Anniversari / Agnér Nord, una sofferta conquista

Jori, Andreoletti e Zanutti portarono a termine l’impresa il 13 settembre 1921. Così oggi l’impegnativa scalata alla vetta dolomitica viene ricostruita dallo storico Giorgio Fontanive nelle pagine de L’Amico del Popolo (ha collaborato Loris Sanromaso).

Arturo Andreoletti era nato a Milano nel 1884. Diplomato in ragioneria, la sua propensione per l’alpinismo era scaturita prima del servizio militare che, nel 1907, iniziò come allievo del corso ufficiali di complemento e che, in seguito, assolse da sottotenente nella regione Dolomitica proprio in Agordino.

Dalla caserma 22 marzo 1848 avviò le sue uscite nelle montagne della conca salendo alcune cime documentando spesso con fotografie queste esercitazioni militari come sul Tàmer con la compagnia di Alpini ancora con il cappello bianco della vecchia divisa. Ma presto fu attirato dal gigante della Valle di S. Lucano: le perfette forme e la potenza dell’Agnèr entrarono subito nel suo essere e, inseritosi nella comunità locale – ma con qualche riserva con la Sezione Cai guidata da Cesare Tomè – non tardò a puntare gli occhi alla vetta di questa montagna.

Ed ecco ben presto una comitiva guidata dalla Guida Serafino Parissenti, inerpicarsi lungo il percorso che, il 18 agosto 1875, l’ostico presidente della Sezione del Cai con Tomaso Dal Col e Martino Gnèch, aveva individuato per raggiungere la vetta della montagna. In quel 28 agosto 1907 Arturo Andreoletti – assieme ad Umberto Frescura, il tenente Alessandro Gregori e il farmacista Luigi Favretti – calcò in divisa da alpino la cima di quella montagna che doveva avere un grande posto nel suo cuore. Tanto che, l’anno successivo, il Nostro volle cimentarsi con una prima salita di tutto rispetto: l’accesso all’Agnèr da occidente lungo l’impervio Canalone de le Scandole in fondo alla Valle di San Lucano; lo accompagnarono ancora la guida Parissenti e Luigi Favretti che, nel 1923 avrebbe poi guidato la Sezione del Cai dopo la morte di Cesare Tomè.

In seguito Arturo Andreoletti proseguì l’attività esplorativa privo della divisa da alpino ma sempre in stretto contatto con l’autorità militare: richiamato partecipò al conflitto mondiale entrando nell’epopea della contesa bellica soprattutto in Marmolada, distinguendosi per la eccellente conoscenza del territorio ma anche per la sua grande umanità.

Invero c’era ancora un sassolino in uno dei suoi scarponi in quel primissimo dopoguerra che lo vide impegnato nella costituzione dell’Associazione Nazionale Alpini: l’Agnèr. Rinsaldato il suo legame con suo amico della Val di Fassa Francesco

Jori e convinto il collega e collaboratore di guerra al Rifugio Ombretta Alberto Zanutti, valutò la possibilità di riuscita di un ardito itinerario alpinistico estremo sul del gigante che domina la Valle di San Lucano.

Durante un sopralluogo lo sguardo si posò sul fantastico spigolo – poi salito 11 anni dopo da Celso Gilberti ed Oscar Soravito – e sulla vasta parete settentrionale della montagna segnata da una serie di stretti canali e neri camini… la scelta fu presto fatta.

Così il 13 settembre 1921 i tre alpinisti si trovarono ad Agordo, pronti per l’avventura che valeva una vita. L’impresa prese avvio alle 9.15 dopo aver raggiunto la base della parete dal capoluogo di vallata: Francesco Jori capocordata, poi Andreoletti ed infine Alberto Zanutti; alla sera oltre 2/3 della parete erano stati superati con difficoltà fino al V grado. Bivaccato a 2400 metri, il giorno seguente dalle ore 10 si dovettero affrontare gli ultimi 400 metri con qualche difficoltà d’orientamento ma alle 18.35 i tre intrepidi calcavano la cima della montagna; attardati dall’oscurità dovettero nuovamente bivaccare lungo il canalone della “normale” per essere a Malga Agnèr alle 5 e ad Agordo alle 8. L’anello era stato chiuso con una grande impresa alle spalle: purtroppo il mondo alpinistico non diede grande risonanza a questa salita alla quale solo anni più tardi venne dato ampio spazio, dapprima da Ettore Castiglioni e oltre 40 anni dopo da Reinhold Messner autore della prima invernale (30 gennaio-1 febbraio 1968).

