Ambientalismo: com’era, come è cambiato, come deve (dovrebbe) cambiare

Alla celebrazione a Trento dei 60 anni di impegno ambientalista di Francesco Borzaga, fondatore di Italia Nostra trentina e del WWF delegazione del Trentino Alto Adige, ha portato il 27 ottobre 2018 la sua testimonianza Luigi Casanova soffermandosi sulle prospettive future per l’ambiente e il paesaggio in Trentino. Per gentile concessione di Casanova, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia, vice presidente della Commissione per la protezione delle Alpi e membro della Cabina di regia delle aree protette e dei ghiacciai del Trentino, ecco qui il testo integrale della sua relazione. Da leggere auspicabilmente fino in fondo.

La relazione di Luigi Casanova

Porto a Francesco Borzaga il caro saluto di Carlo Alberto Pinelli, fondatore e oggi presidente onorario di Mountain Wilderness International. Betto e Francesco hanno avuto un lungo rapporto di collaborazione fin dalla fine degli anni ’50. Da lui un affettuoso abbraccio. Per parte mia invece riconosco come molte delle competenze e della cultura sociale e politica che mi hanno formato portino l’impronta di Francesco. Come del resto devo altrettanto a Italia Nostra, la mia aula di apprendimento, aula nella quale ho raccolto conoscenze, esperienze, modalità di azione politica e comunicativa che inizialmente mi sono state trasmesse da Sandro Canestrini, Ulisse Marzatico, Alberto Agostini e tante altre personalità. In Francesco ho sempre apprezzato il suo modo di agire, diretto, molto personale: ha sempre avuto chiaro come la forza del movimento ambientalista trentino risiedesse nell’azione di gruppo, nel sostegno reciproco fra persone e fra associazioni, in modo particolare fra Italia Nostra e WWF, un dialogo che ha saputo fare sintesi di situazioni già allora complesse nel campo della difesa dei paesaggi, degli ambienti naturali. Su tutto è sempre prevalso un approccio scientifico, libero da ogni vincolo partitico, ricco di valori. Si è così trasmessa al Trentino ricchezza e diversità, mentre il mondo politico, già allora, tentava, con minore rozzezza di oggi, di isolare queste culture.

La situazione che oggi l’ambientalismo si trova ad affrontare è molto diversa, i problemi praticamente uguali. Allora avevamo alleati forti, in politica, nei dirigenti dei servizi della Provincia, nella stampa locale e nazionale. Oggi questi mondi si sono trasformati in fortezze circondate da mura sempre più difficili da varcare. La politica, quella che intende “valorizzare” ogni spazio rimasto naturale, è riuscita ad addomesticare tutti i servizi, ad allontanarli dai cittadini. Per riuscire ad avere informazioni complete su vari progetti è sempre più necessario piantare una tenda davanti ai palazzi e attendere i tempi delle amministrazioni, dei funzionari, lungaggini straordinariamente efficaci nel demolire la volontà di quanti ancora oggi provano a sostenere campagne in difesa del territorio e della salute dei cittadini.

“Nella carta stampata per apparire

ormai è quasi sempre necessario

alzare i toni, attaccare direttamente

delle persone, utilizzare

aggettivi sempre più forti”

Chi vive in periferia è impossibilitato ad affrontare ogni simile impresa, pena la perdita di giornate e giornate di lavoro. Infatti, l’ambientalismo è sparito dalle periferie trentine. Anche con i mezzi di informazione tutto è più difficile. L’informazione pubblica, la RAI in particolare, evita ovunque possibile il contraddittorio, sul tema non ho timore di essere smentito. Nella carta stampata per apparire ormai è quasi sempre necessario alzare i toni, attaccare direttamente delle persone, utilizzare aggettivi sempre più forti. La riflessione pacata non costruisce notizia. Questa perversa alleanza di poteri cerca di far passare nell’opinione pubblica l’ambientalismo per un insieme di esagitati estremisti, massimalisti come ci definiscono “i moderati”. Quando si scrive sostenendo delle proposte, o delle riflessioni culturali, ottenere spazio è impresa ardua. Quando si protesta per la situazione creatasi ogni direttore di testata avanza le sue scuse per non aver pubblicato, ovviamente riversando le responsabilità sulla associazione o quando va bene sulla mancanza di spazio.

