Il film sull’abisso che ha trionfato al Lido

Ha riempito un vuoto il film “Il buco” di Michelangelo Frammartino sull’impresa compiuta nel 1961 da un gruppo di speleologi calatisi per primi in Calabria nell’Abisso del Bifurto, vincendo il Premio speciale della Giuria alla recente Mostra del Cinema. Da tempo si avvertiva nelle grandi assise cinematografiche e letterarie l’assenza di opere importanti legate a ricerche e avventure del passato o del presente. A parte le rassegne specializzate tipo TrentoFilmfestival che sui grandi media passano pressoché inosservate, occorre risalire al 2019 per trovare un Oscar assegnato per il miglior documentario al film “Free Solo” diretto da Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi e interpretato dal fenomenale americano Alex Honnold. 

Il regista Michelangelo Frammartino riceve il premio speciale della Giuria. In apertura un’inquadratura del film “Il buco”.

Nessun’opera letteraria che abbia attinenza con la montagna e gli spot indoor si affaccia da tempo, d’altra parte, nelle hit parade dei libri disertate perfino dall’habitué Mauro Corona. Vuoto assoluto ai vari Premi Strega, Viareggio, Campiello. E invece, lieta sorpresa, il Lido di Venezia ha riportato alla ribalta la speleologia, questo alpinismo alla rovescia che non conosce tramonti. La pellicola premiata racconta la scoperta della seconda grotta più grande del mondo. Ed singolare che due superstiti, entrambi ultraottantenni, di quella spedizione, Beppe De Matteis e Giulio Gècchele, abbiano assistito alla proiezione del film al Lido. E che si siano contati, fatto incredibile, ben 10 minuti di applausi.

L’abisso del Bifurto, nel territorio del comune di Cerchiara di Calabria, è un profondissimo inghiottitoio che scende in verticale, esempio dell’attività carsica sulle pendici del Pollino. Occupa il quarantesimo posto nella graduatoria delle grotte più profonde del mondo ed è, secondo gli speleologi, una delle cavità più difficili  da esplorare dell’intero Mezzogiorno. 

Il regista, ricevendo il premio, ha ringraziato la giuria, i compagni di lavoro, il grande speleologo calabrese Antonio La Rocca, i produttori che hanno creduto in questo salto nel buio. “A me interessano gli intrecci di storie, le linee narrative”, ha detto Frammartino. “Nel 2016 partecipai a un campo insieme allo speleologo Giulio Gecchele. Rimasi colpito dal suo racconto. In quell’occasione venni a conoscenza di questo gruppo di giovanotti che nel 1961 scendevano da un nord in pieno boom economico, e che qui erano impegnati in un’attività gratuita come la speleologia. Anziché partire per imprese come la conquista del K2 finanziate con i cospicui contributi della Fiat e a costo di salti mortali da parte del Cai, questi cirenei scelsero le grotte. Mi affascinava”, ha raccontato Frammartino, “il racconto di quella vicenda destinata alla sconfitta. Loro non cercavano di vincere a tutti i costi. Non cercavano la notorietà. Addirittura non documentarono l’esperienza. Scattarono solo una manciata di fotografie, addirittura non in grotta. Un paradosso, se pensiamo ai tempi moderni”. E anche se pensiamo a certe spedizioni alpinistiche dell’epoca, fucine di rancori e ripicche.

“Il nostro è un cinema underground, speleologico, di ricerca”, ha aggiunto Frammartino. “Restiamo sotterranei. Il direttore Alberto Barbera è stato coraggioso e generoso, anche se, confesso, nonostante fossimo lusingati per la proposta, be’, ci abbiamo pensato un po’ prima di accettare. Del resto il nostro è un film d’esplorazione. Ho usato gli strumenti della speleologia per farmi un varco nell’immagine, non solo nel paesaggio. Non cerchiamo necessariamente il consenso dello spettatore” (Ser)

Gli speleologi del gruppo piemontese che nel 1961 esplorarono per primi l’enorme inghiotittoio.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *