Per un rapporto duraturo con le altezze

Continuare a frequentare la montagna favorisce un accumularsi di esperienze, di riflessioni e di vissuti che creano un sano circuito tra memoria del passato, attualità del presente e progettazione del futuro. Ma come costruire un rapporto duraturo con la montagna? Sull’argomento interviene con un saggio, intitolato “La mia montagna”, Aldo Solimbergo, un sincero e “durevole” amico della montagna. Trevisano, laureato in Economia e Commercio all’Università di Ca’ Foscari, già ricercatore economico all’IRSEV di Venezia, dirigente della Biblioteca del Consiglio Regionale del Veneto, autore di pubblicazioni sulla realtà economica sociale e istituzionale del Veneto, Solimbergo dichiara di amare la montagna in tutti i suoi aspetti culturali. Iscritto al Cai dal 1971, è stato vicepresidente della Sezione di Treviso ed è autore di una raccolta di saggi, “La montagna veneta ieri, oggi e domani” pubblicata con la presentazione di Annibale Salsa nel centenario della fondazione (1909-2009) della sua Sezione. MountCity gli esprime gratitudine per l’importante contributo qui nella sua integrità. Buona lettura.

La mia montagna: alcune domande di fondo

Montagna o montagne? Perché andare e continuare ad andare in montagna? Come e con che spirito frequentare la montagna? Non è facile trovare risposte definitive a questi interrogativi. Infatti il significato dell’andare in montagna cambia non solo di stagione in stagione ma anche in ogni stagione della vita di chi la frequenta. Costruire un rapporto tra l’uomo e la montagna è pertanto esercizio tutt’altro che semplice, facile e scontato. Eppure questo rapporto tra uomo e montagna sembra inesauribile. Ogni anno solo nel nostro paese riflessioni, esperienze e conquiste di molti alpinisti si riversano in centinaia di libri, saggi, articoli di riviste, dvd etc. E’ mia convinzione profonda che l’andare in montagna sia equiparabile all’esercizio di chi si mette nell’ordine di idee di scoprire un nuovo mondo. E questo esercizio del “salire” fuori di sé rivela, prima o poi, in chi lo pratica, l’ esercizio del “salire dentro di sé”. Questo duplice esercizio chiede però una continua e lunga scuola di   attenzione,apprendimento, preparazione, disposizione d’animo, sacrificio, riflessione e rinuncia. Perché fare tanta fatica? Quale vantaggio? Quale ritorno? E’ solo una questione di benessere fisico? Magari psichico? O c’è dell’altro?

Programmare con serietà le escursioni e procedere in sicurezza

Al di là del tema specifico di questo contributo mi sento di ribadire con forza che per non rimanere eterni analfabeti dell’andare in montagna, o per evitare di imparare sopportando gravi costi, è assolutamente indispensabile frequentare almeno un “corso base di escursionismo”. Per il raggiungimento della “meta fisica”, non lo si ribadirà mai a sufficienza, vanno acquisite tutte quelle conoscenze (sia tecniche che scientifiche) che consentono di programmare con serietà le escursioni e di progredire in sicurezza, minimizzando cioè la probabilità che si presenti una situazione che degenera in evento critico. E anche nelle situazioni critiche bisogna saper operare scelte improntate a razionalità ed etica della responsabilità sia verso se stessi che verso il gruppo. Solo con questo approccio la montagna, per chi la frequenta con continuità, diventa un grande scuola di vita.

Andare in montagna oltre la meta fisica

Ma a fronte di questo impegno che dobbiamo assolvere verso noi stessi e nei confronti della montagna che cosa ce ne viene in cambio ? Dopo aver attraversato, in quasi 50 anni, le dolomiti del Triveneto è mia convinzione profonda che la montagna rappresenti una delle poche realtà “residuali” esistenti, non manipolate cioè dall’intervento dell’uomo, nelle quali si rendono manifesti i segni della sacralità creaturale. Per approdare a questa chiave di lettura è però necessario superare una serie di approcci parziali e segmentati alla montagna. Questo è il risultato al quale ci fanno pervenire molteplici discipline settoriali per le quali “sassi, rocce, boschi, alberi, acqua etc.” sono solo elementi interpretabili e comprensibili, di volta in volta, con le scienze della chimica, della fisica, con la geologia, la botanica etc. Tutte queste scienze, che forniscono saperi parziali e frammentati (indubbiamente utili e necessari all’uomo razionale moderno), nel loro insieme non esauriscono le domande che continuamente si ripropongono dentro di noi quando ammiriamo la bellezza di un”paesaggio montano nel suo insieme”. In definitiva, se la montagna suggerisce all’uomo una gamma sconfinata di ambiti di interesse sia tecnico che scientifico è innegabile che ne suggerisca una altrettanto vasta gamma sul terreno umanistico. Al riguardo si pensi al debito che le arti figurative, la musica, la poesia, la letteratura, i testi sacri delle diverse religioni etc., hanno nei confronti della montagna.

Chi è l’uomo che va in montagna?

E’ chiaro quindi che un corretto approccio alla montagna impone all’uomo di porsi il seguente interrogativo: “CHI E’ L’UOMO CHE VA IN MONTAGNA”?. E questa domanda non può non fare i conti con il problema dell’educazione interiore dell’uomo. Allora dell’uomo che va in montagna possiamo dire che è un uomo aperto ad accogliere la “MERAVIGLIA” di ciò che gli si presenta dinnanzi! Il nostro uomo anzitutto non dà per scontato ciò che tutti gli altri danno per scontato e banalizzato (Montagna? Quattro sassi! Quante volte mi sono sentito rispondere in questo modo!). E per questo fondamentale motivo nell’andare in montagna il nostro uomo si apre ad una serie di “ ESPERIENZE FORTI”.