Oggi lavorare con gli strumenti classici usati dall’ambientalismo è difficile, certo per l’egoismo irresponsabile di troppi soggetti economici, del mondo politico, ma non per questo nella analisi possiamo evitare di guardare cosa è cambiato al nostro interno, quindi leggere le nostre debolezze. Per decenni in Regione (Trentino Alto Adige, NdR) il WWF ha avuto una sua precisa impronta autonoma, capace di impegno in Trentino (e Bolzano) anche in termini sociali. Come avveniva in altre associazioni. Oggi anche questo terreno è difficile da percorrere. Le associazioni ambientaliste nazionali, alle quali facciamo riferimento, sono diventate centraliste, alle periferie lasciano spazi di azione sempre più ridotti, in alcuni casi non è nemmeno più possibile autodeterminare il gruppo dirigente locale.

I risultati si vedono: le nostre debolezze, specialmente nelle periferie, sono aumentate, ci siamo allontanati dal comunicare direttamente con la gente: l’ambientalismo è sempre più cittadino e così viene percepito nelle vallate, proprio dove si interviene in modo sempre più estensivo nel ridurre gli spazi di naturalità. E’ quindi facile azione per i “valorizzatori del turismo sostenibile” giocare la carta dell’ambientalismo delle città che pretende di imporre le sue scelte nello sviluppo delle vallate a scapito dei legittimi “proprietari”, i residenti. L’insieme dei valorizzatori vorrebbe perfino toglierci il diritto di parola: oggi sono molti gli esempi delle intimidazioni, delle minacce che su noi ricadono, specie quando troppe persone si nascondono nelle cartoline dei social.

Abbiamo comunque una grande forza, nonostante siamo anche stati costretti in questo da una Provincia che ormai da due decenni ci ha tagliato ogni minimo fondo, proprio negli anni che vedevano i Verdi locali al governo: siamo volontari al 100%. Chi lavora con noi utilizza risorse solo proprie: il fatto che non ci venga riconosciuto un lavoro sociale e culturale fondamentale per la comunità ci penalizza e ci impedisce ogni tentativo di coinvolgere su periodi lunghi le periferie. Ma proprio guardando al futuro è auspicabile che maturino nelle vallate nuovi soggetti portatori di cultura conservazionista e che questi sappiano uscire dalla ristrettezza pur autorevole del lavoro in un comitato spontaneo e investire in un paziente impegno nell’associazionismo strutturato anche a livello nazionale. Le associazioni nazionali dovrebbero fare di questo passaggio un loro impegno strategico se intendono realmente modificare l’approccio culturale di miope visione oggi trionfante nell’uso del territorio.

La generazione di Francesco, provenendo da radici solide nel mondo scientifico, è riuscita a dare una impronta culturale profonda al Trentino: qui l’ambientalismo, grazie ad apporti approfonditi, a un lavoro strutturato sull’umiltà dagli anni ’60 in poi è stato sempre autorevole, capace di incidere anche nelle istituzioni, capace di vittorie importanti. Anche oggi nelle associazioni ritroviamo questa autorevolezza scientifica e tecnica, unita a una passionalità encomiabile. Ma non si riesce più a essere incisivi come un tempo. Eppure, in Trentino come in gran parte dell’Italia, non è vero che l’ambientalismo rappresenti il partito dei NO. Innanzi a tutto perché quando si afferma un NO, categorico, è perché si ha altra visione di società, di sviluppo, di paesaggio, si ha altra cultura, quindi si ha proposta. Pensiamo anche a quante idee sono maturate e ancora oggi vengono da noi sostenute sul tema della mobilità dolce, sull’uso delle risorse pubbliche, sulla pianificazione, sulle aree protette. Pensiamo a quante nostre intuizioni e proposte sono divenute realtà: la Convenzione delle Alpi (una strategia di valore europeo), – un nostro grande politico, come ha ricordato il direttore di Questo Trentino Ettore Paris, dimenticato dalla cultura e dalla politica, Walter Micheli, dirigente anche di Italia Nostra, ha saputo riprendere i contenuti della Convenzione e tradurli in pratica politica, in leggi, facendo del Trentino alla fine degli anni ’80 la Provincia d’avanguardia dell’Italia in materia di ambiente, anticipando perfino la costituzione di CIPRA Italia, l’associazione Internazionale che ha dato vita e coltivato i percorsi attuativi della Convenzione delle Alpi -, Dolomiti patrimonio UNESCO, i parchi naturali, la Rete delle riserve o meglio i corridoi ecologici, la lotta per l’introduzione e la conservazione dei grandi predatori carnivori. E guardando all’immediato domani pensiamo a quale risorsa sociale, economica, culturale rappresentino i cambiamenti climatici in atto.

