Mostre / Eroismi dimenticati alle Tofane

“Da Checo da  Meleres agli Scoiattoli” è il titolo della mostra fotografica lungo le scale della Cooperativa di Cortina che ripercorre i 150 anni dell’alpinismo ampezzano. Carlo Gandini, memoria storica, propone fotografie d’epoca e scritti, a cominciare dal 1863 con la prima salita alla Tofana del giovane viennese Paul Grohmann, pioniere dell’alpinismo in Dolomiti, e l’esperto ampezzano Francesco Lacedeli. E’ del 1871 il primo libretto ufficiale di guida rilasciato a Fulgenzio Dimai. Salendo, gradino per gradino, in questopercorso della memoria si arriva algruppo degli Scoiattoli fondato il 1° luglio 1939, ottantadue anni fa.

Gandini è stato presidente dei celebri maglioni rossi. Le notizie raccolte da Gandini sono fornite per buona parte a memoria dai protagonisti di allora. Sono pagine gloriose, specchi di un alpinismo che torna dopo gli orrori delle guerre a esprimersi ai massimi livelli anche quando viene chiamato a farlo per ragioni di solidarietà. 

La serie di interventi comprende il racconto di uno dei soccorritori sulla parete nord ovest della Civetta. E’ il 1945 ed è una celebrità dell’alpinismo bellunese, Attilio Tissi, a chiedere aiuto agli amici di Cortina “per una grave disgrazia accaduta sulla Solleder”. Partono da Cortina in cinque: Vecio, Bibi, Bocia, Igi, Baa. “Alle cinque del martedì mattina”, raccontano, “eravamo al rifugio Vazzoler, ci ristorammo e appena giunsero le due guide De Toni e Da Roit di Alleghe partimmo: una cordata andò all’attacco della Solleder e un’altra risalì la parete per la via ferrata comune. 

A quest’ultima cordata venne assegnato il compito di scendere a corde doppie per circa 250 metri per esaminare la parte superiore della parete. Ma è chiaro che per quelli saliti dal basso il compito fu ben più impegnativo. La scalata si svolse in un continuo e difficile susseguirsi di passaggi di sesto grado, di fessure e strapiombi per una lunghezza di oltre mille metri. Quello che in altre condizioni di serenità di spirito è già un durissimo cimento, assunse il significato di una lotta tragica per ritrovare dei compagni caduti.”. 

Alle 17 è la cordata che sale dal basso a ritrovare su una cengia le salme dei due caduti. Ma il recupero si rivela più arduo del previsto e gli Scoiattoli saggiamente decidono di proseguire immediatamente per la vetta. Il giorno dopo le due cordate di Boni, Manni e Bortolin ripetono la salita per raggiungere le salme e calarle. Ma niente si può dare per scontato. Le difficoltà si rivelano ancora superiori rispetto al pur tribolato giorno precedente. 

Interi tiri di corda vengono affrontati su rocce ricoperte di vetrato e di ghiaccio. Si procede dunque con estrema cautela rompendo la patina ghiacciata centimetro per centimetro. E alla fine la missione viene portata dolorosamente a compimento. Quei poveri corpi sono calati. “Questo intervento presentò una particolarità”, spiega Gandini. “Fu il primo caso di recupero di alpinisti precipitati a notevole altezza dall’attacco. Fu necessario un bivacco in parete, la notte era freddissima, piena di nebbia, con l’incubo di dovere fare i conti con il cattivo tempo. Eravamo insomma ai massimi livelli d’impegno per un soccorritore”.

Una lotta contro il tempo

Il  1961 resta scolpito nella memoria degli Scoiattoli per il soccorso alla fortissima cordata Sorgato-Ronchi impegnata nell’ascensione invernale della via Couzy sulla cima Ovest di Lavaredo. L’incidente avviene il 28 febbraio. La squadra si mise in moto il 1° marzo alle ore 1.30. Dopo essersi portati alla base della cima con l’ausilio del gatto delle nevi, i soccorritori percorsero la via comune e, raggiunta la vetta, si calarono lungo lo spigolo Demuth. 