Montagna veneta
Il libro dedicato da Aldo Solimbergo alla montagna veneta nel centenario della Sezione di Treviso del Cai. Nella foto in alto la dorsale del Pomagagnon, foto di Roberto Vecellio (LDB).

Il tempo della montagna

Una prima esperienza consiste nel fatto che il nostro uomo fa l’esercizio importante di “staccarsi dal TEMPO cronologico”, quello materiale (determinato dai rapporti di rotazione e rivoluzione tra gli astri che scandiscono secondi, ore, giorni, mesi e anni), il tempo che domina, per convenzione, i nostri giorni e le nostre attività quotidiane. Questo uomo sospende questa dimensione temporale del vivere per dare spazio interiore e fare proprio il “ tempo della natura”, dello scorrere delle stagioni, delle acque, delle nuvole, del modificarsi del paesaggio, del vento e dei suoni della natura animata e inanimata. Lasciandosi il tempo cronologico alle spalle, il nostro uomo si immette in altre dimensioni temporali quali sono: il tempo della memoria, dello spirito, dell’eternità, dell’infinito. In questa dimensione l’attimo in cui riaffiora un ricordo si dilata e accompagna l’uomo anche per ore e ore. In questo senso “il distacco” che si sperimenta dal tempo segnato dallo scorrere della realtà finita (dal tempo degli “enti “ che, in quanto finiti, necessariamente passano) apre l’essere ad una dimensione/non dimensione: quella mistica. Questo è quello che ci insegnano e ci trasmettono poeti, musicisti, pittori etc. che con le loro opere e i loro linguaggi ci vogliono dire: sappiate che oltre a ciò che si presenta ai sensi e alla ragione non possiamo far tacere quella parte che “dentro di noi” non smette di interrogarsi sul “senso” delle meraviglie che si pongono “fuori di noi”.

Lo spazio della montagna

Una seconda esperienza dell’andare in montagna ci fa rivisitare l’altra dimensione che è connaturata al nostro essere: quella dello SPAZIO. Il nostro uomo lascia alle spalle lo spazio organizzato che viviamo nelle nostre città (che percepiamo come realtà non armoniche ma caotiche e artificiali), nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre case; insomma si stacca dallo spazio antropizzato, da noi pensato e costruito, nel quale trascorriamo la nostra quotidianità. Con una escursione invece, al nostro uomo si impone uno “spazio naturale” che nel suo progressivo dispiegarsi in orizzonti e contesti diversi (una gola, un bosco aperto, un orizzonte etc.) si presenta sempre nuovo, sconfinato e irriproducibile. Uno spazio nel quale i suoni della natura ed anche il silenzio accentuano la nostalgia per una bellezza perduta che non ci è dato ritrovare nel degrado che viviamo quotidianamente.

La bellezza della montagna

Il risultato del combinato che si realizza tra “tempo della natura” e “spazio della natura” offre all’uomo un “Nuovo Giorno” ricco di esperienze talvolta indicibili come avviene quando non si trovano le parole per raccontare quello che i nostri occhi hanno visto dalla vetta! Come dire che l’esperienza appena compiuta trascende la nostra capacità di darne testimonianza. Percepiamo che le nostre parole non bastano, sono inadeguate. Balbettiamo di fronte a tanta Bellezza. Analoga esperienza vive il nostro uomo quando gli si pone di fronte la meraviglia di uno spazio dove si coniugano armoniosamente le realtà micro (una goccia di rugiada, una ampolla d’acqua che sale dal terreno, una sorgente etc.) e le realtà macro (del bosco, della parete dolomitica, del paesaggio nel quale si ritrovano animali di diverse specie e del cielo nel quale si fanno presenti poiane e aquile, come è possibile fare esperienza nelle nostre vicine dolomiti).

Continuare a frequentare la montagna favorisce nel nostro uomo un accumularsi di esperienze, di riflessioni e di vissuti che creano un sano circuito tra memoria del passato, attualità del presente e progettazione del futuro. Da dove nasce se non da questo sano equilibrio fisico, psichico e spirituale il sorriso che spontaneamente si scambiano sconosciuti escursionisti quando si incrociano nei sentieri montagna? E ciò succede perché nel complesso l’uomo che ama la montagna la vive come esperienza di BELLEZZA, e cioè come trasfigurazione della realtà materiale che gli si pone di fronte.

E proprio perché è aperto alla meraviglia il nostro è un uomo che sperimenta una ulteriore DIMENSIONE DELLA CONOSCENZA, quella più alta e più nobile! Ponendosi la domanda dell’ORIGINE DELLE BELLEZZE che ci sono date il nostro uomo trova naturale rispondersi che queste bellezze sono il riflesso di UNA BELLEZZA (con la B maiuscola) dalla quale traggono origine tutte le manifestazioni del bello che appaiono ai suoi sensi.

A questo punto il nostro uomo che ama la montagna non sarà più solo un CAMMINATORE, un ESCURSIONISTA, un VIANDANTE, ma un PELLEGRINO che nella contemplazione della Bellezza troverà un punto di contatto e di apertura con la Rivelazione divina (“Dio offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé” cfr.Costituzione dogmatica Dei Verbum 3).

Ecco, in definitiva, e a mio avviso, il percorso e l’approdo al quale ci fa arrivare l’andare in montagna lungo gli anni della giovinezza, della maturità e dell’attesa del commiato.

 

Aldo Solimbergo

aldosolimbergo@libero.it

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