Conquiste discusse. Dove il Dente ancora duole

E’ la squadra o l’individuo che conta quando si sale per primi su una vetta? Se qualcun altro dello squadrone di Ardito Desio fosse arrivato nel 1954 in cima al K2 qualche ora dopo Compagnoni e Lacedelli sarebbe stato soltanto il primo ripetitore o il primo salitore a pieno titolo? Conta più il primo arrivato in qualsiasi punto della cresta sommitale o quello che per primo ha messo piede sul punto più alto? L’alpinismo è ricerca di emozioni personali, ma impone anche regole ineludibili. Di prime salite e di ripetizioni si discute oggi come ieri. Spesso le ripetizioni sono considerate più importanti delle prime soltanto perché realizzate con meno materiale. Per capirci qualcosa di più, ammesso e non concesso che si sia riusciti a farlo, mountcity.it ha rispolverato un’antica querelle esplosa alla fine dell’altro secolo nelle pagine della Rivista del Cai. A scatenarla fu la presa posizione di un socio onorario, nientemeno quel William Auguste Brevoort Coolidge (New York, 28 agosto 1850Grindelwald, 8 maggio 1926), alpinista statunitense, che fece man bassa temporibus illis di prime ascensioni nelle Alpi. (Ser)

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William Auguste Brevoort Coolidge (1850 –1926). 

In vetta o quasi in vetta? L’ardua sentenza di Coolidge

“A chi va attribuito l’onore della prima ascensione di una montagna?”, si chiede in un polemico articolo  il 31 gennaio 1899 sulla Rivista mensile Mario Ceradini della Sezione di Torino. E la risposta cerca di offrirsela da solo ponendosi una serie di interrogativi. “Forse appartiene a colui che la scopre, che vi ferma sopra gli sguardi e le speranze, che la studia, la scruta, la tenta, e squarcia il mistero dei suoi fianchi inaccessi, raggiungendone una qualunque delle sue vette, anche la meno elevata, o un punto qualunque della cresta esterna e si arresta là, per una ragione qualsiasi, o di tempo, o di difficoltà o di esaurimento? Oppure va attribuito a colui, chiunque esso sia, che per primo pone il piede sul punto più elevato, dovunque esso sia, vicino o lontano dal punto toccato dal suo predecessore, a due passi da questo…In una parola, è questione di metro o è questione di sentimento?”. E’ questione di concretezza per il reverendo William Auguste Brevoort Coolidge. L’alpinismo per lui fa a pugni con le approssimazioni e i sentimenti. Perciò Coolidge fa di tutto per attribuirsi la prima ascensione al Visolotto avendo raggiunto nel 1881 il Picco Ovest (3353 m) che è più alto di 7 metri rispetto al cocuzzolo raggiunto prima di lui dall’ingegner Montaldo. Il redattore della Rivista tiene però duro, per nulla soggiogato dal prestigio del reverendo. “La prima ascensione del Visolotto deve incontestabilmente attribuirsi all’ingegner Montaldo”, scrive categorico. Il dibattito infiamma pagine su pagine in quel 1899 della Rivista mensile. Sono trascorsi 24 anni dal giorno in cui l’ingegnere torinese Antonio Montaldo afferma di essere salito per primo nel 1875 sul Picco Est, 3346 metri, del Visolotto. A contestarne la prima salita è, per l’appunto, il reverendo Coolidge che sei anni dopo, ripetendo la stessa via, si issa su un cocuzzolo solo un pochino più alto. E per questo rivendica la conquista di questa cima: minore, ma pur sempre una cima. Ma ecco la sequenza degli interventi.

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Il Dente del Gigante come lo dipinse Eugenio Fasana.

Sull’argomento va registrata il 31 gennaio 1899 la testimonianza del redattore della rivista Carlo Ratti. “Fra la maggioranza dei nostri alpinisti”, scrive Ratti, “per quanto è a mia cognizione, si è sempre ritenuto che l’ing. Montaldo, giunto prima di ogni altro, colla guida Castagneri, su uno dei picchi della cresta suprema del Visolotto, il 4 settembre 1875, avesse compiuta la prima ascensione di questa ardua cima: e ciò venne più volte affermato anche nelle pubblicazioni del nostro Club (Riv. Mensile vol XII, 1893, e vol. XV, 1896, pag. 137) senza lontanamente pensare di sostituirvi il rev. Coolidge che vi salì sei anni dopo colla guida Almer, quasi per la stessa via, quantunque abbia anche raggiunto un altro picco della stessa cresta suprema, di 7 metri più elevato, cioè di una quantità quasi ‘négligeable’ e che chi conosce le illusioni ottiche che si provano talora sulle vette e sulle creste non potrebbe affermare che potrebbe essere rilevata in tutta la sua entità dalla prima comitiva. Orbene, il rev. Coolidge in una sua lettera direttami il 5 dicembre 1896 sorse con non poca mia meraviglia a reclamare per sé l’onore della prima ascensione del Visolotto, perché fu il primo a toccane il punto più elevato che, secondo lui, è l’unica vera cima, soggiungendo che, se non si ammetteva tale titolo per stabilire chi è il primo salitore di una montagna, ‘il faudrait renverser tous les resultats de l’histoire alpine’. Mi pare che non ci sia affatto da sconvolgere la storia delle scoperte geografiche dicendo che fu Cristoforo Colombo lo scopritore dell’America, quantunque ne abbia conosciuto solo una minima parte, e che fu Volta l’inventore della pila e non colui che apportò l’ultimo perfezionamento”.

