Vita in montagna / Speriamo nella tarsòla!

Dei sottili e delicati equilibri dell’economia pastorale alpina ci ragguaglia ancora una volta Paolo Crosa Lenz in questo scritto tratto dal suo mirabile “giornalino” Lepontica in distribuzione gratuita ad amici ed estimatori in questo mese di settembre 2021.

Questa estate la fienagione, sia sui prati di montagna che su quelli di fondovalle, non è andata bene. Il fieno era raiar (rado): lavori tanto e porti a casa poco; ha fatto freddo, ha piovutotroppo, c’è stata la grandine.

Mi diceva giorni fa un vecchio contadino: “Ci sono stati anni che col primo taglio riempivamo la cascina, quest’anno ne abbiamo già fatti due e la cascina è mezza vuota. Sai, l’erba cresce come vuole! Speriamo nella tarsòla”.

La tarsòla (terzaruolo) è il terzo taglioche si fa in settembre, quaranta giorni dopo l’argorda. È un’erba che si taglia solo nei prati di fondovalle del fiume Toce, a 200 m., alle spalle del Lago Maggiore. Nei prati di montagna, ripidi sulle valli laterali dell’Ossola, si fanno solo due tagli e in alta montagna, sopra i 1000 m. può capitare di farne uno solo. Nei sottili e delicati equilibri dell’economia pastorale alpina, il bestiame che è possibile allevare (unica fonte di reddito nella tradizione contadina) dipende dalla disponibilità di fieno secco per l’alimentazione invernale.

Tanto fieno, tante mucche, tanto formaggio; poco fieno, poche mucche, poco formaggio! Nelle alte valli di montagna, alla scarsità di un fieno lavorato “in un’estate di pochi giorni” si ovviava con usi di scambi tradizionali: era la saverna, lo svernamento del bestiame nelle comunità di fondovalle che disponevano di maggiore quantità di foraggio accumulato.

Ricorda Remo Bessereo Belti in un’accorata memoria su Migiandone scritta nel 1989: “D’inverno, i migiandonesi che avevano fieno in abbondanza, andavano in Valle Antrona a prendere altre mucche, che là avevano poco fieno; ne godevano il latte e il letame e se non facevano latte, gli antronesi pagavano qualcosa perché gliele tenessero, restituendogliele in primavera.

L’arrivo e la partenza delle mucche antronesi era segnato dai vari suoni dei campanacci, che sapevano come di festa all’arrivo, e di un po’ di malinconia allapartenza. Insomma, a tenerle e accudirle nelle stalle,si finiva coll’affezionarsi”.

Oggi queste usanze tradizionali sono completamente scomparse e il fieno lo si compra in rotoballe dai prati irrigui della Pianura Padana dove le risorgive permettono anche cinque – sette tagli in un anno. Rimangono i miei vecchi a sperare nella tarsòla.

Paolo Crosa Lenz

da Lepontica numero 11, settembre 2021

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