L’insostenibile carrozzone delle Olimpiadi

“Il pasticcio delle Olimpiadi 2026” s’intitola il comunicato di Mountain Wilderness Italia dell’11 agosto 2018 che propone “riflessioni di Mountain Wilderness e dell’Ecoistituto del Veneto” sui Giochi 2026 che in questi giorni si contendono Torino, Milano e Cortina. “Un business da 40 milioni al giorno”, titola il 14 agosto il Corriere della Sera che non nasconde di tifare per Milano come capocordata.

Un comunicato di MW: indebitamento pubblico assicurato

L’idea di un’Olimpiade invernale basata sulla sostenibilità è attesa da decenni dalla cultura ambientalista. Le premesse della multipla candidatura Cortina – Milano – Torino non lasciano presagire alcuna novità positiva in proposito. Questo nuovo evento sportivo internazionale sarà una nuova occasione per imporre ulteriori speculazioni e consumo di suolo sulle Alpi e nel nostro Paese. Non è casuale che le proposte siano state calate dall’alto, dalle istituzioni nazionali e regionali. A oggi le popolazioni interessate non sono a conoscenza di che cosa si imporrà ai loro territori, l’associazionismo ambientalista non è minimamente stato coinvolto. Veniamo dalla triste e misera esperienza dei mondiali di sci alpino che si terranno a Cortina d’Ampezzo nel 2021. Il ministero dell’Ambiente, la Regione Veneto, il Comitato dei mondiali e perfino la Fondazione Dolomiti UNESCO avevano sottoscritto una “Carta Verde” della sostenibilità dell’appuntamento internazionale. I cittadini della valle del Boite nemmeno erano stati coinvolti tanto da portare CIPRA (Commissione Internazionale per la protezione delle Alpi) a proporre una articolata proposta sulla sostenibilità di questi avvenimenti sportivi, a precisarne i contenuti nel dettaglio.

La Fondazione dei mondiali non ha preso in considerazione alcuno dei temi strategici di quel documento. Ha imposto su Cortina il potenziamento delle piste sulla Tofana, stracciando boschi e demolendo rocce, imponendo nuove tangenziali senza preventivi confronti pubblici sulle reali necessità viarie della valle, in assenza di una strategia di lungo periodo. Se queste sono le premesse, con le Olimpiadi del 2026 ci si prepara a un nuovo assalto al territorio, a Cortina, come in Valtellina e quindi in valle di Susa. Il CONI, e quindi a maggior ragione il CIO (Comitato olimpico internazionale) non hanno alcuna intenzione di condividere i vari progetti con i soggetti portatori di interessi generali. Malagò non ha avuto alcun coraggio nel promuovere l’innovativa candidatura a tre: si tratta di una scelta pasticciata, dettata da ragioni politiche, dal desiderio di fare marketing attraverso la farsa dell’evento olimpico sostenibile.

Non ci è possibile entrare nel dettaglio visto che ancora non si sa con precisione chi deve fare cosa e dove, ma alcune considerazioni generali si possono esprimere da subito. Date le dimensioni faraoniche raggiunte dalle Olimpiadi, l’idea di spalmarle su un territorio vasto in modo da non caricare solo alcune località, potrebbe apparire scelta intelligente, quasi obbligata.

Nel passato le Alpi italiane hanno ospitato i Giochi olimpici invernali in due occasioni. In ambedue i casi troppe strutture sono state abbandonate, o perché ingestibili, o perché estremamente costose nella manutenzione (prima Cortina 1956, poi Torino 2006). Nella discussione riguardo la proposta per il 2026 non si sono letti investimenti in percorsi innovativi sotto il profilo della mobilità sostenibile, del risparmio energetico, del potenziamento dei servizi minimi alle popolazioni locali (sanità, formazione scolastica, nuovi lavori o il lancio di un turismo dolce, sia invernale che estivo). Oltralpe e i paesi scandinavi hanno compreso che le Olimpiadi non portano benefici, ma solo problemi e indebitamento pubblico. Nessuno le vuole più ospitare. Infatti o i singoli governi (nel caso di Oslo) o i cittadini tramite referendum (Innsbruck, Graz, Sion), hanno rifiutato questi grandi eventi sportivi.

Le comunità alpine informate e consapevoli non sono più disposte ad accettare lo smisurato gigantismo, i danni ambientali, i costi incalcolabili e i diktat di un CIO dispotico e avido. Non è infatti vero, nel caso italiano, che ci sia già tutto. Nuove strutture saranno necessarie per le nuove discipline olimpiche, vedi free style, half pipe, per non parlare della pista da bob, da rifare, skeleton, slittino e strade ecc. L’Olimpiade italiana, per come presentata, avrà enormi difficoltà logistiche data la necessità di fare percorrere ad atleti, tecnici, sostenitori, giornalisti medie e lunghe distanze, in totale carenza o inefficienza di servizio di trasporto pubblico. Distanze comunque per lo più improponibili.

Le associazioni Mountain Wilderness Italia ed Ecoistituto del Veneto A. Langer si chiedono che senso abbia mantenere ancora in piedi un simile carrozzone che ha ormai perso tutte le motivazioni storiche che avevano determinato la nascita degli appuntamenti olimpici. A un certo mondo degli affari e degli appalti sembra non siano proprio sufficienti i Mondiali, le infinite gare di Coppa del Mondo. Oggi tutto è ancora fumoso: non casualmente non si conoscono scelte strategiche né i contenuti di una eventuale strategia basata sulla sobrietà reale: tutto è indefinito. Mountain Wilderness e Ecoistituto rimarranno vigili nel portare l’opinione pubblica a riflettere sui passi che saranno intrapresi, controlleranno le conseguenze ambientali di ogni evento, gli sprechi e l’utilità sociale nei tempi lunghi delle eventuali opere che saranno costruite. La parola sostenibilità è ricca di significato, non si accetterà alcuna banalizzazione mercantile di tale termine.

Mountain Wilderness Italia 

Ecoistituto del Veneto A. Langer

Commenta la notizia.