Bonatti da leggenda sotto le stelle dei Cappuccini

Giunge a proposito la mostra del Museo della Montagna dedicata a Walter Bonatti (1930-2011) intitolata “Stati di grazia. Un’avventura ai confini dell’uomo”. L’arte della sopravvivenza nella natura selvaggia, genere in cui Bonatti fu un maestro, è infatti un filone oggi molto praticato anche se la nostra vita è ormai in prevalenza urbana. A conti fatti, sono almeno 23 anni che al Monte dei Cappuccini il Museo torinese (da quassù la vista spazia ben oltre Torino, fino ai contrafforti delle Levanne e alla Val di Susa) “racconta” Walter Bonatti, ancora prima dell’avvento dei social, ancora prima che la wilderness diventasse argomento di conversazione. In mostre, cataloghi, documentari, Bonatti è stato “esplorato” nella sua complessità di alpinista, fotografo, scrittore, giornalista e uomo d’avventura e, per l’appunto, pioniere della vita open air ovvero into the wild a voler rifare il verso al celebre romanzo di Jon Krakauer in cui si racconta la storia del fuggiasco Christopher McCandless.

Walter Bonatti (1930-2011) indossa per la prima volta il maglione rosso dei Ragni (ph. Serafin/MountCity). In apertura una veduta notturna del Monte dei Cappuccini.

Questo dovrebbe dunque risultare il momento più adatto per rendere omaggio all’avventuroso Bonatti nel decennale della scomparsa che ha preceduto, l’anno successivo, quella di un altro eroe del millennio che abbiamo alle spalle, il quasi coetaneo astronauta Neil Armstrong, il Marco Polo del cielo, l’uomo che ci regalò la luna così come Bonatti ci fece dono del suo inesauribile spirito di avventura. 

La mostra di Torino è un punto di arrivo di un lungo lavoro di riordino, studio, catalogazione e digitalizzazione dei materiali dell’Archivio Bonatti da cui emerge l’immagine di un eroe assimilabile a quell’Indiana Jones che rischia la vita fra giungle, canyon e sabbie mobili: quelle reali e quelle virtuali che peraltro abbondano nell’inquieto mondo della montagna. Così con il corredo inevitabile dei machete usati da Bonatti tra le giungle da lui esplorate, finalmente si apre il 22 giugno questa mostra che comprende il ricco materiale donato all’inizio di agosto del 2016 al Museo dalla famiglia Vicario, erede dell’alpinista-esploratore: famiglia di cui fece parte l’attrice Rosanna Podestà sentimentalment, affettuosamente legata fino all’ultimo a Bonatti. E’ bene che si sappia che la trattativa tra l’allora direttore del Museo Aldo Audisio, campione di diplomazia nel travagliato mondo dell’alpinismo, e Tommaso Vicario fu lunga e costruttiva, superando anche, e dai!, le sabbie mobili di alcuni inattesi ostacoli e interessi locali. Soprattutto valtellinesi, tiene a precisare Audisio. 

Ma torniamo alla mostra. Delle scorribande compiute per il settimanale Epoca da Bonatti, questa che adesso viene scoperchiata è una vera miniera di memorie: come si legge nel comunicato stampa del Museo pubblicato integralmente in MountCity, comprende 63 metri lineari di documenti cartacei, mentre 150.000 sono i fototipi (stampe, diapositive, negativi e provini a contatto), numerosi gli attrezzi e materiali impiegati nell’attività alpinistica e nei viaggi di esplorazione, gli oggetti etnici raccolti durante i reportage realizzati per il settimanale nelle regioni più selvagge della Terra, libri, pubblicazioni varie, audio e video, dattiloscritti, relazioni tecniche, appunti, corrispondenza, ecc.). 

Bonatti, va precisato, è di casa ai Cappuccini almeno dal 1998, quando il suo “universo fotografico” fu al centro dell’esposizione “Fermare le emozioni” a cura di Aldo Audisio e Roberto Mantovani. Ed è utilizzando uno scritto di Audisio, già direttore del Museo e grande amico di Walter, pubblicato nel libro “Walter Bonatti. Il mio Gasherbrum”, che è stata ricostruita per MountCity la sequenza degli incontri preliminari dell’odierna iniziativa, comprese le mostre itineranti con relativi cataloghi, i viaggi in capo al mondo, i documentari realizzati con la supervisione dello stesso Audisio.

A quanto si apprende da Audisio, fonte ineccepibile, fu nel 1998 che nacque tra l’altro l’idea di un progetto che tuttavia non vide mai la luce. Oltre a Bonatti, gli attori erano Pierre Ostian, giornalista e documentarista francese – produttore di “France 3 Montagne”, il grande magazine televisivo degli anni ’80, riferimento mondiale del settore – e il Museomontagna (Angelica Natta-Soleri e Audisio). 

Bonatti incontra il grande alpinista Riccardo Cassin che lo chiamava affettuosamente “il bocia” ai piedi delle Grigne (arch. Serafin/MountCity)

“Nel corso di un lungo soggiorno all’Argentario”, ricorda Audisio il cui nome stranamente non figura nei “lanci” della nuova mostra ai Cappuccini dove per tanti anni lui stesso ha “regnato” (curiosa dimenticanza da parte di chi ha tanto lavorato per valorizzare Bonatti) “emersero tante bellissime idee e la prospettiva di realizzare una produzione alle Isole Marchesi, per ‘raccontare’ Walter – le Alpi, il K2, la Patagonia, il Gasherbrum – impegnato a rivivere una delle sue più note avventure per ‘Epoca’. Grande entusiasmo, voglia di fare, progetti su progetti… Poi, inspiegabilmente, tutto si arenò nei meandri delle produzioni televisive”.

