Il giorno speciale dell’ingegner Calvi

Quattromila giorni corrono via quasi senza che una persona se ne accorga, ma per un uomo un po’ speciale come Silvio Calvi rappresentano una bella fetta di vita da festeggiare. Era il 2006 quando Calvi, ingegnere e architetto di Bergamo, a suo tempo presidente della Sezione del Cai e consigliere centrale del Club alpino, si sottoponeva a un complesso trapianto. L’intervento si è concluso positivamente e l’amico Silvio si è potuto concedere una vita normale, sia pure con le limitazioni imposte dai medici curanti e con il fardello dei farmaci anti-rigetto.

Il 22 luglio 2011 a Bergamo, nel suo studio d’ingegneria, Silvio Calvi prima di partire per il Caucaso offre agli amici una torta di frutta con quella cifra per lui magica, 2000, ricamata con il marzapane. Oggi è felice di annunciare dalle aree terremotate del Centro Italia (foto in alto sopra il titolo) che i giorni sono diventati 4000.

Sono trascorsi dieci anni, e Calvi ha offerto in questo periodo un raro esempio di perseveranza e attaccamento a questa sua attivissima vita sempre appesa a un filo sottile che di anno in anno tuttavia si rivela, con sua e nostra soddisfazione, sempre più robusto. Ora in Facebook racconta, in questo primo scorcio di 2017, della sua settimana passata in dicembre a verificare l’idoneità strutturale delle case del paesino di Maltignano, danneggiate del terremoto. “Sette giorni al freddo e sotto la neve, con l’impegno di portare a termine i sopralluoghi, nonostante le feste e la Befana”, spiega. E diffonde (vedere qui sopra) la sua immagine di vecchia roccia. In questa circostanza Calvi ringrazia il personale del Comune che ha fornito aiuti e rivolge un sentito grazie anche a tutti quelli che gli hanno consentito di dare un piccolo contributo di impegno personale a favore di quella povera gente terremotata. “Se il freddo non mi ha fermato, né preoccupato”, spiega, “significa che gli ostacoli della vita non ci devono fermare e occorre andare oltre i propri problemi e guardare avanti, alla vita da vivere”. Con la generosità che gli è congeniale, Silvio attribuisce a chi scrive queste note di avere inventato la numerazione di cui va fiero. Mille, duemila, tremila, quattromila giorni sono trascorsi, e sono altrettanti regali piovuti dal cielo… In quel 2006, quattromila giorni or sono o giù di lì, anche lo scrivente ha affrontato un passaggio impegnativo della sua vita entrando nel novero dei pazienti oncologici. E con Calvi ha condiviso e ancora, per fortuna, condivide, la soddisfazione di vedersi accumulare alle spalle i giorni in cui ha avuto un privilegio negato ad altri meno fortunati compagni di avventura: quello di vivere. Insieme nel 2013 abbiamo perfino partecipato, ricordi Silvio?, a un meeting di medicina al TrentoFilmfestival esprimendoci sul tema “Rinascere in quota”. C’è chi dopo un trapianto di fegato o di reni ha salito il Kilimanjaro e chi i quattromila delle Alpi. Una cosa è certa: tornare in montagna per chi ha subito trapianti anche importanti è una possibilità concreta e – se affrontata nei giusti termini – anche salutare. Idem per chi ha superato oppure è in buoni rapporti con le neoplasie, ovvero è portatore di bypass coronarici. Oggi la medicina ha fatto passi da gigante, regalando nuove possibilità ai pazienti. E la conferma è venuta da Romano Benet, alpinista himalayano di eccellenza e uomo di grande forza interiore che il 27 maggio 2015 è salito in vetta al Kanghcenjunga (8586 m) dopo avere affrontato e vinto, a prezzo di una lunga degenza, una “aplasia midollare severa”: in pratica il suo corpo non produceva più midollo, globuli rossi e piastrine. Per saperne di più si legga il bel libro di Nives Meroi, sua compagna nella vita e nelle scalate, diventato un best seller.

Morale. L’intenzione sarebbe quella di continuare a lungo, pur con le nostre magagne, a coltivare con sommo piacere la passione per la montagna. Compresa, s’intende, quella scritta e parlata. (Ser)

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