Nella zona imperversava una fortissima bufera di neve e più di un soccorritore accusò sintomi di assideramento. Raggiunti i due alpinisti in difficoltà operando con difficoltà estreme sulla parete interamente ricoperta di neve e ghiaccio, soccorsi e soccorritori iniziano assicurati dall’alto la risalita lungo lo stesso spigolo. Dopo quattro ore di dura lotta si ritrovano tutti in cima e iniziò la discesa per la via comune. 

Alle ore 20 raggiunsero il rifugio Auronzo sani e salvi. “E’ il soccorso più difficile e pericoloso compiuto dagli Scoiattoli durante tutta la loro attività”, si legge negli annali raccolti da Carlo Gandini. “C’ero anch’io quel giorno”, ricorda lo “scoiattolo” Lorenzo Lorenzi che è stato per vent’anni capo della stazione di Cortina. E come dimenticare la sera in cui arrivò la chiamata per strappare alla montagna Sorgato e il suo compagno? “Siamo tutti allo stadio del ghiaccio a goderci la partita di hockey Italia-Francia. Veniamo pizzicati uno per uno sul più bello con l’altoparlante. Ricordo che senza fiatare lasciamo tutti insieme lo stadio e corriamo a casa a cambiarci. Non c’è un minuto da perdere. E’ buio pesto e fa un freddo boia quando iniziamo la salita sulla cima Ovest e caliamo per la Demuth fino all’altezza degli strapiombi”. 

Il primo “logo” degli Scoiattoli di Cortina d’Ampezzo.

1968, l’annus horribilis

Il 1968 viene ricordato come un annus horribilis per la brusca impennata degli interventi: 18 azioni di soccorso con il recupero di otto morti, 6 feriti e 14 illesi per complessive 127 giornate/uomo e l’impiego di 120 persone. Dodici salvataggi impegnano Albino Alverà, un veterano del soccorso, campione italiano di sci alpino nel 1951 e olimpionico a Oslo. Luciano Bernardi, impiegato all’Enel, è appena tornato dal viaggio di nozze e deve, prima ancora di disfare le valigie, correre sulle Tofane a prelevare un ferito. “Cominciamo bene”, sospira la sposina. Non è mai successo niente di simile a Cortina. 

In terza pagina sul Corriere della sera (4 agosto), Dino Buzzati titola “L’eroismo come hobby” . E spiega come “i più intrepidi alpinisti cortinesi sempre pronti a soccorrere gli scalatori incrodati sulle tremende pareti di Lavaredo non ricevono compensi per le loro eccezionali imprese”. Campo principale d’azione ancora una volta sono le Tre Cime con interventi estremamente difficili e con rischi sostenutissimi per tutti i soccorritori. 

La prima volta dal cielo

“Abbiamo tirato giù gente incrodata dappertutto, anche lungo la mitica Solleder alla Civetta. Di attività ne abbiamo fatta davvero parecchia”, sottolinea Lorenzo Lorenzi, “eravamo di casa in Marmolada, Civetta, Pelmo, Tofana, Sorapiss e naturalmente alle Tre Cime. Non c’è montagna in queste zone dove non siamo stati chiamati per raccogliere salme di alpinisti caduti o per cercare di riportare a valle alpinisti feriti o in gravi difficoltà. Andavamo dove non c’erano alpinisti esperti in grado di svolgere questo compito in cui avevamo nel frattempo raggiunto un alto livello di preparazione. Per quanto mi riguarda, ho cominciato nel 57 a darmi da fare. Avevo diciott’anni”.

“Facendo un bilancio”, continua a raccontare Lorenzi, “devo dire che in poche occasioni ho operato fuori dal nostro territorio. Certe resistenze a utilizzarci fuori dall’ambito dolomitico erano probabilmente di tipo più che altro culturale. No, no, qui ci arrangiamo noi, mi sono sentito dire in Valle d’Aosta. Gli Scoiattoli restino pure nelle Dolomiti. Ed erano giornate cruciali per la vita di alcuni rinomati alpinisti. Acqua passata. Non sono queste piccole diatribe a dividerci. Ci accomuna qualcosa di ben peggiore, noi del Soccorso alpino, un aspetto della nostra attività con cui siamo purtroppo costretti a fare i conti quando si torna a valle con quel benedetto sacco pieno, dopo averli tirati su a pezzi con le nostre mani”. 