Nel 1981, per iniziativa della Sez. Agordina del Cai, in Valle di S. Lucano è stata apposta una targa ricordo in occasione del 60le della salita; si trova a lato della comune in piena vista dell’Agnèr.

Giorgio Fontanive

Arturo Andreoletti

Il racconto di Andreoletti

La mattina del 13 settembre, valicato il P.Ombretta, divallammo per la Val Cordévole a Taibon, e di là in Val di S. Lucano, ancora in tempo per un ultimo esame dell’immane parete nel chiaro tramonto.

Io propendevo per lo spigolo, Jori per l’aperta parete; infine, unanimemente decidemmo per la parete. All’alba del 14 settembre un uomo ci accompagnò alla sommità del lungo ghiaione fino al piede della parete, e gli affidammo gli scarponi; ci avrebbe atteso al ritorno la sera stessa a Malga Agnèr, nel versante orientale del monte. Ma, come vedremo, avevamo fatto male i nostri conti.

La via seguita è costituita da una serie ininterrotta di canali e camini di ogni dimensione, i cui fianchi sono levigati per la continua caduta delle pietre durante il disgelo e come infarinate di talco.

Attaccammo decisi. Le difficoltà erano notevoli, in complesso la salita si svolse per tutta la giornata con regolarità… salvo che nell’orario che ci eravamo proposti; infatti, quando, all’imbrunire, convenimmo opportuno arrestarci, ritenemmo di aver superato i 2/3 della salita: più ardui. Ci sistemammo in uno stretto camino, disponendoci, opportunamente assicurati, uno sopra l’altro, perché non era possibile diversamente. Ma, a questo punto, ci attendeva una dolorosa sorpresa: alcuni appigli al disotto di noi avevano tracce di sangue.

Come mai? Nessuno aveva denunciato di essersi ferito e neppure di avere le mani scorticate. Infine il taciturno e stoico Zanutti si decise a mostrarci che i suoi piedi erano nudi e abbondantemente escoriati; il poveretto già da alcune ore saliva, terzo di cordata, a piedi nudi, senza nulla dire, essendo le suole delle sue pedule del tutto consumate a causa dell’aspro logorìo subito.

Che fare? Come avremmo potuto continuare a salire in tali condizioni? Zanutti era il solo che non se ne dava pensiero; era piuttosto preoccupato di procurarci noie: soffriva, tacendo, come sempre. Infine si escogitò un rimedio, o meglio un ripiego: avremmo tagliato a strisce la robusta tela del nostro unico sacco, il quale era ancora affidato alle spalle di Zanutti, ospitando tre robusti panini imbottiti per la nostra

Ma qui ci attendeva una nuova dolorosa sorpresa: il sacco ci apparve tutto bucherellato come un rozzo crivello: il continuo strisciare e strofinare lungo le pareti dei camini e, da parte loro, i 4 chiodi avevano completato la deplorevole operazione:

i panini, minutamente sbriciolati, se n’erano andati per i buchi del setaccio. Sicché alla fine della laboriosa giornata rimanemmo a bocca asciutta ed a stomaco vuoto.

Toccammo finalmente la cima, che era ormai notte fatta, una notte di plenilunio, quando le ombre sono nere, profonde, impenetrabili a causa dell’abbaglio della luce lunare.

Ma tutti e tre ci sentivamo felici ed esultanti. E certamente, anche più di noi, il nostro caro Alberto. Anche la via di discesa, che io avrei dovuto facilmente rintracciare

avendola percorsa tre o quattro volte, ci procurò molto perditempo, forse per la nostra stanchezza e debolezza.

Quando raggiungemmo la Malga Agnèr era giorno fatto. Quegli ospitali pastori si prodigarono per ristorarci; avevamo la gola così rinsecchita, che non potevamo sorbire il latte che per mezzo di paglie cave.

E il nostro uomo con le scarpe ed i viveri? Ci aveva atteso alla Malga per due notti, e poco prima che noi arrivassimo era sceso ad Agordo per organizzare una spedizione di soccorso.

Fortunatamente arrivammo in paese quando i preparativi erano appena iniziati. Eravamo tutti e tre contenti, soddisfatti. Ma io sono certo che più di tutti noi, nel suo silenzio abituale, Zanutti – il nostro caro Alberto – assaporava la sua intima felicità.

Arturo Andreoletti

Lo scritto di Andreoletti apparve sulla rivista Le Alpi Giulie dopo la scomparsa

(1958) del suo caro amico Alberto Zanutti

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