Quei boschi lasciati al loro infuocato destino

I torrenti che straripano, i boschi che bruciano. Che cosa sta succedendo alle nostre montagne? Sono soltanto da addebitare alle avversità climatiche le frane e gli incendi che alla fine di luglio hanno occupato le prime pagine dei giornali? In MountCity è toccato a Emilio Magni, veterano cronista delle terre alte lombarde, battere su un chiodo che gli è familiare: non ci sono quasi più i contadini di montagna di una volta che regolavano i boschi e i declivi perché questi erano la loro vita, e i boschi sembrano spariti anche nell’agenda dei nostri amministratori, dei politici. 

Emilio Magni

“Sulle nostre montagne”, ha osservato l’amico “Mili” Magni, “in un sottobosco che non è più regolato e disciplinato, giacciono grandi quantità di alberi che sono caduti per vecchiaia, seguendo il ciclo naturale della natura, oppure perché abbattuti dai venti, dalle bufere che in questi ultimi anni sono state frequenti e assai forti”. 

“Il terreno del bosco, non più regolato”, ha aggiunto Magni, “è un accumulo di essenze maligne, invasive, infestanti, le vere cause dei dissesti. Contemporaneamente e con piacere lo stesso giorno si è letto nelle pagine del Correre della Sera un analogo grido di dolore per la situazione dei boschi. Era firmato questa volta da Giulia Borgese, firma illustre di via Solferino, figlia di quel Leonardo che fu critico d’arte del Corriere, partigiano, grande amico della montagna valtellinese dove si rifugiò con i figli nel ’43 per sfuggire alla milizia fascista. 

Peccato che il titolo, “Boschi lasciati al loro destino infuocato”, fosse relegato in un angolino, in una pagina del Corriere riservata ai commenti. Articolo esemplare, da non perdere. C’è da augurarsi che il contenuto non sia sfuggito a chi ha cuore il destino dei nostri boschi “magnifici e abbandonati, lasciati crescere fino sull’orlo delle strade così se un’auto prende fuoco si possano rapidamente incendiare”. 

Giulia Borgese

Giulia Borgese non può fare a meno di ricordare la sua infanzia di guerra in Valtellina, nella casa di San Bernardo, una montagna alta 120 metri sopra l’antico paese di Ponte, tutta prati e boschi di larici, sembri e abeti, che erano stati piantati da suo nonno e dalla sua generazione ottocentesca su balze a quei tempi spelacchiate. 

“Mi vengono in mente”, scrive Giulia sul Corriere, “le lunghissime estati in quel nostro Paradiso Perduto. I boschi godevano di una loro vita parallela alla nostra, di cura e posso dire perfino di amicizia: noi ci passavamo il tempo a giocare a guardie e ladri e a riempire i cestini di mirtilli, lamponi e fragole. Settembre era la stagione  del ‘pattusc’: le contadine con il rastrello di ferro raschiavano il sottobosco e raccoglievano foglie secche mescolate a muschio, erica, felci, e stipavano tutto nel gerlo. Il ‘pattusc’ sarebbe diventato la lettiera per le stalle d’inverno”.

“E poi gli alberi: alcuni venivano segnati sul tronco da una grande macchia di vernice rossa come il sangue: sarebbero stati tagliati perché malandati o solo cresciuti troppo fitti, troppo vicini agli altri…”. Queste malinconiche testimonianze del tempo che fu, questi ricordi di due veterani del giornalismo meriterebbero di essere portati sui banchi della scuola. Qualcuno lo farà? Perché è necessario che non si disperda il ricordo di un lavoro faticoso e importante passato dai genitori ai figli per generazioni. “Di cui adesso”, conclude Giulia Borgese, “non c’è più traccia in troppi boschi abbandonati al loro infuocato destino”.  

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