Alpi Albanesi, uno sberleffo alla dittatura

Il dittatore albanese Enver Hoxha in un affresco. Nella foto sopra il titolo, il suo nome di battesimo modificato in “never” (mai): lo si può scorgere dalla città di Berat.

Ci vollero nel 1968 dieci giorni di lavoro con pala e picca per disegnare sulle pendici del monte Sphirag, nelle Alpi Albanesi, la scritta “Enver” lunga un centinaio di metri. Fu un tributo, non certo l’ultimo, dei compagni albanesi a Enver Oxha (1908-1985), dittatore spietato che in nome del comunismo gettò il paese nello squallore e nella miseria più profonda. Come ci si è comportati nel 1992 al tardivo crollo del comunismo in Albania? Semplice, decidendo di cancellare quella scritta diventata a dir poco inopportuna. Ma l’artista Sheme Filja che ne era stato l’artefice ebbe un’idea migliore. Lasciò al suo posto la gigantesca scritta limitandosi a invertire le prime due lettere. Così “Enver” divenne “Never”. Quel “Never” (“mai” in inglese) lo si può osservare ancora oggi dalla città di Berat. Un vero sberleffo al passato, che ci ricorda inequivocabilmente come la caduta del comunismo sia stato qualcosa di definitivo, una vittoria di cui il popolo albanese può dirsi fiero.

Lo stesso curiosamente non succede in Italia dove la caduta del fascismo c’è ancora chi la considera un incidente di percorso, una quisquilia ancora oggi rimediabile. C’è infatti in questi giorni un nostalgico che pateticamente, squallidamente posta sul suo profilo facebook una foto che lo ritrae mentre sventola una bandiera della RSI (Repubblica di Salò) sul Monte Sagro nelle Alpi Apuane. Ma c’è anche chi si addolora perché uno dei tanti incendi di questa estate spietata ha distrutto su una montagna in provincia di Rieti la scritta fascista “Dux”. Era stata disegnata nel 1939 piantando dei pini e restaurata nel 2004 con i fondi della Regione Lazio. Niente di strano né di condannabile. Educare i giovani a ripudiare la propria storia con ostentazione non è la migliore delle soluzioni: potrebbe, anzi, metterci alla pari con i talebani che hanno distrutto i Buddha di Bamiyan o con l’Isis che ha fatto altrettanto con gli archi di Palmira.

A differenza che in Albania, sulle nostre montagne la storia, quella poco brillante storia che sappiamo, qualcuno vorrebbe comunque metterla sotto i riflettori con tutti i suoi cimeli. Ci manca solo che qualche monumentale fascio di combattimento, simbolo del bellicoso regime mussoliniano, venga di nuovo eretto sulle Grigne e altrove sui monti, come quando c’era lui caro lei. E se tornasse al suo posto sul Sassolungo l’effigie dello squadrista Italo Balbo? E che cosa ne direste se nei rifugi del Sud Tirolo si appendesse di nuovo ai muri l’immagine di quel Tolomei tanto caro al regime e al Cai dell’epoca, che tanto infierì sulle popolazioni di lingua tedesca? Occorreva proprio che i padri costituenti mettessero fuorilegge l’apologia del fascismo che tanto sembra allettare certi nostri contemporanei? O qualcuno è convinto che la dittatura fascista fosse rose e fiori in confronto alle altre nel mondo? (Ser)

Un’immagine diffusa dalla propaganda di regime. Il nome “Enver” poi diventato “Never” appare sullo sfondo.

 

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