Novanta candeline per Irene

Affentranger con diploma copia 2
Irene Affentranger con il diploma di socia onoraria del Cai. Nella foto sopra il titolo è impegnata in un recente giro del Monviso.

Feconda scrittrice di montagna, alpinista di valore, socia onoraria del Club Alpino Italiano, iscritta alle sezioni del CAI di Torino e del DAV di München, Irene Affentranger raggiunge in questi giorni una vetta invidiabile: novanta primavere portate con souplesse, sempre in giro con tutti i tempi al volante del suo coupé 4×4. Poteva forse perdersi la serata del 14 marzo alla Società Escursionisti Milanesi in cui si tiene a battesimo l’ultimo libro del collega scrittore e grande amico Dante Colli “Oltre la vetta” dedicato a Ninì Pietrasanta e Gabriele Boccalatte? Il legame di Irene con Ninì, di cui ha cantato le gesta in libri e saggi, e ancor più con Dante e con l’alpinista editore Bepi Pellegrinon di “Nuovi sentieri” non ammetteva deroghe. La SEM si prepara così a festeggiarla in questa specialissima serata organizzata nell’ambito della rassegna “MountCity. Montagne a Milano” del cui palinsesto fa parte l’evento. Riservandole un’accoglienza come si conviene a una lady del suo pari.

Irene non vanta solo, tra le beneficenze di cui va più fiera, la pergamena di socia onoraria  del CAI che le venne consegnata nel 2008 a Mantova in occasione di un’assemblea dei delegati, ma anche il prestigioso premio dedicato a Gianni Aimar ricevuto nel 2011 a Saluzzo “per l’intenso impegno dimostrato come scrittrice di montagna nell’intera sua opera, in particolare nel libro ‘I racconti del vento’, dove ha saputo raggiungere le più alte vette scavando in tutta la sua interiorità che rivela ancora una volta il suo profondo rapporto con la montagna”.

Dal suo cembalo scrivano (leggasi macchina per scrivere) perfettamente oliato è uscito di recente un libro sulla Grande guerra e un altro scritto sta per andare alle stampe nella magica bottega di Pellegrinon, accademico del Cai ed ex sindaco di Falcade, di cui è diventata una musa irrinunciabile. Ma della Affentranger si deve apprezzare anche l’opera di traduttrice. Basterebbe citare la traduzione di “E’ buio sul ghiacciaio” di Hermann Bull, un classico della letteratura alpina. Ripubblicato nel 2005 dall’editrice Piper Verlag di Monaco a più di mezzo secolo dalla prima uscita, è stato qualche anno fa riproposto da Corbaccio con la traduzione di Irene e la prefazione di Hans Kammerlander. “Sono pagine avvincenti e straordinarie: mi auguro che destino l’entusiasmo di quanti si avventurano sui monti per conquistare, con un severo superamento fisico, le altezze supreme dello spirito”, osservò all’uscita del libro la Affentranger, accademica degli scrittori di montagna. Ma qual è il segreto della sua indomabile vitalità?

Maloja polenta e latte copia
Polenta e latte al Maloja per lady Irene che ha ricoperto la carica di vicepresidente del Gruppo italiano scrittori di montagna (ph. Serafin/MountCity)

“Anzitutto posso dire grazie ai miei genitori, soprattutto a mia madre Margherita Rudolf, che mi hanno iniziato alla montagna”, racconta Irene. “I tempi non erano facili, dunque la mia gratitudine è doppia. Papà Francesco era svizzero, lavorava in banca. Ci siamo trasferiti a Torino quando avevo cinque anni. Abitavamo dietro Porta Palazzo, i balconi affacciati sulla Dora. Papà ci ha iscritto all’Unione escursionisti e si andava in gita con il famoso Giovanni Bobba, tra i padri della Guidamonti”.

“Su tote, vnè bele si, che ‘v diso i nom ‘d tute ste montagne”, diceva Bobba per incoraggiare lei e le sue amiche stringendosi nella sua mantella da ufficiale del regio esercito. Le conosceva tutte a menadito quelle montagne, e i suoi racconti avevano definitivamente conquistato la giovanissima Irene.

“Nei giorni di festa”, racconta ancora, “noi Affentranger percorrevamo le colline torinesi a piedi, non c’era certo tutto il cemento di oggi. La gente che abitava lassù ci riconosceva. ‘Arrivano i tedeschi’ dicevano al nostro apparire. Il mio battesimo sulla roccia lo devo invece al famoso Cichin Ravelli che aveva un rinomato negozio, un tempio per gli alpinisti torinesi. Una domenica siamo andati con lui in bicicletta a fare la Sbarua. E noi ragazzi, legati alla sua corda, abbiamo fatto la famosa vena di quarzo, terzo e quarto grado. ‘Niente paura, vi tiro su tutti’, ci ha rassicurati Cichin agitando la sua enorme barba sotto la quale il collo della camicia era serrato da un laccio da scarpe. Poi ho arrampicato molto sul Cervino (per la cresta di Zmutt) e le Grandes Murailles con Leonardo Carrel, mio grande amico”.

Un’ultima domanda a Irene: quale virtù apprezza di più negli alpinisti, anzi negli uomini in genere? La risposta non si fa attendere. “Non ho dubbi: la forza di volontà. Mai farsi mettere sotto!”.

Commenta la notizia.