Allarme alcol. In Valle d’Aosta record di bevitori

La droga fa male, meglio una bottiglia di lambrusco che una canna. E’ l’opinione espressa in modo piuttosto avventato in un  comizio elettorale in Emilia. Peccato che non ci si renda conto (grave per un politico!) che la “buona bottiglia” può essere la spia e/o la causa diretta di quella piaga sociale che è l’alcolismo. Che si finga di ignorare che sempre più ragazzi ne siano vittime. Se ne sono accorti perfino gli alpini che di recente hanno adottato in un’adunata lo slogan “Basta bear bauco”: dove bear sta per bere e bauco per bacucco, babbeo. L’alcol può far diventare babbei a tutte le età e a tutte le quote. E magari si incomincia con una bottiglia di lambrusco. Diamoci un taglio, per favore, caro politicante dedito a improvvidi sproloqui elettorali. Piaga sociale, si diceva. Appare scontato che in Italia i più forti bevitori risiedano nelle vallate alpine, complice forse il clima più rigido di quanto non sia sulle coste e in pianura. La Valle d’Aosta è la regione in cui si beve di più in base al 16esimo Rapporto Osservasalute 2018. E’ seguita a ruota da Bolzano e dal Friuli Venezia Giulia. Più chiaro di così.

MALESSERI ALPINI. A proposito di montagne, nelle pagine dell’Alpine Journal londinese, il medico svizzero W. Marcet decantava (era il 1887!) le doti dell’eau-de-vie, presenza fondamentale nel bagaglio dell’alpinista. “Fornisce il coraggio”, spiegò, “e il sangue freddo necessari a superare le difficoltà”. In un paesino abbarbicato alle pendici delle Apuane sono talmente convinti di simili benefici effetti che in un bar, tra gli scaffali delle bottiglie, un cartello (foto qui sopra) invita “a non mettersi in cammino se la bocca non sa di vino”. Spiace osservarlo e non vorremmo mostrarci profeti di sventura secondo una definizione dal presidente Trump dedicata a chi cerca di ragionare con la propria testa: si tratta di una promozione dell’escursionismo etilico che va drasticamente bocciata. E’ infatti nelle vallate alpine e appenniniche che l’alcol non solo è più diffuso, ma produce effetti socialmente devastanti come riferisce Christian Arnoldi nel suo libro “Tristi montagne. Guida ai malesseri alpini”. L’autore, che è un sociologo, si riferisce anche all’alcolismo precoce particolarmente diffuso in quota, nei villaggi dove “la bocca deve saper di vino” come si suggerisce agli avventori nel bar delle Apuane.

UNDER 18 A RISCHIO. L’ubriacatura oggi coinvolge sempre più persone, a cominciare dai giovani, e ci fa ammalare. E spesso uccide. Questo si legge martedì 21 gennaio 2020 nelle pagine di Tuttosalute, inserto speciale del quotidiano La Stampa. Un buon promemoria per un bravo ministro dell’interno che anche di questi nemici che abbiamo in casa, che sono a portata di mano su ogni scaffale, dovrebbe occuparsi se ci tiene all’ordine pubblico. “Sono proprio gli under 18, assieme ad anziani e donne, il target più vulnerabile. Noi italiani siamo tra i maggiori bevitori d’Europa: il 42,3% delle ragazze e il 52,5% dei ragazzi (dagli 11 ai 25 anni) ha consumato almeno una bevanda alcolica in un anno”, spiega sulla Stampa Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio alcol dell’Istituto Superiore di Sanità.

ESPRESSIONI DA CENSURARE. “L’alcol è una delle sostanze psicoattive più utilizzate dai nostri figli”, commenta ancora Scafato. “La maggior parte vi si avvicina troppo presto, spesso prima dei 12 anni, in genere lontano dalla famiglia”. Indicare come innocua o addirittura benefica una bottiglia di lambrusco così come affermare che nelle escursioni “la bocca deve saper di vino” sono espressioni da censurare. E chi le adotta al solo scopo di rendersi simpatico, vendere più bottiglie e guadagnare voti per conquistare il potere dovrebbe fare ammenda e spendersi piuttosto per una campagna in funzione antialcolica. Ce n’è più che mai bisogno. O dobbiamo sperare che siano le sardine a occuparsene? (Ser)

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