Lo chiamavano “Patience”, fu il capostipite delle guide

Chi ha svolto il ruolo di prima guida alpina italiana? Il quesito può sembrare ozioso, ma riveste sicuramente un interesse storico poiché ci rimanda alla nascita stessa dell’alpinismo. Bisogna quindi ritornare alle cronache alpine di oltre due secoli fa, quando sono iniziate le prime esplorazioni, compiute essenzialmente nel nuovo clima culturale intriso da un sano spirito illuministico.

Fra i primi indagatori dei fenomeni naturali (e il più importante) è stato sicuramente Horace Bénédict de Saussure, che è considerato il padre fondatore dell’alpinismo moderno, con riferimento soprattutto all’esplorazione del monte Bianco. Il naturalista ginevrino non si è limitato a coinvolgere i migliori valligiani di Chamonix, ma ha assoldato come guida anche il valdostano Jean-Laurent Jordaney, un locandiere di Pré-Saint-Didier, soprannominato “Patience”, che nel 1774 l’ha accompagnato in una ricognizione sul ghiacciaio del Miage e sul mont Crammont. Quindi spetta a lui il primato come guida sul versante meridionale delle Alpi, anche se magari è stato preceduto da qualche altro raro precursore sulle Alpi italiane. Però, se c’è stato, è rimasto anonimo. Del resto anche la società delle guide di Courmayeur lo ritiene il suo capostipite.

A quei tempi le guide non si formavano nelle palestre e tanto meno sulle falesie. Ma si trattava di frequentatori abituali delle montagne, soprattutto cacciatori di camosci, contrabbandieri, cristallieri (ossia cercatori di cristalli) e alpigiani. Questi ultimi però non sempre erano affidabili poiché la loro conoscenza di limitava alle zone dei pascoli e talvolta abbandonavano improvvisamente gli alpinisti, richiamati dall’urgenza di mungere le mandrie.

Sempre in quegli anni sette cacciatori di Gressoney hanno toccato per la prima volta i 4.000 metri di quota raggiungendo il Colle del Lys. Ma nessuno di loro può essere definito come guida poiché si trattava di una cordata di “inter pares”.

Dopo Jean-Laurent Jordanay, troviamo come seconda guida delle Alpi italiane, Giovanni Battista Jachetti di Macugnaga, un cacciatore di camosci che si era presentato a Saussure nel 1789 quando l’esploratore stava iniziando il tour del Monte Rosa, impressionato dalla maestosità di quel versante. La guida lo accompagna nella salita del Pizzo Bianco, 3.200 metri, una specola ideale per pareti strapiombanti e pianure lontane. L’ascensione è considerata una “prima” anche se si raggiunge solo l’anticima. “Ero stanco e non stavo troppo bene”, ammette Saussure che era già consumato da una quindicina di faticosi viaggi alpini.

Il Monte Bianco dal Dôme du Goûter. In apertura un’illustrazione tratta da una cronaca alpina di due secoli fa.

L’apparizione di Giovanni Battista Jachetti nella storia del Rosa dura solo l’”espace d’un matin”. Comunque Saussure ha espressioni di riconoscenza verso di lui e nelle note del diario aggiunge: “La nostra guida era intelligente e abile, ma anche molto interessata”. Poi lascia Macugnaga, diretto nelle valli del Sesia e in quelle aostane per concludere i tour del Rosa e arrivare a Zermatt.

Fra le guide “sui generis”, non si può dimenticare che ci sono stati anche dei preti di montagna. Come il cappellano della parrocchia di Formazza, Francesco Nibbio, assoldato sempre da Saussure come guida in un altro dei suoi viaggi, ossia nella traversata verso i walser di Bosco Gurin, nel 1783. “Una guida a tempo parziale, ma sicuramente retribuita”, nota lo storico Enrico Rizzi. 

Ma i preti–alpinisti e le grandi guide arriveranno qualche decennio più tardi, verso la metà dell’Ottocento, soprattutto sul Bianco, sul Rosa e sul Cervino. E lasceranno impronte molto più importanti di quelle dei loro lontani precursori. 

Teresio Valsesia

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