Medicina. Incontri sgraditi, ecco come evitarli (1)

Al Trento Film Festival si è discusso recentemente su come proteggersi dalla fauna non sempre pacifica in cui è possibile imbattersi durante un’escursione. L’argomento è di attualità per gli escursionisti in vista delle vacanze estive. Il convegno, svoltosi domenica 2 maggio 2021, era significativamente intitolato “La medicina di montagna incontra la fauna selvatica, dal più grande al piccolissimo: trovare l’equilibrio per una sana convivenza”. Dopo l’introduzione del presidente del Trento Film Festival 2021 Mauro Leveghi, di Antonella Bergamo e di Lorenza Pratali, rispettivamente vicepresidente e presidente della Società Italiana di Medicina di Montagna, ha avuto inizio il convegno di cui qui riferisce (è la prima di due puntate) il dottor Giancelso Agazzi della Commissione medica del Club Alpino Italiano.

L’orso

Primo a intervenire al convegno di Trento è stato Andrea Mustoni, zoologo del Parco Adamello Brenta, che ha presentato una relazione dal titolo “L’orso: conoscerlo per evitare problemi!”.

Il relatore ha sottolineato l’importanza della formazione e della comunicazione. Tra noi e la fauna selvatica esiste una barriera che limita le interazioni. È essenziale conoscere bene l’orso e le sue motivazioni ad agire per evitare inconvenienti più o meno gravi, in particolare le aggressioni. 

Non ci si deve mai avvicinare a un orso, specie se sta mangiando o se si è in compagnia del proprio cane che potrebbe spaventare l’orso, cosa che non deve accadere. 

Si dovrebbe sempre cercare di entrare nella mente del plantigrado quando lo si incontra, interpretandone lo stato d’animo e le intenzioni. Si tratta di una creatura più semplice dell’uomo, non capace di ragionamenti sofisticati, guidato dall’istinto. È quando l’orso ha paura che può diventare pericoloso per l’uomo, specie se si tratta di una femmina accompagnata dai piccoli. Temendo per la loro incolumità, può diventare aggressiva. 

L’orso in genere non aggredisce i bambini o la loro mamma poiché non li riconosce come un pericolo. È bene cercare di trasmettere all’orso un messaggio tranquillizzante, e, per farlo, è necessario non guardarlo negli occhi, in quanto questo atteggiamento rappresenta per lui una sfida. 

Se facciamo rumore l’orso scapperà: può essere sufficiente parlare a voce alta. Si può affermare che alcune razze di cani sono più pericolose dell’orso, tant’è che alcuni cani arrivano ad affrontarlo, anche se è vero che altri lo temono e scappano. Tutto dipende dall’indole e, naturalmente, dalla stazza.

Di solito è bassissima la probabilità di essere attaccati da un orso.

L’utilizzo dello spray al peperoncino rappresenta una falsa soluzione, una via sbagliata per difendersi e allontanare l’orso. Va usato per altri scopi che non hanno niente a che vedere con l’orso. Il plantigrado non è un malintenzionato. Da lui ci si deve difendere con la conoscenza. Uomini e orsi possono tranquillamente convivere in armonia sulle nostre montagne. È assolutamente necessario creare una cultura dell’orso. Si deve imparare a tollerare una certa dose di disagi. L’orso è un meraviglioso rivoluzionario che ci testimonia che se ci allontaniamo dalla natura ci ammaliamo. In Slovenia la gente ha meno paura dell’orso perché da sempre ci convive.

Il lupo

Marta Gandolfi, zoologa del settore trentino del Parco Nazionale dello Stelvio e presidente della Sezione Tutela Ambiente Montano della Società Alpinisti Trentini (SAT) è intervenuta sul lupo. In America del Nord l’animale venne reintrodotto nel Parco Nazionale di Yellowstone nel 1995, dopo settant’anni di assenza. Il lupo non è cattivo come viene descritto nelle favole. È fondamentale l’uso della consapevolezza per permettere la coesistenza tra uomo e animali selvatici. 

Si può tranquillamente affermare che il lupo non è né buono né cattivo almeno nell’accezione comune dei due termini. È un animale selvatico veloce, resistente ed efficiente. Vive in branchi che occupano un territorio in cui cacciano, si nutrono, curano la prole e difendono gli individui più deboli. Dimostra un’estrema adattabilità anche in ambienti di vario tipo. Riesce a ricolonizzare naturalmente e velocemente spazi abbandonati in precedenza. 

