Vita da stambecco / Qualcuno vuole riaprire la caccia

Riprende, dopo la pausa estiva, il viaggio di Lepontica con il n° 11, settembre 2021. Sempre in libera lettura. “Ovviamente è tutto gratuito, perché la cultura è bene comune”, avverte il curatore Paolo Crosa Lenz augurando buone letture. Nel ringraziarlo preannunciamo in mountcity altre riprese di alcuni degli argomenti trattati e impeccabilmente documentati dal bravo scrittore ossolano.
Lo stambecco (Capra ibex) è un ruminante selvatico che si nutre di graminacee, ma anche di muschi e licheni, foglie di mirtillo e rododendro. In estate vive a quote di poco inferiori ai 3.000 m, mentre in inverno scende a quote inferiori, evitando però i pendii innevati. Il maschio ha una “barbetta” che può raggiungere i 15 cm e lunghe corna nodose, mentre la femmina ha corna lisce più corte del maschio e non ha barba. In estate, sui monti di Devero e di Veglia, si notano le “nurseries”, branchi di neonati che si riuniscono per giocare accuditi da una o due femmine.

La storia dello stambecco sulle Alpi è una storia di una precaria sopravvivenza. Agli inizi del Novecento era praticamente estinto sull’arco alpino e sopravviveva solo in piccoli branchi sul Gran Paradiso. Fu allora che la casa reale dei Savoia “donò” allo stato italiano (il Regno d’Italia che loro governavano) le loro riserve di caccia sul Gran Paradiso: fu così istituito nel 1922 il primo parco nazionale italiano che permise la sopravvivenza della specie stambecco. Una riserva naturale unica in Europa. Tutti gli stambecchi che oggi popolano le Alpi in robuste e cospicue colonie vengono da lì. Nel 1969 venne  istituita l’Oasi Faunistica di Macugnaga e negli anni successivi vennero reintrodotte coppie di stambecchi (oggi sono circa 120). Tra il 1977 e il 1979 all’alpe Veglia furono reintrodotti 13 capi provenienti dal Gran Paradiso (si racconta che i primi esemplari morirono “di freddo” conservati per breve tempo in qualche freezer della valle).

Nel 1983, cinque anni dopo l’istituzione del Parco Naturale Alpe Veglia (il primo della Regione Piemonte) di stambecchi non ce n’erano più. Sono ricomparsi negli anni’90 in seguito a rilasci effettuati dal servizio caccia e pesca del Canton Vallese nella valle di Binn.

La condizione di tutela vigilata garantita dai guardiaparco delle Aree Protette dell’Ossola ha portato ad una crescita esponenziale della popolazione, le cui dimensioni sono controllate da oltre trent’anni di monitoraggi scientifici.

La montagna, nell’immaginario mediatico, vive anche di stereotipi. Uno di questi è quello del camoscio (ricordate il formaggio del “camoscio bianco”?) come simbolo delle Alpi. Non è vero. Snello ed elegante, il camoscio è tanto animale di bosco ed è presente dai tremila metri al livello del mare: avvistato sulle scogliere di Marsiglia così come nei boschi di fondovalle della bassa Val d’Ossola (si ha memoria di camosci sparati dai cacciatori dalle piazzole dell’autostrada!). È lo stambecco, una capra selvatica bonaria che non ha paura dell’uomo, l’animale delle Alpi per eccellenza.

Decenni di monitoraggi in Veglia e Devero hanno fornito dati che indicano una sostanziale stabilità della popolazione di camoscio ed una crescita strabiliante di quelladi stambecco (in quarant’anni da pochi individui ai 250 capi di oggi). All’alpe Devero la situazionesi è stabilizzata da alcuni anni e dal 2017 si assiste a un lieve calo, ma sembra che orami si sia stabilizzata la crescita in tutto il parco.

La condizione di tutela assoluta ha permesso un sicuro e stabile ripopolamento dello stambecco sulle Alpi. Tanto che i cacciatori, in un recente convegno a Macugnaga, ne chiedono la riapertura della caccia. Mah!

Paolo Crosa Lenz

da Lepontica numero 11

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