Senza Gianfry la Valgrande non è più come prima

Di Gianfranco Bonaldo detto Gianfry, l’eremita della Valgrande, si riparla (come ha riferito MountCity) perché la sua figura viene associata a quella dello studente di filosofia varesino Paolo Rindi sparito all’inizio del mese di febbraio nella vasta wilderness tra il Verbano e l’Ossola. A Gianfry dedica ora questo intenso ricordo Lorenzo Dotti, appassionato frequentatore della Val Grande.

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Gianfry (Digital Camera, per gentile conc.)

Produceva o raccoglieva quasi tutto quello che consumava

Non sapevo che Gianfry fosse morto quest’estate, e me ne dispiace. Scrivo queste righe in sua memoria, cercando anche di ricostruirne la personalità e le scelte. Lo avevo conosciuto alla fine degli anni 90, quando frequentavo la Valgrande più di ora. Avevo saputo di lui non ricordo come, forse vedendo scritto il suo nome su dei segnavia nella bassa valle. Chiedendone notizia a Cicogna, la piccola capitale della Val Grande, rispondevano: “Ah, sì, il matto!” Dicevano che si fosse rotto una gamba e se la fosse curata da solo; non so se sia vero. Lo avevo poi incontrato all’alpe Velina, dove viveva; era socievole, per quanto può esserlo un eremita.
Coltivava verdure in un orticello che aveva cintato per proteggerlo dalle capre sia proprie che selvatiche. Produceva – o raccoglieva – quasi tutto quello che consumava: credo comprasse solo del riso. Aveva creato una sorta di vasca per lavarsi, presso una fonte. Aveva allestito anche un rustico museo con gli oggetti della cultura alpestre che aveva raccolto nella valle. Si era fabbricato pure un altarino di preghiera, in cui mescolava cristianesimo, buddhismo, paganesimo e chissà che altro. Aveva una balestra, con la quale ci divertimmo a tirare: diceva che gli serviva contro ai malintenzionati. Allora pensai agli animali, ma qualche tempo dopo conobbi dei frequentatori bipedi della valle che giustificavano le sue precauzioni. Girava quasi sempre a piedi nudi e a volte si metteva a pregare i suoi dei in mezzo al bosco. Mi raccontò la sua storia: era stato rifiutato dalla madre e cresciuto in un orfanatrofio. Mi spiegò le ragioni della madre, che non mi sento di riferire, per rispetto della confidenza fattami. Posso solo dire che il gesto della donna era in qualche misura comprensibile. Aveva poi lavorato per un certo tempo e credo godesse di una piccola pensione.  Poiché intendevo organizzare una gita sociale SEM in Valgrande, gli chiesi un po’ di collaborazione, in particolare l’uso della sua cucinina e del gas per preparare una spaghettata per i gitanti. Temendo che dimenticasse la data della gita, in febbraio gli avevo anche portato un calendario, con evidenziata la data dell’escursione (maggio o giugno, non ricordo più). La gita andò benissimo, usammo la sua cucina e gli lasciammo qualche alimento come ringraziamento, sì perché lui non c’era, ed il calendario appeso sul muro della sua minuscola abitazione – sempre aperta – era ancora aperto al mese di febbraio.

Non so e non voglio giudicarlo, forse si rifugiò in Valgrande deluso dal genere umano, forse trovò una strada che altri ancora cercano, forse fu un saggio o forse un perdente. Però senza di lui la Valgrande non è più come prima.

Lorenzo Dotti

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