La bellezza della fatica / Brutti, sporchi, eroici

La maschera di polvere e fango di Sonny Colbrelli al traguardo della 18ª Parigi-Roubaix che il campione ha vinto il 3 ottobre riconduce al ciclismo eroico dei Binda, dei Bottecchia e dei Gamma. Un’epoca in cui la bicicletta soppiantava il cavallo e le strade non sembravano avere confini: si svolgevano gare di 1000 km tutti d’un fiato su strade sterrate, il gareggiare di notte era una cosa “normale”, i corridori erano i nuovi esploratori alla ricerca dei limiti umani. 

Hermann Bull

Si era nell’ultima decade dell’800 e la bellezza della fatica attirava masse di appassionati. Al traguardo di Roubaix la scena di domenica 3 ottobre era quasi surreale. I corridori brutti, sporchi ed eroici che si contendevano la vittoria in volata sembravano appartenere al passato. Soprattutto dopo quanto, era il 24 ottobre 2020, capitò alla partenza di una tappa del Giro d’Italia da Morbegno, in Valtellina. Quel giorno i corridori scesero in sciopero per non dover pedalare sotto la pioggia battente e mezza tappa se la fecero al calduccio in pullman.

Qualcuno gridò allo scandalo. Ma forse non avevano tutti i torti quei corridori. Strapazzarsi oltre ogni limite per uno sport, può essere considerato insensato, in qualsiasi campo, anche se si è professionisti e si hanno dei doveri verso il pubblico. 

Fino a che punto vale allora la pena di soffrire per sport? A tutto c’è un limite raccomandava l’abate valdostano Henry afflitto dal “morbo dell’alpinismo” ma convinto che “la tormenta, il freddo, l’uragano…quando la montagna è occupata da cotesta canaglia, niente da fare: il vero alpinista deve avere il coraggio di salvarsi in tempo. Meglio fallire cento volte l’ascensione di una montagna che perdere una sola volta la vita”. 

Jack La Motta

Eppure dare spettacolo con le proprie sofferenze fisiche è un atteggiamento che esercita una particolare attrazione soprattutto se a giocarci sono rappresentanti del sesso cosiddetto forte. Due grandi alpinisti austriaci come Hermann Buhl e Kurt Diemberger esibiscono con buone ragioni nelle copertine dei libri le loro barbe gelate dalle bufere di quota ottomila. Buhl ha un’aria particolarmente distrutta, imbottito com’è di una sostanza dopante. Le alte tirature realizzate dai loro libri danno ragione a questa scelta di marketing. 

E poi, erano fieri delle ferite che si procuravano a colpi di sciabola i duellanti all’inizio dell’altro secolo. E la maschera di sangue di Jack La Motta “toro scatenato” è un’icona del pugilato di tutti i tempi, uno sport che lascia un segno indelebile sui volti dei pugili esposti come sono ai colpi spietati dell’avversario. Esclusi possibilmente quelli proibiti. (Ser)

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