E siamo al 26 maggio 1999: nelle sale del Museomontagna s’incontrano il conquistatore dell’Everest Edmund Hillary e Walter Bonatti, due miti dell’alpinismo. Sul libro dei visitatori a sinistra compare l’Everest e a destra il K2 per la cui conquista determinante fu il ruolo di Bonatti. Sotto gli schizzi, ciascuno dei due aggiunge la firma e la data.

Il 1999 fu un anno di contatti frequenti tra Walter e il Museo. Due missioni importanti furono compiute in Patagonia e nella Terra del Fuoco per realizzare un paio di film con Bonatti impegnato a ripercorrere le orme di Alberto Maria De Agostini, il celebre esploratore delle regioni australi che Walter aveva conosciuto personalmente e di cui il Museo conserva un importante patrimonio. 

I due film sono “Finis Terrae. La libertà di esplorare”, prodotto dal Museo con la collaborazione della TSI – Televisione Svizzera Italiana e della RAI, con la regia di Fulvio Mariani; e “Scelte di vita”, della Sede Regionale della Valle d’Aosta della RAI, con la regia di Giorgio Squarzino e la collaborazione del Museo. Il tutto coordinato, non senza qualche difficoltà, spostandosi in auto, in nave e in aereo, a cavallo e a piedi.

Felice in vetta alla Grignetta durante un’escursione in maniche di camicia (arch. Serafin/MountCity)

La “prima” di “Finis Terrae” e la presentazione dell’intero progetto si tennero al Teatro Regio di Torino. Contestualmente, fu inaugurata al Museo la mostra “Solitudini australi” con le foto realizzate da Bonatti in Patagonia. Il 16 dicembre 1999 Walter annotò: “Come d’abitudine, il felice giorno della ‘mia’ mostra. Evviva! Con affetto”.

“Finis Terrae” divenne un evento internazionale: nel 2000 fu prodotto e distribuito in un’edizione in lingua spagnola, destinata all’Argentina e al Cile, con anteprime a Buenos Aires – straordinariamente al Museo de Bellas Artes – e Santiago, e inoltre costituì l’elemento centrale del 3° Congresso Internazionale di Storia Salesiana a Roma.

In occasione dell’inaugurazione per il rinnovo completo dei locali e degli allestimenti del Museomontagna, l’11 dicembre 2005 Bonatti fu tra gli ospiti più attesi. E di nuovo, sul libro dei visitatori, appare un suo messaggio: “Sono semplicemente orgoglioso e onorato di essere presente in questo impareggiabile Museo Nazionale della Montagna. Bravo Aldo, bravi tutti quelli che hanno contributo a questa realizzazione”.

Fu in quell’occasione che Walter e Rossana Podestà confermarono l’intenzione di lasciare tutto l’Archivio Bonatti al Centro Documentazione Museomontagna. Occorre aggiungere, se già non è stato fatto, che la prima proposta informale di donazione era stata avanzata da Walter, viaggiando in Patagonia e Terra del Fuoco, durante le riprese del film “Finis Terrae”.

“I contatti e gli incontri”, ricorda ancora Audisio, “proseguirono sempre intensi e cordiali. Fino al giorno in cui, arrivando in ufficio, i miei collaboratori, provati e commossi – Walter era un amico di tutti – m’informarono della sua scomparsa, avvenuta poco prima a Roma. Era il 13 settembre 2011”.

Per concludere, il “tutto Bonatti” che ora si apre al Monte dei Cappuccini rappresenta anche l’occasione per sancire i buoni rapporti che, proprio grazie al Museo, si instaurarono con il Club Alpino Italiano dopo anni di polemiche. Giustamente Bonatti chiese e ottenne (dando tra l’altro alle stampe in varie edizioni un libro diventato un best seller, vero atto di accusa nei confronti del Cai) che venisse riconosciuto il suo determinante apporto nella relazione ufficiale della spedizione. Non per suo volere, sostenne, le polemiche in qualche caso vennero alimentate ad arte dai giornali. Un esempio? Nel 2016 la Gazzetta dello Sport definì il Museo come parte dell’organismo “col quale Bonatti ha battagliato per oltre 50 anni” manifestando sorpresa per il fatto che pretendesse di ospitarne l’archivio. 

Sorpresa del tutto immotivata fu però quella della “Gazza”. Lo dimostra la foto scattata da chi ha messo insieme questi appunti ed è stato a suo tempo il primo a raccontare Bonatti in una biografia pubblicata in italiano da Priuli&Verlucca e in francese dalle edizioni Glénat e premiata dal Cai. L’immagine fu effettuata in occasione di un incontro del 1999 alla Sede centrale del Cai in via Petrella. Bonatti vi appare al centro e cinge con un braccio il presidente generale Gabriele Bianchi alla sua sinistra. Il vice presidente Silvio Beorchia è un po’ più distaccato alla sua destra. L’immagine induce forse a pensare che Walter abbia l’aria di sentirsi ignorato dalle alte sfere del sodalizio? Ed era il caso di sorprendersi perché una prestigiosa struttura del Cai, Audisio in primis, si prendeva cura dell’archivio bonattiano? (Ser)

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