Pagine di storia / L’ eroe mancato di Vermicino

Della tragedia di Alfredino Rampi, inghiottito nel 1981 nel pozzo di Vermicino nei pressi di Roma, tornano a parlare in questi giorni d’autunno i giornali in seguito alla morte a 77 anni per malattia di Angelo Licheri. Per tutti era l’eroe di Vermicino anche se non voleva essere chiamato così. Licheri, originario di Gavoi in provincia di Nuoro, sfruttando il suo fisico esile, cercò invano di salvare il piccolo calandosi per 45 minuti a testa in giù nel pozzo in cui il bimbo era caduto. 

“La posizione di Alfredino è instabile, e questo aggiunge dramma al dramma”, si legge nel libro Soccorsi in montagna di Roberto e Matteo Serafin (Ferrari editore, Bergamo 2004), premio speciale Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” nel 2005. “Il piccolo rischia di scivolare ancora più giù, sempre più giù. La mattina dopo, e nei tre giorni successivi, sul posto una gran folla si raduna per assistere alle operazioni di salvataggio. In campo è sceso un esercito di centinaia di uomini con divise di vari colori agli ordini del comandante dei Vigili del Fuoco Elveno Pastorelli”. 

Il racconto così prosegue: “Davanti alle telecamere fanno la loro comparsa persino due nani e un contorsionista, ma neanche loro hanno successo. L’ultima notte, quando tutte le carte sembrano giocate, l’iniziativa passa finalmente a cinque giovani speleologi che fin dal primo giorno si sono messi a disposizione cercando di intervenire, lottando invano per farsi prendere sul serio”.

“In piena notte Angelo Licheri, un volontario di 24 anni dal fisico minuto, fattorino di una tipografia romana, viene calato a testa in giù, appeso per le caviglie dagli uomini del Corpo Nazionale Soccorso Alpino che stazionano nel cunicolo di raccordo a 25 metri di profondità. Licheri riesce finalmente a toccare le mani di Alfredino. Per qualche istante l’Italia trattiene il fiato. Anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini, che per tutta quella interminabile giornata ha sofferto accanto ai genitori di Alfredino, lo sguardo fisso sull’apertura della voragine, incrocia le dita”.

“L’ho preso, respira, adesso lo lego”, comunica Licheri via radio. L’ambulanza accende le luci e si avvicina al pozzo. Tutti si preparano a gridare la loro gioia. Ma la speranza dura un attimo. Sette volte Licheri appeso a oltre 30 metri di fune prova ad agganciare i polsi del bambino che scivolano sempre, a tirare su quel corpicino imbrattato di fango, ormai sfinito. Un’ora dopo torna in superficie sconfitto e in stato di shock mentre un altro speleologo si prepara all’ultimo disperato tentativo. Ma la partita a scacchi con la morte è ormai persa.

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