“Nella recentissima campagna elettorale

solo due raggruppamenti proponevano

con chiarezza la necessità

di affrontare da subito questa sfida

di sviluppo, di progresso. E hanno perso”

A differenza dei rassegnati gestori dei poteri che leggono questi cambiamenti come una inesorabile tragedia che si sta abbattendo su noi, cittadini impotenti, l’ambientalismo internazionale e locale vi vede un investimento culturale, sociale, economico da sviluppare, un terreno di lavoro ancora non recepito dal mondo politico, come abbiamo letto nella recentissima campagna elettorale: solo due raggruppamenti proponevano con chiarezza la necessità di affrontare da subito questa sfida di sviluppo, di progresso, e hanno perso. Solo raccogliendo questa sfida planetaria si rifonderebbe l’intero sistema economico e del mondo del lavoro nazionale e internazionale. Questa è la vera, unica rivoluzione che a oggi ci è concessa e alla quale siamo tutti tenuti a rispondere, da protagonisti attivi.

Se mi guardo attorno dovrei solo essere pessimista. E il pessimismo mi porterebbe ad abbandonare impegni tanto gravosi. Avendo vissuto l’ambientalismo a mezza via fra Francesco e i giovani di oggi, sono consapevole di quanto risulti difficile oggi essere ambientalisti impegnati, non solo nelle parole. E’ infatti necessario essere esigenti, è doveroso pretendere coerenza, è necessario investire in conoscenze sempre più complesse, sono necessari tempi di riflessioni più dilatati anche perché è fondamentale attorno a noi costruire condivisione, raccordare alleanze strategiche e durevoli nel tempo. Sono finiti i tempi delle testimonianze individuali, per quanto forti queste siano state. E’ anche necessario mantenere radicalità, nonostante le accuse che ci vengono gettate addosso.

Ma come può un giovane oggi, travolto dalle incertezze della sua vita privata, dal lavoro, dalla impellenza di offrire qualche certezza al suo futuro, trovare e investire in tali campi energie, tempo, risorse? Come è possibile portarlo a costruire politiche solidaristiche capaci di guardare al futuro, al bene delle generazioni future, quando la sua generazione vive solo precarietà? Ho presente e soffro per questa fragilità tanto diffusa. Ma cedere al pessimismo non è possibile, non ci è permesso. L’impegno che Francesco ha profuso e ancora alimenta nella sua esperienza, nella tenacia e passione che ha donato al Trentino e all’ambientalismo italiano, non può rimanere tracciato solo negli ambiti di questo pur importante convegno. E’ necessario che tutto l’associazionismo riprenda percorsi comuni (come da sempre in Trentino avviene), è necessario investire in progetti locali che rientrino in una cornice globale che ci è dettata dai cambiamenti climatici, da altre emergenze che vengono colte solo a parole in troppi convegni, come quelle del consumo dei suoli, della fertilità dei suoli, dei valori del paesaggio, dell’impegno comune a investire in sobrietà e risparmio in ogni nostro passo: acque, energia, produzione e consumo di prodotti agricoli sani, superamento della devastante industria dello sci.

E’ necessario avere presente che in questa situazione ogni minima invadenza di spazi liberi in quota, anche con il recupero di malghe abbandonate, offre occasione al dilatarsi del consumo di suolo e paesaggio, a incredibili opportunità di ulteriore antropizzazione aggressiva. Guardiamo come viene trattata in Trentino oggi l’alta montagna: pianificata nella urbanizzazione e gestione dagli impiantisti. La cultura di coerenti NO, del limitare la nostra aggressività verso ambiti selvaggi, è sempre più doverosa. E’ necessario avere rispetto verso chi ci seguirà, i cittadini di domani sono portatori di diritti specifici, fra i quali quelli di poter vivere in ambienti salubri, di poter godere di naturalità, di spazi ancora liberi, della biodiversità più completa e articolata possibile. Anche questo è un percorso che ci porta a sostenere le nostre lotte con radicalità, fermezza, senza alcun inciucio con il mondo dei valorizzatori.

