I giorni grandi di Matteo Campia

Spentosi nel 2009 alla veneranda età di 97 anni Matteo Campia viene considerato l’ultimo rappresentante dell’alpinismo classico ed “eroico” della zona cuneese e in particolare delle Alpi Marittime. Generalmente viene ricordato per la “classicissima” salita sulla sud-ovest del Corno-Stella salita in prima assoluta nel ’45 con Nervo ed Ellena, considerata un ascensione di tutto rispetto  che ancora oggi impegna cordate di appassionati e corsi di alpinismo. La sua più dura realizzazione, anche se meno conosciuta, avvenne però fuori dalle Marittime sul Monviso con la prima salita dello sperone nord nel ’37. Nel suo curriculum figurano duemila ascensioni, tra cui trenta vie nuove e ventotto prime invernali. “Non ci sono stati solo i Bonatti e i Messner sulle cime più celebrate, ci sono stati tanti protagonisti dell’alpinismo nelle nostre montagne, autentici personaggi che hanno scritto la storia del NOSTRO alpinismo”, osserva Fulvio Scotto, alpinista e scrittore che intende rievocare, come annuncia in Facebook, le esperienze di Campia in un libro su un secolo di alpinismo nelle “montagne d’oc”. A Campia dedicò un commosso ricordo Spiro Dalla Porta Xydias, un altro grande vecchio dell’alpinismo che di recente ci ha lasciato (nel ’96 fu Spiro a dedicargli la “laudatio”, immancabile preludio alla nomina a socio onorario in occasione dell’assemblea dei delegati). Una testimonianza che mountcity è lieto qui di riproporre.

Matteo Campia nel 2008 con il diploma di socio onorario del Club Alpino Italiano (ph. Serafin/MountCity). Nella foto sopra il titolo in un fotogramma del documentario realizzato di recente da un gruppo di concittadini cuneesi (guarda qui il trailer: https://vimeo.com/213399069).

La montagna, un amore assoluto

Da tempo – tanto tempo, troppo tempo – aveva dovuto rinunciare alla montagna. E non a causa degli anni, inesorabili – non ti accorgi di questo pesante fardello, sempre più pesante, che ti grava progressivamente il corpo e la mente; e cerchi di ignorarlo, attribuendo la maggiore difficoltà a motivi occasionali: quel particolare impegno che ti ha affaticato, o il lieve malanno che ti ha afflitto, oppure l’avversa disposizione mentale…Ti sforzi di afferrarti a questi cavilli come un tempo felice ti aggrappavi ai radi, minuti appigli per superare in parete un passaggio particolarmente ostico. Non erano stati gli anni, anche se avevi dovuto abbassare il livello dell’impegno – pedaggio inevitabile dell’età avanzata – ma l’ascensione, pur meno lunga e difficile, ti permetteva sempre il contatto con la natura, il rapporto con la montagna, amore della tua vita. Ti concedeva di toccare ancora una vetta. Una che si confondeva, si assommava con le mille raggiunte nella tua esistenza di alpinista, tanto da conglobarsi in un unico, simbolico vertice. Dal quale potevi guardare più da vicino il cielo. Non erano stati gli anni a precluderti la via dell’Alpe, ma un male ben più insidioso, crudele: la perdita in tempi brevi del bene più prezioso elargito all’uomo: la vista. Dapprima si era bruscamente indebolita, relegandoti prigioniero nella tua casa; le immagini, i colori, gli esseri, gli oggetti, i monti, il cielo solo ombre sempre più tenui, imprecise. Più scure. Avevi lottato come sapevi fare in montagna allo scatenarsi improvviso d’una tempesta o in parete al presentarsi inatteso di un tratto di estrema difficoltà. Non ti eri arreso, non avevi ammesso di soggiacere al male, non volevi abbandonarti all’isolamento disperato che comportano il vuoto, il grigio. Sei rimasto partecipe a quel mondo della montagna e dell’alpinismo che per te non era stato semplice podio di esibizione individualistica, ma motivo, fonte di vita. Così, non potendo partecipare di persona – anche per delicato senso di pudore – mandavi relazioni scritte alle manifestazioni che avevano richiesto la tua partecipazione. Perché eri un personaggio importante: accademico e uno dei rarissimi soci onorari del CAI. Alpinista che aveva segnato una pagina essenziale nella storia delle Marittime. Ricordo ancora le tue lettere, con l’alta grafia inclinata, perché segnata quasi al buio. Le tue lettere così importanti per me, la nostra corrispondenza regolare, frequente, anche se le mie risposte dovevi fartele leggere dall’amico Mauro.

La “classicissima” sulla sud-ovest del Corno Stella salita in prima assoluta da Matteo Campia nel ’45 con Nervo ed Ellena. Una salita che oggi impegna cordate di appassionati e corsi di alpinismo.

Poi anche quel barlume di vista si è spento, le ombre vaghe – più simboli che immagini – perdute, inghiottite dall’oscurità totale. Hai dovuto abbandonare la tua abitazione, farti ricoverare in casa di cura. L’intera giornata senza fine, le notti interminabili, confortato solo dalle visite dei tuoi cari. E di Mauro, l’amico fedele che ogni mercoledì veniva a trovarti. E con lui potevi ancora parlare di montagna, di salite, perché i monti e le ascensioni del tuo passato dorato ti erano rimasti nel cuore e illuminavano con luce d’amore le tenebre che ti opprimevano da fuori e da dentro. Ogni mercoledì, approfittando della presenza dell’amico mi telefonavi, perché io continuavo a scriverti e Mauro ti leggeva le mie lettere. Non lo facevo per pietismo o altruismo. Perché non ero io ad aiutare te, ma tu che aiutavi me. Infatti malgrado la terribile condizione, avevi mantenuto sempre una serenità assoluta; tanto elevata da superare pena, sofferenza, disperazione. Serenità che solo l’amore per la bellezza, la natura, gli amici può dare. Amore per la luce Infinita che nessuna tenebra può offuscare. E io ti raccontavo i miei tormenti, i miei dubbi che risolvevi non solo con le parole giuste, ma pure con l’aura di serena bontà che sentivo sempre aleggiare in te.

Matteo, non udirò più al telefono la tua voce un po’ stanca, rotta, ma densa di affetto e d’umana comprensione. Non potrò più confidarti le mie debolezze e le gioie per l’affermazione dei nostri ideali di spiritualità. Vorrei tanto che le buone parole, l’etica superiore che mi hai regalato restino incise nel mio spirito ad aiutarmi in questo mio ultimo arco di vita. E sapere essere degno dell’amicizia che mi hai saputo dare. Accademico e socio onorario del CAI, Matteo Campia è stato sommo alpinista, eccelso scalatore, anche se mai gratificato come dovuto per i suoi grandi meriti. Troppo spesso ignorato perché modesto, schivo. Perché ha salito montagne, scalato pareti, aperto vie nuove non alla facile ricerca di riconoscimenti ufficiali, ma per intima passione. L’autentico valore non si misura con articoli di giornali o interviste televisive. Ma attinge alle più alte vette: quelle della bontà e dell’elevazione spirituale.

                                                                       Spiro Dalla Porta Xydias       

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