Il lupo più pericoloso è quello impaurito. Anche un lupo che non ha timore dell’uomo e ha molta confidenza con lui può rappresentare un pericolo. È importante saper riconoscere situazioni particolari, assumendo un comportamento adeguato, rispettoso dell’animale, evitando di avvicinarlo, non disturbandolo, rimanendo al proprio posto. Di solito il lupo sfugge l’uomo. Facendo rumore il selvatico scappa prima di essere visto.

Nel corso della sua storia il lupo è stato perseguitato dall’uomo, giungendo all’orlo dell’estinzione nella maggior parte del suo areale. Un tempo la convivenza tra lupo e uomini è stata buona. Sono stati i cambiamenti sociali a portare trasformazioni a partire dal Medioevo. 

Il disboscamento, la caccia, la riduzione delle prede, l’avvento della pastorizia e la riduzione degli spazi hanno portato alla nascita dei primi conflitti tra uomo e lupo. Il danno arrecato dal lupo alle attività economiche dell’uomo ha creato seri problemi. I culti pagani dell’orso e del lupo sono sati poco tollerati dal Cristianesimo. Hanno associato la loro figura al maligno, dando agli animali una connotazione molto negativa e sanguinaria e questo ha contribuito non poco ad alimentare l’ostilità nei confronti di questo animale e a creare una sorta di competizione nei confronti del lupo. È venuta meno la consapevolezza del valore ecologico del lupo. 

L’uomo si è impossessato di molti spazi naturali, sottraendoli agli animali selvatici che li abitavano per loro destino. Si è incolpato il lupo di aver causato la modifica del corso dei fiumi, causata dalla diminuzione degli erbivori. Il conseguente aumento delle piante ha provocato il fenomeno delle cascate trofiche accaduto nel 1995 quando i lupi sono stati reintrodotti nel Parco Nazionale di Yellowstone in America del Nord.

Il lupo va considerato nell’ambito del riequilibrio degli ecosistemi. Attualmente il danno causato dal lupo alla zootecnia ha inasprito il conflitto con gli allevatori, facendo diminuire l’accettazione della specie. Il problema è ancora più accentuato nelle zone in cui il lupo viene reintrodotto dopo anni di assenza. Gli allevatori devono cambiare il tipo di gestione delle greggi. Le istituzioni devono essere presenti mettendo in pratica i sistemi di prevenzione in grado di ridurre i conflitti. Un’adeguata assistenza deve evitare e ridurre i danni causati dal lupo, smorzando i falsi allarmismi. Occorrono consapevolezza e comunicazione che abbiano un valido fondamento scientifico, facendo imparare a conoscere i rischi quando si presentano. 

Importante è la divulgazione che si occupa dei grandi carnivori, con una didattica estesa anche alle scuole. È importante far capire alle persone il tipo di comportamento da tenere quando si incontra un lupo o un orso, lavorando sulla conservazione e sulla gestione del selvatico. Occorre promuovere la convivenza/coesistenza uomo/fauna. Le risorse e la volontà sono le basi su cui cercare di stabilire un giusto equilibrio.

La vipera e il ragno

Giuseppe Bacis, tossicologo del Centro Antiveleni dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Ha parlato degli “Animali velenosi in montagna”. L’uomo deve imparare a rispettare la vipera dal momento che è lui che ne invade l’habitat. Non si deve mai rincorrere o molestare il rettile. Bacis ha riferito che in Italia esistono cinque tipi di vipera. L’ultima è stata scoperta cinque anni fa ed è la vipera Walser.

La vipera è dotata di un apparato velenifero che le permette di uccidere le prede. L’evoluzione ha trasformato la ghiandola parotide dell’animale in ghiandola velenifera. I denti veleniferi, affilati più dei normali aghi, presentano una scanalatura attraverso la quale il veleno penetra nei tessuti della vittima diffondendosi per via linfatica. Il veleno (100 milligrammi per ogni morso) è composto da numerose sostanze ed ha un effetto letale più basso rispetto a quello di altri serpenti.

I segni del morso di vipera sono bene evidenziabili sul corpo dell’uomo.

I sintomi possono essere locali (dolore, edema, ecchimosi/flittene, linfoadenopatia) o sistemici: nausea, vomito, dolori addominali, tachicardia, ipotensione, alterazioni elettrocardiografiche, cefalea, vertigini, leucocitosi, trombocitopenia, alterazioni della coagulazione. 