Un giorno (la data non se la ricorda, ma che importa?) Lorenzi va alle Tre Cime animato da un allettante progetto: fare lo Spigolo giallo con un cliente. Ma il tempo non promette niente di buono e a mezzogiorno, chi sé visto s’è visto, è già di ritorno a casa. “Mangio un boccone con mia moglie”, racconta, “ma all’una e mezza squilla il telefono. C’è un morto sulla Comici-Dimai – mi annunciano brutalmente – e un numero imprecisato di feriti. Tutti folgorati in mezzo al temporale. Ma insomma, dovevano proprio andare a cacciarsi nei guai quei milanesi, non si sono accorti che arrivava ‘sto tempaccio? Mentre bofonchio preparando lo zaino, mia moglie telefona alla squadra, ci pensa lei a selezionare gli uomini più adatti. Non so neanch’io come abbiamo fatto quella volta, ma una cosa posso dire. Alle sei di sera i feriti erano già ricoverati al Codivilla e il morto era giù nella cappella delle Tre Cime. In poche ore siamo riusciti a salire al bivacco Comici, a portare giù i feriti e a ricomporre il defunto…Eh si, si viaggiava forte in quegli anni. Tutti zitti,  nessuno fiatava. Concentratissimi. I più veloci salivano da primi, poi si facevano calate con 40 metri di corda fino alla base della parete. E non era finita”. 

L’intervento di Indro Montanelli

“Eroismi dimenticati dallo stato” definì Indro Montanelli le azioni dei ragazzi del soccorso alpino di Cortina citandoli uno per uno e invocando un riconoscimento che sarà assegnato nel ’69 sotto forma di medaglia d’oro al valor civile. ”E’ tutta gente che vive del proprio lavoro”, scrisse il celebre giornalista sulla Domenica del Corriere. “Alcuni di essi fanno d’inverno i maestri di sci e le guide d’estate, ma la maggior parte sono artigiani e negozianti, che alla montagna si dedicano nei ritagli di tempo e solo per passione. Ma di passione ce ne mettono tanta che in tutta Europa sono conosciuti come i più esperti, agili e spericolati scoiattoli. E questo è il loro guaio. Perché su qualunque parete delle Dolomiti ci sia una cordata in pericolo, anche se si tratta di una zona che fa parte di altri comuni, la stazione del Soccorso a cui viene suonato l’allarme è quella di Cortina. E Cortina mette subito in campo la squadra dei soccorritori. Nessuno si tira indietro, nemmeno se è notte fonda, il temporale infuria e sulle cime da scalare c’è la tormenta”. 

Si chiede, Montanelli (e potrebbero chiederselo in molti anche oggi) se sia umano e morale che la Repubblica, che nomina cavalieri i calciatori pagati con fior di quattrini, ignori questi missionari della montagna. E chiede al ministro per lo Sport, il Turismo e lo Spettacolo, se sia giusto che tutte le provvidenze di cui beneficiano siano un’assicurazione di quattro milioni (nel ’68) in caso di morte o d’invalidità permanente, e il rimborso dei pasti nei rifugi. “Il vestiario, gli attrezzi, i chiodi, i moschettoni, le corde, se li devono procurare da sé. Per la giornata o le giornate perse nessun compenso. Rischi, fatiche, patimenti, logorio di nervi, fame, sete, sonno, artrite e reumatismi: tutto a carico loro, come se si trattasse di spese voluttuarie e ricreative. Tutto ciò è molto bello, anzi sublime da parte di questi uomini silenziosi e modesti. Ma è altrettanto vergognoso da parte delle cosiddette autorità competenti” (Ser)

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