Elogio della capra, la mucca dei poveri

Da qualche tempo MountCity era costretto a privarsi delle testimonianze di Paolo Crosa Lenz sulla vita agricola e pastorale della sua Ossola. Per qualche motivo non chiaro non era più arrivato in redazione il fascicolo di ottobre di “Lepontica”, la pubblicazione in cui di mese in mese lo scrittore riversa il suo amore per queste valli natie in cui la vita continua a scorrere con ritmi d’altri tempi. Ora grazie al gentile interessamento dello stesso Crosa Lenz, “Lepontica” è di nuovo sulla scrivania del nostro blog. Ne approfittiamo per proporre ai lettori, d’intesa con l’amico e collega, questo delizioso “elogio della capra”. Nella foto in apertura il monumento alla pastora di Druogno, in valle Vigezzo.

Crosa Lenz e la capra salita sull’albero a mangiare le foglie verdi.

Nella piazza centrale di Druogno in Val Vigezzo lo splendido “monumento alla pastora” (un donna piegata sotto il peso di una gerla che accarezza una capra) dice tutto sull’antropologia sociale delle donne di montagna: la capra era la mucca dei poveri, la falce che va a mietere da sola; le donne erano l’anello forte del mondo contadino, le donne non camminavano ritte ma piegate sotto il peso di una gerla.

Oggi i turisti passano e non lo vedono. In montagna, le famiglie più povere erano quelle che non potevano allevare mucche perché non possedevano prati da fieno sufficienti per mantenerle in inverno. La salvezza era nelle capre che davano una scodella di latte e una volta l’anno il capretto (non da mangiare, ma da vendere ai cittadini per comperare sale, zucchero, caffè).

La capre si lasciavano libere (ma si curavano!) nei boschi comunali. Questo animale meraviglioso, salvezza dei poveri, aveva però un difetto: era ghiotto delle gemme novelle e quindi ostacolava il rinnovamento dei boschi. Uso l’imperfetto verbale perché quel mondo non c’è più. Per questo negli statuti  medioevali e nei primi regolamenti agrari in età moderna, il pascolamento delle capre era rigidamente regolamentato. Appositi valloni impervi e desolati erano sugli alpi deputati al pascolamento libero delle capre; all’alpe Devero il vallone di Valdeserta (il toponimo dice tutto!)

In Sardegna, sul Supramonte, le capre di Baunei, nell’estate piena quando l’erba è gialla e immangiabile, salgono sugli alberi a mangiare le foglie verdi. Capre come scimmie. E un po’ scimmie erano anche i ragazzi della mia generazione che, dopo la scuola, andavano a “lasciare fuori” le capre. Spesso le legavano ad un albero con una corda lunga e le abbandonavano per andare a giocare. Le contadine che passavano sui sentieri ci richiamavano severe perché le capre attorcigliavano le corde agli alberi e rischiavano di strozzarsi.

Poi le vecchie contadine andavano a dirlo alle nostre mamme. Le capre non avevano colpa e noi neanche. Chiudo con le parole eterne di Umberto Saba: “Ho parlato a una capra / era sola sul prato, era legata. / Sazia d’erba, bagnata / alla pioggia, belava. / Quell’uguale belato era fraterno / al mio dolore. / Ed io risposi, prima / per celia, poi perché il dolore è eterno, / ha una voce e non varia. / Questa voce sentiva / gemere in una capra solitaria. / In una capra dal viso semita / sentiva querelarsi ogni altro male, / ogni altra vita.”

Capirete perché ho sempre obbligato i miei studenti ad imparare questa poesia a memoria.

Paolo Crosa Lenz

da Lepontica, ottobre 2021

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