Nel 10-30% dei casi può verificarsi un “morso secco”. Ciò accade quando il veleno non viene iniettato nei soggetti che non vengono ritenuti delle prede, oppure quando la vipera ha momentaneamente esaurito il veleno perché ha attaccato da poco.  È opportuno lavare la ferita con acqua ossigenata, con permanganato di potassio o con acqua semplice perché il veleno di vipera è idrosolubile. Sono da evitare disinfezioni con alcool o sostanze alcoliche, perché il veleno della vipera a contatto con alcool forma composti tossici.

In caso di morso la parte colpita deve essere immobilizzata. Non si deve incidere la cute né succhiare il veleno, né applicare un laccio emostatico. Il siero antivipera va utilizzato solo in determinati casi in ambito ospedaliero, dal momento che può causare serie reazioni di tipo anafilattico. La vittima del morso deve essere tranquillizzata e trasportata in ospedale. L’elisoccorso può essere utilizzato qualora ci si trovi in aree impervie o lontane. L’uso del bendaggio linfostatico non è praticabile nella fase preospedaliera, salvo il caso in cui ad effettuarlo sia un operatore sanitario esperto. 

Il siero antiofidico verrà somministrato solo se compaiono gravi sintomi sistemici o edema fino alla radice dell’arto. Vanno applicate regole di prevenzione: proteggere piedi e polpacci indossando scarponcini e calzettoni al ginocchio, non avventurarsi nell’erba alta esposta al sole, non calzare sandali. Si deve evitare di sedersi su pietre o muretti e non vanno smossi i sassi. Non si devono infilare le mani in cavità di alberi o tronchi d’albero tagliati e accatastati o in buchi. Si deve cercare di stare su sentieri tracciati.

Api, vespe e calabroni

Bacis ha, poi, parlato del morso da imenotteri (api, vespe, calabroni). Può causare lesioni locali minime, reazioni locali estese e prolungate o reazioni sistemiche. Dopo la puntura il pungiglione va rimosso (api). Si deve procedere alla disinfezione, applicando ghiaccio (analgesia). Si possono somministrare antinfiammatori, steroidi, antistaminici, adrenalina e praticare immunoprofilassi. Non va usata l’ammoniaca! Per quanto riguarda la prevenzione non si devono infastidire arnie, alveari o nidi. Va evitato l’uso di profumi dolciastri, indossando indumenti che coprono completamente le varie parti del corpo. Si deve cercare di evitare di cucinare e mangiare all’aperto nelle zone frequentate dagli imenotteri. 

I ragni sono dotati di un veleno contenente tossine con azione neurotossica (depolarizzazione, liberazione di neurotrasmettitori soprattutto acetilcolina) ed enzimi (proteasi, fosfolipasi, collagenasi) con possibili effetti emolitici e coagulativi. Tra i ragni più diffusi in Italia il Latrodectus Tredecimguttatus (malmignatta, dimensione di 15 mm.), che è presente in Sardegna e Toscana, soprattutto nel mese di agosto. La puntura determina a livello locale dolore intenso, tumefazione, flittene, escara. A livello sistemico possono verificarsi dolori articolari, crampi muscolari, ipertensione e tachicardia, miosi, cefalea e convulsioni. 

Per quanto riguarda la terapia occorre disinfettare la parte colpita dal morso e utilizzare antistaminici. A livello sistemico si possono somministrare beziodiazepine, calcio gluconato, antistaminici, cortisonici, eventuale rianimazione cardiorespiratoria in casi estremi e siero specifico. La puntura di Loxoceles determina a livello locale dolore intenso, tumefazione, flittene, escara. A livello sistemico possono verificarsi emolisi, coagulopatia, insufficienza renale. Per quanto riguarda la terapia a livello locale si deve procedere alla disinfezione e all’utilizzo di antistaminici. Importante proteggere i reni in caso di disidratazione, somministrando liquidi o plasma.

Le tossine contenute nel veleno di scorpioni (Buthus Occitanus, Euscorpius Italicus) sono costituite da enzimi (fosfolipasi, ialuronidasi), proteine con azione neurotossica, aminoacidi, glicosminoglicani, serotonina e istamina. La puntura determina danni a livello locale: modesto edema ed eritema. La terapia consiste nella disinfezione, applicazione di ghiaccio e utilizzo di antistaminici.

Giancelso Agazzi

(1 – Continua)

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