa deve cercare di muovere le gambe per attivare la pompa muscolare, e di conseguenza, la circolazione a livello degli arti inferiori. 

Urs Pietsch del Dipartimento di Anestesia e di Terapia Intensiva dell’Ospedale Cantonale di San Gallo in Svizzera ha parlato di Medical and logistical challenges of helicopter mountain rescue missions. L’evacuazione da luoghi impervi o in condizioni atmosferiche avverse può causare ritardi nel ricovero presso una struttura ospedaliera anche se l’elisoccorso arriva in tempi rapidi. L’utilizzo del verricello o della longline è indicato quando non è possibile atterrare, quindi, è fondamentale l’addestramento del personale medico e paramedico.

• Droni: il futuro è qui

Jake McRae della Rocky Vista University College of Osteopathic Medicine ha presentato una relazione dal titolo Utilizing drones in search and rescue operations to rapidly deliver water to dehydrated victims stranded in remore areas. La disidratazione rappresenta un problema medico serio tra coloro che praticano attività fisica outdoor, particolarmente rilevante nel Sud-Ovest degli Stati Uniti d’America, accentuato dal tipo di ambiente che è raggiungibile solo a piedi. Scopo della ricerca valutare il successo e l’impiego di tempo nel trasportare acqua con un drone in zone remote nel corso di operazioni di soccorso. Dallo studio è emerso che il drone è più veloce nel trasporto dell’acqua, ma non è molto più efficace di quanto non sia il trasporto da parte dell’uomo. Working in progress…

Giancelso Agazzi

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