Boschi abbandonati. E le montagne vanno in rovina

E’ la solita storia, drammatica purtroppo. Piove e l’acqua dirompente trascina a valle tutto quello che c’è sui declivi ripidi e così i torrenti straripano portando danni e grandi pericoli per le popolazioni. In Italia il disastro è frequente ma si è visto che anche in Germania l’acqua ha portato distruzione e morte. I catastrofici e assai rischiosi avvenimenti alluvionali che hanno colpito il nostro Lario (per fortuna non ci sono state vittime), dovrebbero portare anche grazie al forte eco gridato dai media, i responsabili della nostra nazione, della regione ad affrontare una buona volta il gravissimo problema della montagna abbandonata, delle assai brutte realtà che si trascinano ormai da decenni nei boschi, sulle pendici, purtroppo molto pendenti, dei monti lariani e sulle montagne italiane in generale. 

Saranno ovviamente e sicuramente le cosiddette “bombe d’acqua dovute alle variazioni del clima ad essere l’origine della catastrofe, ma l’acqua piove su terreni abbandonati a se stessi da tanto tempo. E così cosa succede? Basta osservare le immagini che sono apparse in questi giorni sui giornali, sulla televisione per capire: le frane sono di sassi, terra ma soprattutto di tronchi d’albero, rami e ramaglie. Una gran parte del lago è coperta di legname.

Sulle nostre montagne, in un sottobosco che non è più regolato e disciplinato, giacciono grandi quantità di alberi che sono caduti per vecchiaia, seguendo il ciclo naturale della natura, oppure perché abbattuti dai venti, dalle bufere che in questi ultimi anni sono state frequenti e assai forti. Il terreno del bosco, non più regolato, è un accumulo di essenze maligne, invasive, infestanti, “i ruvedée” nel nostro dialetto, e da accumuli di foglie morte. 

Il terreno diventa quindi impermeabile e la pioggia viene assorbita con difficoltà dall’humus. L’acqua fa in fretta a trascinare giù il legname abbandonato e a portare intasamenti, che a loro volta creano sbarramenti responsabili di bacini. Le barriere poi cedono e piccoli, innocui torrenti in cui l’acqua correva tranquilla diventano improvvisamente delle potenze idrauliche catastrofiche, impossibili da contenere: ecco il disastri.

Ho capito il valore del bosco, della sua pulizia, della sua regolazione, e della disciplina delle sue acque di scorrimento quando, per documentarmi durante un lavoro preparatorio per la stesura di un libro sulla lunga storia di una famiglia contadina dell’ottocento-novecento, ho a più riprese consultato la preziosa ed assai meritoria pubblicazione “Campagna”, pubblicata nei decenni intorno al 1900, dalla Cattedra Ambulanti dell’Agricoltura, organo dell’Amministrazione Provinciale di Como che in quei tempi comprendeva anche Varese e Lecco. 

La rivista insegnava ai contadini a disciplinare adeguatamente i terreni e i boschi onde evitare dissesti. C’erano poi i cosiddetti “campée”, funzionari comunali che controllavano scrupolosamente la pulizia dei corsi d’acqua, delle rogge, dei torrentelli, curando pure la distribuzione della forza idrica. Tutto questo valeva soprattutto per i terreni in pendenza delle montagne, per i boschi. 

Adesso non c’è più niente di tutto questo. Non ci sono quasi più i contadini di montagna che regolavano i boschi e i declivi perché questi erano la loro vita. Che cosa bisognerebbe fare? Qui il discorso diventa difficile. Qualcuno parla di favorire il ritorno dell’agricoltura di montagna. Qualche cosa è stato meritevolmente fatto. Penso perché che sia giunto proprio il momento che questo problema dei boschi diventi un punto fermo nell’agenda dei programmi dei nostri amministratori, dei politici. E’ un problema bipartisan, bisogna affrontarlo. 

Bisognerebbe cominciare dal cancellare alcune leggi, o regolamenti, i quali impongono di lasciare nei boschi le frasche e le ramaglie degli alberi abbattuti. Devono restare qui, si dice, perché qui marciscono e favoriscono l’economia naturale del bosco. Ma quando piove a dirotto sono i primi ad andare a intasare i torrenti.

Emilio Magni

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