“Dobbiamo affrontare temi

come i cambiamenti climatici, il risparmio

energetico, la gestione dei rifiuti

da trasformare in risorsa, l’insostenibile

perdita di risorse e di beni comuni,

la caduta di biodiversità”

Senza più dilungarmi offro rilievo ad alcuni obiettivi da perseguire, da subito. Diffondere la cultura del limite, togliere alla famiglia umana il senso di onnipotenza che sta diffondendo e la porta all’autodistruzione, siamo in presenza di un antropocentrismo soffocante, è sufficiente leggere su questo alcuni presunti autorevoli editoriali sulla stampa locale dell’ultimo mese che hanno riguardato la Translagorai, personaggi che ormai pontificano su tutto e seminati ovunque in discutibili comitati scientifici. Dobbiamo affrontare temi come i cambiamenti climatici, il risparmio energetico, la gestione dei rifiuti da trasformare in risorsa, l’insostenibile perdita di risorse e di beni comuni, la caduta di biodiversità.

Dobbiamo anche riprendere una seria critica alle parole che vengono usate. Oggi termini come sostenibilità e conservazione attiva mascherano speculazioni: naturalità, paesaggio, sono stati privati di significato da operazioni di marketing sempre più discutibili, da uno scempio linguistico che la politica accentua e del quale sono vittime anche tanti nostri possibili alleati.

La cultura ambientalista deve anche maturare altri comportamenti, non reagire come si è già reagito in Dolomiti. Pensate ai grandi eventi. Se non si tengono qui si terranno altrove e si distruggerà altrove. Dove la democrazia è più debole. L’ambiente naturale ha valore in Dolomiti come a Stoccolma o in Svizzera o in Corea. Attendere passivamente le decisioni dei vari Comitati olimpici porta l’ambientalismo a subire le scelte, ad agire di rimessa, come oggi sta accadendo a Cortina dove in pochi mesi si è distrutta la Tofana di Mezzo in vista dei Mondiali 2021. L’ambientalismo deve pretendere di essere soggetto prioritario da coinvolgere e ascoltare, prima che le scelte maturino: l’ambientalismo deve proporre, laddove le strutture ci sono, la propria agenda. Che senso ha oggi andare a Cortina e chiedere una minima compensazione di recupero di un’area protetta quando tutta la valle del Boite sarà sconvolta, anche da assurde tangenziali? Perché abbiamo mantenuto il silenzio sulle candidature olimpiche o ci siamo limitati a sentenziare un NO secco? Oggi tutto l’ambientalismo alpino è stato messo all’angolo dal precipitare di queste scelte, e subirà.

E’ anche necessario ripensare come si conserva un territorio naturale. E’ sufficiente l’idea classica di parco naturale in ambiti tanto urbanizzati come le Alpi? O nelle nostre terre non è necessario, anche nelle aree a parco, in Rete Natura 2000, intervenire, non per fare marketing, non per presentare altre cartoline di magnificenza, attivarsi con progetti seri che migliorino la conservazione dei territori, che ci aiutino a costruire e diffondere consapevolezza, conoscenza, assunzione di responsabilità collettive, investire in nuovi lavori attraverso la conservazione attiva degli spazi naturali? In parte il Trentino lo sta facendo, ma le incoerenze in questi progetti sono ancora troppo diffuse, si inseriscono demagogia e doppiogiochismo della politica: bisogna cambiare marcia, anche da noi, anche in Dolomiti UNESCO; elaborare documenti o linee guida molto avanzati e anche partecipati non è sufficiente per gestire al meglio territori tanto complessi: bisogna investire in coerenze esigibili, da subito.

La rivoluzione ambientalista così delineata non è più solo resistenza: grazie al nostro impegno nei campi appena citati si creano nuovi lavori e si investe in nuove professioni, si diffondono diritti proiettati su tempi lunghi, su più generazioni (mentre la massa, anche politica per ragioni opportunistiche, non vuole guardare al di là di un dito), diritti che vanno estesi al mondo vegetale e animale. E’ tempo di ampie alleanze ma costruite senza che l’ambientalismo perda la sua specifica radicalità e coerenza, non possiamo divenire succubi della cultura oggi egemone. Sono altri i soggetti politici, imprenditoriali, sociali che da subito devono maturare una coscienza alternativa a quanto proposto e attuato fino a oggi.

Luigi Casanova

Una recente manifestazione di Mountain Wilderness per i Parchi nazionali. In apertura un aspetto dell’ambientalismo trentino negli anni Cinquanta.

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