La contesa comincia a farsi rovente e la tentazione di frugare negli archivi è grande. Ma eccola la replica di Coolidge nelle pagine della Rivista mensile del 31 marzo 1899 sotto il titolo “Prima ascensione? O prima esplorazione?”. Vecchie ruggini vengono fuori. Il reverendo è appena stato bastonato sulla Rivista del 28 febbraio 1999 in seguito alla relazione da lui scritta su The Alpine Journal vol. XIX (novembre 1898) riguardante un’ascensione a Cima Piazzi. La sua colpa? Avere colorito la cronaca riferendo di alcuni fanciulli che gli chiesero insistentemente l’elemosina mentre per il passo della Forcola scendeva a Livigno. “Parmi che un tal particolare avrebbe potuto essere lasciato da parte, non servendo certo, sotto alcun punto di vista, ad aggiungere pregio a questo bell’articolo”, obbietta un lettore colpito nel suo orgoglio di italiano.

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Il Visolotto, un’altra prima salita contestata da Coolidge. Correva l’anno 1875.

Dopo alcuni diplomatici preamboli, Coolidge non tarda a svelare le carte. Questa volta è la conquista del Dente del Gigante che il reverendo contesta, a suo avviso (sulla base della relazione diffusa dai salitori) erroneamente attribuita dal Cai ai fratelli Sella che non raggiunsero, a suo dire, la cima bensì un’elevazione poi battezzata Punta Sella. Un’inezia dal momento che la cima del Dente è larga quanto un monolocale o anche meno e i due cocuzzoli quasi si equivalgono. E’ alla luce di questo precedente che il redattore della Rivista avrebbe formulato la sua teoria delle “prime esplorazioni” di cui si è detto. Coolidge sospetta che si tratti di un’ingenua copertura per interessi di bottega. In effetti i fratelli Sella, parenti stretti del fondatore del Cai Quintino e del grande fotografo Vittorio, non sono alpinisti qualsiasi e a loro va tutta la deferenza complice degli addetti alle pubblicazioni sociali. “Quanto a me”, scrive Coolidge, “io ho sempre, a partire dal momento in cui la notizia dell’ascensione dei Sella mi è pervenuta, espresso il mio avviso (avviso che non cambierò mai) che il primo salitore di questo picco è il signor Graham, e non la comitiva Sella. Io non saprei dire quanto mi rincresca che questa comitiva non abbia coronato i suoi numerosi tentativi coll’esplorazione di tutta la cresta, abbenché breve, dell’Aiguille. Essa poteva scegliere liberamente, e lo ha fatto, ed allora il premio fu in balia del primo venuto, che in questo caso si chiamò Graham. La perdita di questa bella cima non va attribuita che alla decisione della stessa comitiva Sella, alla quale però nessuno ha mai negato il coraggio”.

E più avanti Coolidge: “Vi ha una cosa che mi pare il signor Ratti non abbia tenuto in conto nei suoi sforzi generosi di salvare l’Aiguille du Géant alla comitiva Sella. Se, come richiede la sua teoria, il primo salitore non è altri che il primo esploratore, allora i Sella non hanno nulla a che fare col Gigante; vi sono stati parecchi tentativi prima di loro e il sig. Ratti dovrebbe dunque attribuire il premio a Lord Wenthworth e al sig. Mummery. Bisogna essere conseguenti…E i Sella devono perdere il Gigante, precisamente per la stessa ragione che (sempre secondo il sig. Ratti) io dovrei perdere il Visolotto. E’ desolante, ma è logico, ed è certo”. “Dopotutto l’alpinismo”, conclude Coolidge, “ha uno scopo – che sia meschino o no – cioè di metter piede sul punto culminante di una montagna. La mia teoria è forse una lex dura, ma almeno essa è una lex, e non solamente un sentimento incostante e variabile”.

Wikipedia rende oggi omaggio alla tesi di Coolidge. La prima ascensione della Punta Sella, precisa Wikipedia, fu in realtà compiuta il 28 luglio 1882 dalle guide valdostane Jean-Joseph Maquignaz, dal figlio Baptiste e dal nipote Daniel. La cordata fu guidata da Daniel nei passaggi più difficili. Il giorno successivo, il 29 luglio, l’ascensione fu ripetuta al grido di “Viva l’Italia” con i Sella nelle vesti di clienti dei Maquignaz. I fratelli Alessandro, Alfonso, Corradino e il cugino Gaudenzio Sella si convinsero di aver consegnato alla nazione e al Club alpino l’ultimo scoglio inviolato delle Alpi. E a testimonianza di quella giornata di gloria viene conservato al Museo della Montagna il foulard fatto sventolare quel 29 luglio 1882 dai Sella. La prima ascensione della Punta Graham, più elevata anche se di poco della punta Sella, fu invece compiuta il 20 agosto 1882 da William Woodman Graham con le guide Alphonse Payot e Auguste Cupelin. E sul valore e il significato di questa impresa non dovrebbero sussistere dubbi. Come Coolidge ha voluto con tanta caparbietà dimostrare pur rendendosi conto di dare un dispiacere ai Sella e al Club alpino. (Ser)

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