La “signora” dell’alpinismo ossolano

Dal numero di marzo 2021 di “Lepontica” a cura di Paolo Crosa Lenz, tutto dedicato alle donne, è ricavato questo ritratto di Franca Zani che fu considerata la “signora” dell’alpinismo ossolano. Giunto al sesto fascicolo, il mensile è ideato e compilato dallo stesso Crosa Lenz, impaginato da Alberto Corsi. Per info e suggerimenti: crosalenz@libero.it

Franca Zani. In apertura la Cresta Signal, una “classica” da lei percorsa sul Monte Rosa.

Protagoni­sta assoluta, negli anni ’50 e ’60 del Novecento, dell’alpinismo femminile italiano, il suo nome è scritto nei libri di storia alpinistica legato a grandi realizzazioni. Franca Zani fu la prima donna a per­correre tutte le sei ascensioni classiche sul Monte Rosa: cresta Signal, via dei Francesi, Canalone Marinelli, via Brio­schi alla Nordend, cresta di S. Caterina e, sul versante svizzero, il crestone Rey. Questo in anni in cui le donne alpiniste erano mosche bianche in un ambiente in cui l’alpinismo era considerato pre­rogativa maschile. La sua salita più grande fu, nel 1971 con l’amico e guida alpina Dino Vanini di Baceno, la prima femminile della “via dei Francesi” alla Punta Gnifetti sul Monte Rosa, il più lungo e grandioso itinerario alpinistico sulle Alpi.

Si tratta di un itinerario, glaciale nella parte bassa e di misto nel tratto supe­riore, che supera un dislivello di 2400 m dal ghiacciaio del Monte Rosa con pen­dii fino a 60°. La salita di Franca Zani ebbe vasta eco sulla stampa italiana e la consacrò nel gotha dell’alpinismo rosa. Il suo amore per la parete est del Monte Rosa, l’unica di dimensioni himalayane sulle Alpi, ebbe inizio nel 1954 quando salì il Canalone Marinelli con la guida Giuseppe Oberto. 

Franca Zani visse intensamente quel periodo straordinario degli anni ’50 quando, con il gruppo degli alpinisti di Domodossola (“Sipe” Borsetti, Dino del Custode, Stefano Zani e altri), av­venne l’affermazione dell’arrampicata con la scoperta delle pare­ti di roccia in Devero. Dal­la formazione alpinistica sui monti dell’Ossola agli impegnativi itinerari sui Quattromila del Vallese, il passo fu breve ed ebbe la straordinaria opportunità di vivere da protagonista il periodo in cui l’alpi­nismo ossolano divenne maturo e indipendente, acquisendo la capacità di progettare e realizzare salite di altissimo livello. 

La dimensione etica di un alpinismo fatto di ideali e passione accompagnò tutta la sua carriera.  Nel 1971 le fu chiesto quale fosse la “via ideale” sui nostri monti. Ecco la risposta: “Penso che la ‘via ideale’ non esista. Se ci fosse, forse dovrebbe possedere l’abbagliante splendore del Rosa, la stu­penda solidità delle rocce rosse di Devero, la solitu­dine di certe cime del Veglia, fuori dal mondo. Cre­do piuttosto che la ‘via ideale’ sia quella che stiamo ancora sognando”.

Quasi trent’anni dopo, raccon­tandomi la sua esperienza di vita in montagna, mi disse: “Abbiamo raggiun­to un’età pressoché vene­randa e tuttavia continu­iamo come in passato ad attendere il fine settimana ed il bel tempo per ripete­re i vecchi gesti: mettere lo zaino sulle spalle, muo­vere i primi passi su di un sentiero che sale. Scopriamo e riscopriamo luoghi del­le nostre valli di una struggente bellezza, boschi, al­peggi, valichi che ci trasmettono tutto quello che forse abbiamo sempre cercato: solitudine, silenzio, sicurez­za. Non si finisce mai di andare in montagna se si pos­siede veramente la vocazione. In fondo l’alpinismo è l’esercizio di una vocazione. Mi sembra di aver poco da aggiungere. E forse ci sono montagne anche di là”.

È morta a 73 anni e, fino alla fine, è andata in monta­gna con il marito Dario, anche lui buon alpinista. 

Paolo Crosa Lenz

da Lepontica, mese di marzo 2021

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