Eroismi d’altri tempi

“Fa troppo freddo. I rivoltosi del Giro prendono il bus”, titolavano i quotidiani sabato 24 ottobre 2020 raccontando che cosa era successo alla partenza del Giro d’Italia da Morbegno, in Valtellina, con lo sciopero dei corridori e mezza tappa percorsa al calduccio in pullman fino a Abbiategrasso dove è stato dato il via alla non-tappa di 124 chilometri anziché i 258 fissati. E’ evidente, dal tono di certi annunci, la riprovazione per il comportamento dei corridori contrari ad affrontare la pioggia battente. Una riprovazione in parte condivisa sui social dove però si sono anche spese parole di comprensione per l’accaduto. A cominciare da quelle, improntate a una ragionevole moderazione, di Emilio Previtali. 

Emilio Previtali

“Ho letto di gente che scriveva che i corridori bisognava farli partire comunque prendendoli a calci nel culo”, ha osservato Previtali che di montagne ne ha salite a bizzeffe e con la bici ha grande dimestichezza visto che dedica al cavallo d’acciaio anche un agguerrito periodico di cui si prende cura. 

“Sono accettabili atteggiamenti o frasi del genere?”, si chiede Previtali, “senz’altro, no. Siamo un popolo di tifosi, non di sportivi ma quel che è più grave è che buona parte degli utilizzatori dei social media, che sono oggi il canale attraverso cui passa buona parte delle relazioni e del dialogo che abbiamo con il prossimo, non hanno idea di come utilizzare lo strumento, del tono da adottare, della ampiezza (o limitatezza) dell’audience a cui ci si rivolgono. Un giornalista o un furbastro qualsiasi in grado di utilizzare con cognizione di causa e con malizia questo strumento è in grado di scatenare un putiferio di opinioni non richieste e pareri a sproposito su ogni argomento degno di dibattito o di discussione, con il solo scopo di ottenere consenso e qualche migliaio di click, che si trasformano in tornaconto economico. Oppure in voti, a seconda dei casi”. 

 
Il calvario di Charlie Gaul sotto la neve durante il Giro d’Italia del 1956. In apertura Pierre Mazeaud soccorso dopo essere sfuggito alla bufera del Freney nel 1961.

Ha ragione Previtali, non è il caso di scatenare putiferi. E qui, nel nostro piccolo, non è proprio questa la nostra intenzione. I corridori reduci, quel sabato 24 ottobre, dalle immani fatiche dello Stelvio non meritavano di essere definiti dei rammolliti come si è letto in FB. Strapazzarsi oltre ogni limite per uno sport può essere considerato insensato, in qualsiasi campo, anche se si è professionisti e si hanno dei doveri verso il pubblico. Come ne hanno quei corridori, appunto. In ogni modo la vita, anche la loro vita, specie in questi tempi di pandemia, merita considerazione e rispetto. 

Andrebbe tenuto conto, prima di esprimere giudizi, delle circostanze in cui certi sport si svolgono al tempo del coronavirus. Come la metteremmo con la dimensione estetica di quei chilometri e chilometri del Giro che si sarebbero dovuti macinare sotto la pioggia, nella totale assenza di pubblico, senza neanche una brava persona che batta le mani?

Nella bolla del coronavirus altri sport si svolgono, a cominciare dal calcio, in una cornice vuota e in favore solo di telecamere, quando ci sono. Senza vedere il pubblico e senza sentirlo, molto del fascino del calcio si è perso, come se il tutto avvenisse in un laboratorio, con il pubblico tenuto a distanza. Al Giro d’Italia però è andata meglio in fatto di pubblico e la tivù si è fatta in quattro con cronache e commenti. Questa circostanza rende ancora più arduo un giudizio sul comportamento dei corridori alla partenza sotto la pioggia: che forse si sarebbero dovuti rassegnare a portare la loro croce, ma non è detto.

E’ vero però: le fotografie e le imprese del ciclismo eroico sono patrimonio del passato come l’alpinismo che il grande Emilio Comici definiva eroico. I tempi sono cambiati. Affascina ancora oggi nell’alpinismo la difficoltà, durante una scalata, di “chiamarsi fuori” in caso di inadeguatezza dell’arrampicante o di problemi sopravvenuti. Spesso è troppo tardi per farlo e ci si gioca il tutto per tutto mettendo a repentaglio la vita in sfide che solo i profani della materia possono definire insensate. Dicono che non si possa chiedere agli uomini delle pareti di fermarsi, semplicemente perché fino allo stremo delle forze non cederanno. Il ciclismo è invece uno sport durissimo, ma c’è sempre la possibilità in gara di farsi assistere dall’ammiraglia in caso di foratura o per ottenere una borraccia di te caldo. O, al limite, di piantarla lì e ritirarsi. 

Ma fino a che punto vale la pena di soffrire per sport? A tutto c’è un limite raccomandava l’abate valdostano Henry afflitto dal “morbo dell’alpinismo” ma convinto che “la tormenta, il freddo, l’uragano…quando la montagna è occupata da cotesta canaglia, niente da fare: il vero alpinista deve avere il coraggio di salvarsi in tempo. Meglio fallire cento volte l’ascensione di una montagna che perdere una sola volta la vita”.

Non rischiavano certo la vita e nemmeno un raffreddore, va ribadito, i ben coperti e magari anche ben pagati ciclisti del Giro d’Italia che si sono “ammutinati”. Ma è forse il caso di richiamarsi ai tempi in cui le tappe erano di cinquecento e passa chilometri, le bici di pesante ferraglia senza neanche il cambio e, in mancanza di ammiraglie al seguito, ci si dissetava alle fontanelle dei paesi? In definitiva gli “ammutinati” di Morbegno non erano tenuti a comportarsi da eroi, bastano e avanzano gli eroici medici e infermieri che si prodigano al capezzale dei nostri cari in questi tempi di pandemia. In camice bianco o celeste, questa è gente che non lo fa, come direbbe il grande Gianni Brera, per spirito caritatevole bensì per orgoglio di casta: sono veri angeli. (Ser)

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